La tassazione dei dividendi esteri

I dividendi esteri sono assoggettati a doppia tassazione: prima “alla fonte” (ossia nel Paese di residenza della società che li distribuisce, cd. “ritenuta Paese”) e poi, sull’ammontare netto, è applicata la ritenuta italiana.

Poniamo come esempio un dividendo tedesco.
In questo caso, dapprima abbiamo subìto sul dividendo lordo la tassazione tedesca (pari al 26,375%); e successivamente quella italiana (20%).

Per attenuare l’effetto della doppia tassazione, le “Convenzioni Internazionali contro le doppie imposizioni” fissano in genere un limite massimo all’imposta nel Paese da cui provengono i dividendi erogati. 
Nel caso di specie, le convenzioni “Germania-Italia” prevedono in tal senso l’applicazione di una aliquota convenzionale massima pari al 15%: quindi, il rimborso spettante è pari al 11,375%  del dividendo lordo (cioè: 26,375% – 15% = 11,375%, appunto).

Per fare una comparazione con Malta, la Convenzione Internazionale contro le doppie imposizioni ha il limite del 15%, ma al contrario della Germania ai dividendi esteri non applica alcuna ritenuta.

Ciò detto, per il dividendo tedesco bisogna avanzare la richiesta di rimborso dell,11,75% e questo spesso è un rilevante dispendio di tempo. Il sito web dell’Agenzia delle Entrate Italiana mette a disposizione i moduli “tax claim” di richiesta di rimborso solo per ad alcuni paesi (Austria, Paesi Bassi, Francia, Portogallo, Danimarca); mentre per il modulo “tax claim” tedesco bisogna collegarsi via internet all’Ufficio Federale Centrale Tributario Tedesco per scaricare il modulo in argomento e l’indirizzo dell’Ufficio Fiscale a cui recapitare in Germania suddetto modulo.

In Italia le procedure sono spesso complesse e farraginose creando un aggravio per il contribuente. A prova di ciò un articolo dello scorso anno del “Il Sole 24 Ore” titolava:

Cinque miliardi regalati al fisco degli altri paesi

Cinque miliardi di euro dimenticati ogni anno dai cittadini italiani nelle casse del fisco di altri paesi. Non si tratta del mancato gettito reclamato a più riprese dal ministro dell’Economia in sede comunitaria per la dubbia applicazione dell’euro-ritenuta: la tassa che andrebbe prelevata sui rendimenti dei capitali italiani depositati nelle banche di stati esteri in cui vige il segreto bancario e versata, in gran parte, anonimamente all’erario italiano. La cospicua regalia, stimata da GlobeTax, trae in realtà origine da un altro meccanismo fiscale, la cosiddetta doppia tassazione sui dividendi/interessi di titoli esteri. 

Il guadagno derivante da un investimento internazionale oltre ad essere tassato nel paese di residenza dell’investitore, subisce un’imposizione anche nel paese d’investimento, con aliquote che possono arrivare fino al 35%. Un duplice prelievo fiscale che decurta in misura significativa il ritorno dell’investimento. Nel caso estremo di un dividendo elargito da una società svizzera a un soggetto italiano, per ipotesi di 100 euro, il fisco elvetico trattiene subito 35 euro. In Italia arrivano i restanti 65 euro che sono nuovamente tassati al 12,5%. Sul conto del cittadino italiano vengono quindi accreditati solo 56,88 euro, che si traduce in un salasso fiscale nell’ordine del 43%.

Accordi sconosciuti/trascurati

In realtà, o forse sarebbe meglio dire in teoria, l’investitore ha il diritto di recuperare una parte delle tasse trattenutegli all’estero. Un diritto sancito dalle convenzioni internazionali per evitare, o quantomeno ridurre, le doppie tassazioni. L’Italia ha stipulato più di 80 accordi bilaterali tra cui Malta che prevedono di norma per gli investitori non residenti un’aliquota del 15% sui dividendi, che scende al 10% sugli interessi delle obbligazioni societarie, fino ad azzerarsi sulle cedole dei bond governativi. Tutte aliquote derivanti dal trattato standard redatto dall’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). E tornando all’esempio numerico, l’investitore italiano potrebbe quindi recuperare il 20%, pari a 20 euro, del valore del dividendo iniziale. Ma far valere questo diritto oltre a non essere semplice, spesso è ignorato o non incentivato dagli stessi intermediari che dovrebbero in realtà aiutare l’investitore ad attivare il processo di recupero. Su scala mondiale, ma anche a livello italiano, la percentuale di rimborsi di doppie imposizioni sui dividendi non supera il 10% del totale prelevato dal paese straniero.

Il ruolo delle banche

Per attivare il rimborso della quota di imposta pagata all’estero è necessario presentare domanda all’amministrazione finanziaria estera competente, su moduli appositamente predisposti. Occorre allegare certificazione di residenza fiscale rilasciata dall’Agenzia delle Entrate e la contabile della propria banca in cui si evidenzia la ritenuta alla fonte applicata all’estero. I moduli, che variano da Paese a Paese, sono disponibili presso l’Agenzia delle entrate, ma anche le banche dovrebbero possederlo. Usare il condizionale è d’obbligo, alla luce delle segnalazioni pervenute negli anni a «Plus 24» che evidenziano le risposte evasive che ricevono allo sportello.
Ma quali sono gli obblighi delle banche nei confronti dei clienti in tema di recupero della doppia tassazione? Dipende dal tipo di contratto firmato dall’investitore con il proprio istituto di credito. Di norma le banche non lo propongono perché per loro rappresenta un costo, ma la clientela danarosa riesce a volte a farsi inserire nel contratto anche l’offerta di questo servizio. Per i piccoli risparmiatori, invece, non rimane che intraprendere la tortuosa via dell’auto-recupero o affidarsi a qualche società specializzata pagando una percentuale di quanto recuperato. E coloro con redditi inferiori a 70 mila euro, che prima delle modifiche introdotte proprio dalla legge delega Tremonti n°80 del 2003 avevano la convenienza e la facilità di compensare in sede di dichiarazione ritenute subite nel Paese di origine del dividendo, adesso non hanno più neanche tale possibilità. Con la felicità delle casse statali dei paesi esteri.

Poi ci si chiede come mai gli imprenditori decidono di affidarsi a Fiduciarie, Holding Estere e Offshore. Il comportamento adottato dal fisco italiano di certo non aiuta gli imprenditori a seguire le regole.

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