La società Europea

Lo statuto di società europea «Societas Europeae» è entrato in vigore nel 2004.
 
Per l’approvazione di questo progetto ci sono voluti trent’anni il che rende palesi le troppe differenze legislative esistenti tra gli Stati membri in materia di diritto societario. Inoltre, la sua effettiva applicazione necessita dell’adattamento della legislazione di ogni stato membro dell’Unione Europea. In assenza di tale adeguamento, la creazione di una società europea rimane impossibile in alcuni Stati.
 
Principali vantaggi della società europea
Questa società può esercitare le sue attività in tutti gli Stati dell’Unione Europea secondo una forma giuridica regolata dal diritto comunitario comune in tutti gli stati. Cosicché, quando la società è costituita in Italia, è il diritto italiano che si applica. Non è più necessaria la creazione di una nuova struttura giuridica in un altro stato per esercitarvi una attività economica.
La sede sociale della società europea può essere trasferita in un’altro Stato membro dell’Unione Europea, senza creazione di una nuova struttura.
 
 
Modalità di costituzione
Una società europea è costituita da almeno due società situate almeno in due Stati membri differenti, e può derivare da:
–  fusione di due o più società anonime (o per azioni);
–  creazione di una holding ad iniziativa di due società anonime o a responsabilità limitata;
–  creazione di una filiale comune;
–  trasformazione di una società anonima che possiede una filiale in un altro Stato membro da almeno due anni.
 
Formalità di creazione
È obbligatoria la redazione dello Statuto.
La creazione di una società europea deve essere pubblicata sul Giornale Ufficiale dell’Unione Europea.
È necessaria un’immatricolazione nello Stato ove la società ha la sede. Ogni Stato determina il registro su cui deve essere effettuata. Per l’Italia, la Camera di Commercio.
 
Denominazione sociale
La società deve far precedere o seguire la sua denominazione dalla sigla “SE”. Allo stesso modo, tutti gli atti e documenti emanati dalla società e 
diretti ai terzi (corrispondenza, fatture, annunci, pubblicazioni diverse) devono indicare la denominazione sociale, preceduta o seguita dalle parole “società europea” o dalla sigla “SE”, nonché l’ammontare del capitale sociale.
 
Capitale sociale della società europea
La società europea deve avere un capitale sociale minimo di 120.000 euro, ogni singolo Stato membro può prevedere un capitale minimo superiore a tale limite.
 
Modalità di funzionamento
La società europea può essere alternativamente diretta:
–  Da un organo di direzione e da un organo di sorveglianza (sistema dualistico)
–  Da un organo d’amministrazione (sistema monistico)
Le modalità della gestione della società sono stabilite nello Statuto.
Nel sistema dualistico l’organo di direzione assicura la gestione della società; ha il potere di impegnare la società verso i terzi e di rappresentarla davanti agli organi di giustizia. I suoi componenti sono nominati e revocati dall’organo di sorveglianza. Le funzioni di membro dell’organo di direzione e di membro dell’organo di sorveglianza non possono essere esercitate simultaneamente nella medesima società. Tuttavia, l’organo di 
sorveglianza può, in caso di vacanza, designare uno dei suoi membri per esercitare le funzioni di membro dell’organo di direzione.
L’organo di sorveglianza dà la sua autorizzazione per le seguenti operazioni: progetti di investimento il cui ammontare è superiore alla percentuale di capitale sottoscritto; creazione, acquisizione, alienazione o liquidazione di imprese, stabilimenti o parti di stabilimenti, quando il prezzo di acquisto o il ricavo della vendita è superiore alla percentuale del capitale sottoscritto; ricorso al credito o concessione di credito, emissione di obbligazioni e subentro o concessione di cauzione per impegni di terzi, quando l’operazione è globalmente superiore alla percentuale di capitale sottoscritto, stipulazione di contratti di consegna e di prestazioni allorché il giro d’affari globale prevista è superiore alla percentuale del giro 
d’affari dell’ultimo esercizio commerciale. Nel sistema monistico, l’organo di amministrazione cumula tali funzioni. Quando la società europea è creata in Italia, le regole di direzione, amministrazione e controllo sono quelle che regolano la Società per Azioni. Ciò vale anche per la regolamentazione delle Assemblee Generali della società europea.
 
Conti annuali
La società europea ha l’obbligo di predisporre i conti annuali comprendenti il bilancio, il conto dei profitti e delle perdite nonché l’allegato e un rapporto di gestione che contiene una relazione sull’evoluzione degli affari e la situazione della società e, se del caso, i conti consolidati.
 
Fiscalità
La società europea è assoggettata alle imposte ed alle tasse degli Stati nei quali dispone di una struttura.
Le società europee costituite per via di fusione possono essere assoggettate nello Stato ove hanno la sede sociale. In questo modo, il loro reddito globale è tassato nello Stato ove si trova la sede, dopo eventuale compensazione tra le perdite subite da uno stabilimento situato in uno Stato membro ed i profitti realizzati da altri stabilimenti situati in altri Stati.
 
Trasformazione
​Una società europea può trasformarsi in una società per azioni a condizione che sia stata immatricolata da oltre due anni e siano stati approvati i 
bilanci dei due primi esercizi sociali.
Se la società europea ha sede in Italia, la delibera di trasformazione è adottata con le regole previste per le assemblee generali.
 
Conclusione
Lo strumento della società europea è utilizzabile in pochi e determinati casi.
La sua costituzione pone alcuni problemi di raccordo fra la normativa europea e quelle delle singole discipline nazionali. D’altra parte i principi di libertà di stabilimento e di libera circolazione dei capitali e dei servizi consentono agli imprenditori di esercitare la loro attività in ogni Stato membro utilizzando delle stabili organizzazioni o creando delle succursali, delle filiali e delle controllate o partecipate. 
Tutto questo senza dover ricorrere a forme societarie particolarmente complesse. Per questa ragione, secondo gli ultimi dati conosciuti, a tutt’oggi sono state costituite meno di 500 società europee e nessuna di esse in Italia
 
Per ogni altra informazione potetescrivere a director@shelfind.com

Ungheria sovrana stampa moneta nazionale

L’Ungheria si libera dei vincoli dei banchieri
• Dopo che è stato ordinato  all’FMI di abbandonare il paese, la nazione adesso stampa moneta senza debito
L’Ungheria sta facendo la storia.
Mai più dagli anni ’30 con il caso della Germania un paese europeo aveva osato sfuggire alle grinfie dei cartelli bancari internazionali controllati dai Rothschilds. Questa è una notizia stupenda che dovrebbe incoraggiare i patrioti nazionalisti del mondo intero ad intensificare la lotta per la libertà dalla dittatura finanziaria.
Già nel 2011 il primo ministro ungherese,  Viktor Orbán promise di ristabilire la giustizia sui predecessori socialisti che avevano venduto il popolo della nazione alla schiavità di un debito infinito con i vincoli del FMI (IMF) e lo stato terrorista d’Israele. Queste amministrazioni precedenti erano infiltrate da israeliani nelle alte cariche, in mezzo al furore delle masse che alla fine, in reazione, hanno votato il partito  Fidesz di Orban.
Secondo una relazione sui siti germanofoni  del “National Journal”, Orbán si è accinto a scalzare gli usurai dal trono. Il popolare e nazionalista primo ministro ha detto all’FMI che l’Ungheria non vuole né richiede “assistenza” ulteriore dal delegato della Federal Reserve di proprietà dei Rothschild. Gli ungheresi non saranno più costretti a pagare esosi interessi a banche centrali private e irresponsabili.
Anzi, il governo ungherese ha assunto la sovranità sulla sua moneta e adesso emana moneta senza debito e tanta quanto ne ha bisogno. I risultati sono stati nientemeno che eccezionali. L’economia nazionale, che vacillava per via di un pesante debito, ha ricuperato rapidamente e con strumenti inediti dalla Germania nazionalsocialista.
 
Il ministro per l’Economia ungherese ha annunciato che grazie a “una politica di bilancio disciplinato” ha ripagato il 12 agosto 2013 il saldo dei 2,2 bilioni di debito all’FMI, prima della scadenza ufficiale del marzo 2014. Orbàn ha dichiarato: “L’Ungheria gode della fiducia degli investitori” che non vuol dire né l’FMI né la Fed o altri tentacoli dell’impero finanziario dei Rothschild. Piuttosto si riferiva agli investitori che producono in Ungheria per gli ungheresi, creando crescita economica vera, e non già la “crescita di carta” dei pirati plutocratici, bensì quel tipo di produzione che assume realmente le persone e ne migliora la vita.
Con l’Ungheria libera dalla gabbia della servitù agli schiavisti del debito non c’è da meravigliarsi che il presidente della banca centrale ungherese gestita dal governo per il bene pubblico e non per l’arricchimento privato abbia chiesto all’FMI di chiudere i battenti da uno dei paesi più antichi d’Europa. Inoltre, il procuratore generale, ripetendo le gesta dell’Islanda, ha accusato i tre precedenti primi ministri del debito criminale in cui hanno precipitato la nazione.
L’unico passo che rimane da fare per distruggere completamente il potere dei bancksters in Ungheria, è di attuare un sistema di baratto per lo scambio con l’estero come esisteva in Germania con i nazional socialisti e come esiste oggi in Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, i cosiddetti  BRICS, una coalizione economica internazionale. E se gli USA seguissero la guida dell’Ungheria, gli americani potrebbero liberarsi dalla tirannia degli usurai e sperare in un ritorno a una pacifica prosperità.
 

 

L´Ungheria caccia il FMI

L’Ungheria si riprende la propria sovranità economica e con una nota che non lascia spazio a dubbi invita, senza giri di parole, i rappresentati del Fondo Monetario Internazionale a fare le valigie. Niente più controlli, niente più uffici a Budapest e niente più funzionari nei corridoi della banca centrale.

Alla vigilia delle elezioni politiche il governo di Viktor Orbàn ha voluto quindi dare un segnale forte alla popolazione. Dopo aver goduto degli aiuti del FMI per quasi 5 anni, il Paese è pronto a riavere la propria sovranità e non ha intenzione di aspettare.

Con un atto che va molto al di là del suo puro aspetto simbolico, il governatore della banca centrale ungherese György Matolcsy ha chiesto ai rappresentanti del Fondo di andare via e chiudere tutti gli uffici di Budapest.

La lettera

Lo stesso capo dell’istituto centrale ha inviato una lettera al presidente del FMI Christine Lagarde, nella quale chiarisce le motivazioni di tale decisione.

In particolare, Matolcsy avrebbe sottolineato che l’Ungheria, avendo già restituito gran parte delprestito di 20 miliardi di euro contratto in seguito alla grave crisi finanziaria del 2008 che stava portando il Paese al tracollo, sarebbe arrivata alla conclusione:

“che non è più necessario mantenere un ufficio di rappresentanza dell’FMI".

Se non è un foglio di via, ci si avvicina parecchio.

Ma ciò che colpisce ancora di più è l’intenzione del Governo Orbàn di restituire con largo anticipo i restanti 2,2 miliardi di euro dovuti all’organismo internazionale.

Il termine previsto per il rimborso scade infatti il 31 marzo del prossimo anno, ma dato che l’Ungheria i soldi li ha già, ma che soprattutto non ha più voglia di subire ingerenze da parte dell’ente di Bretton Woods, l’esecutivo avrebbe deciso di pagare l’ultima tranche già a fine 2013, in modo da sciogliere qualsiasi legame rimasto.

Le reazioni

Il FMI per adesso abbozza, ma siamo sicuri che né Christine Lagarde, né gli altri funzionari dell’organismo internazionale abbiano preso di buon grado questa decisione.

Attraverso una nota, il Fondo sottolinea come il mandato di Iryna Ivaschenko, sua rappresentante a Budapest, sia vicino alla scadenza e, dal momento che "la presenza nei Paesi membri avviene su invito" degli stessi, l’organizzazione non invierà nessun altro funzionario a sostituire la Ivaschenko.

Bisogna sottolineare inoltre che i rapporti tra il Governo di Budapest e il FMI non sono mai stati proprio idilliaci. Nel corso di questi anni le frizioni erano state parecchie e oggi si è arrivati alla “soluzione finale”.

Da oggi in poi l’Ungheria deciderà da sola sulla propria politica economica, il Fondo Monetario Internazionale rivolga le sue attenzioni altrove.

 

Oggi il nostro Presidente del Consiglio ha preso per i fondelli tutti gli italiani.

Eurostat, l'istituto statistico europeo, sostiene che l'Europa sarà tecnicamente fuori dalla recessione, prevedendo un pil a +0,3% nel secondo trimestre. Ma l'Italia continua a non superare l'andamento negativo, e con -0,2% è tra i peggiori Paesi dell'eurozona insieme a Olanda, Slovenia e Cipro.

Se l'UE a 17 nazioni avrà un pil a +0,3% nel secondo trimestre, anche quella a 27 avrà un +0,4%, contro il -0,1% del primo trimestre e il -0,2% per Eurolandia.
Rispetto a un anno prima, il pil è sceso dello 0,5% nei 17 ed e' rimasto stabile nei 27. La crescita maggiore rispetto al trimestre precedente e' stata registrata in Portogallo (+1,1%), poi in Germania, Lituania, Finlandia e Gran Bretagna (tutti +0,7%). Il pil si è attestato a +0,5% per la Francia, mentre la Spagna e' rimasta in recessione con -0,1%.
Anche l'Italia può uscire dalla crisi e quindi avere ''un punto di svolta''. E' quanto afferma il capo economista dell'Ocse, Carlo Padoan, sottolineando che il dato negativo annuale del Pil a -1,8% nel 2013 indicato dall'Ocse ''non e' una novita''', mentre bisogna guardare al dato trimestrale, alla velocità con la quale si sta uscendo dalla recessione. ''L'economia sta uscendo dalla crisi" sostiene quindi Padoan.         

In Italia non esiste la certezza del DIRITTO. Premi di assicurazione, detrazione Irpef tagliata con effetto retroattivo

Per coprire la cancellazione della prima rata dell'IMU 2013, è stata dimezzata già dal 2013 la detrazione Irpef dei premi assicurativi pagati. Dal 2014 ulteriore taglio di quasi due terzi

Il decreto IMU (D.L. n. 102/2013), per cancellare la prima rata dell'IMU 2013, ha cercato risorse in molti settori del nostro ordinamento. Uno di questi è la detrazione Irpef del 19% sulle polizze infortuni e malattia, che ora dovrà essere calcolata su una soglia massima di spesa che èdimezzata rispetto a quella in vigore fino al 2012. Infatti, già dal periodo d'imposta in corso (2013) e, quindi, con effetto retroattivo in deroga allo Statuto del contribuente, la detrazione non dovrà essere più calcolata su una spesa massima di 1.291,14 euro, ma su una soglia di 630 euro. Come se ciò non bastasse, dal periodo d'imposta 2014, la soglia si abbasserà ancora drasticamente a 230 euro. Le stesse soglie sono previste anche per le assicurazioni vita e infortuni stipulati o non rinnovati entro il 31.12.2000.

 

“Nuovo” redditometro: le indicazioni operative dell´Agenzia delle Entrate

 

Il 31 luglio l’Agenzia delle Entrate, con la Circolare numero 24/E, ha emanato l’atteso documento di prassi contenente le indicazioni operative per l’applicazione del“nuovo” accertamento sintetico. Quest’ultimo, come è noto, troverà applicazione per gli accertamenti riguardanti i periodi d’imposta 2009 e successivi.

Questo intervento è dedicato all’analisi della prima parte della Circolare relativa: all’inquadramento generale dello strumento di accertamento “rivisitato”, alla classificazione delle tipologie di spesa rilevanti e ai rapporti fra “nuovo” e “vecchio” accertamento sintetico. Seguirà un successivo intervento riguardante i criteri di selezione dei contribuenti da sottoporre ad accertamenti e le modalità di svolgimento del contraddittorio con l’Ufficio.

 

Aspetti generali

La Circolare, in premessa, indica gli elementi fondamentali del “nuovo” accertamento sintetico, così come delineato dall’articolo 22 del Decreto Legge n. 78/2010. Essi, in particolare, sono:

–          la presenza di una “duplice” presunzione relativa: concernente l’utilizzo dei redditi percepiti nel corso del periodo d’imposta per fare fronte alle spese sostenute nel corso dello stesso ed il contenuto “induttivo” (n.d.a. indicativo di capacità contributiva) di una serie di beni e servizi individuati dal decreto ministeriale del 24.12.2012. Le citate presunzioni hanno carattere “relativo” e ammettono, pertanto, la prova contraria posta a carico del contribuente;

 

–          l’esistenza di una “clausola di garanzia”: rappresentata da una differenza “tollerata” fra reddito determinato sinteticamente e reddito dichiarato pari al 20%. La sussistenza di uno scostamento all’interno della soglia citata preclude l’accertamento da parte dell’Agenzia delle Entrate;

 

–          l’obbligo di attivazione del contraddittorio con il contribuente: l’emissione dell’avviso di accertamento deve essere preceduta da due distinte fasi nel corso delle quali il contribuente può fornire, in contraddittorio con l’Ufficio, elementi e dati volti a giustificare la non congruità del reddito dichiarato con gli elementi di spesa attribuiti;

 

–          l’applicabilità delle deduzioni e detrazioni previste dal Tuir: nel “nuovo” accertamento sintetico è previsto che nel computo del reddito complessivo attribuibile al contribuente rilevino deduzioni e detrazioni previste dal Tuir.

 

Tipologia di spesa rilevanti

Nel documento di prassi viene operata un’importante distinzione delle tipologie di spesa rilevante. In particolare, si individuano:

–          spese di ammontare certo: determinate oggettivamente dall’Agenzia delle Entrate sulla base dei dati presenti nell’Anagrafe Tributaria (es. spese per utenze domestiche di energia e gas fornite direttamente dalle società erogatrici, canone di locazione di un immobile);

 

–          spese per elementi certi: riguardanti beni e servizi la cui disponibilità è attribuita al contribuente in base ai dati a disposizione dell’Agenzia delle Entrate (es. autovettura) e la cui spesa è calcolata facendo riferimento a valori medi Istat (es. spese media Istat per numero di Kw del veicolo);

 

–          spese Istat: relative a beni e servizi d’uso corrente, il cui ammontare viene stimato in base alla spesa media Istat per tipologia di nucleo familiare di appartenenza;

 

–          quota di spesa per l’acquisto di beni durevoli;

 

–          quota risparmio dell’anno: relativa alla quota di reddito non spesa nel corso dell’anno.

 

La classificazione sopra descritta assume un’importanza fondamentale, in quanto la Circolare chiarisce che la selezione dei contribuenti avverrà principalmente sulla base delle spese di ammontare certo e per elementi certi. Le spese Istat saranno computate nel reddito attribuibile al contribuente solo nel caso in cui lo stesso non sia in grado di giustificare le risorse finanziarie utilizzate per fare fronte alle prime due tipologie di spesa.

 

Rapporti fra “nuovo” e “vecchio” redditometro

Uno degli aspetti più controversi, che è emerso nel periodo successivo all’emanazione del “nuovo” accertamento sintetico, riguarda l’applicabilità delle risultanze di quest’ultimo ai periodi d’imposta precedenti al 2009. Come detto, infatti, il D.L. numero 78/2010 prevede che la nuova disciplina si applichi agli accertamenti per i periodi d’imposta 2009 e successivi.

Sul punto la giurisprudenza di merito prevalente, pronunciatasi sino alla data odierna, ha riconosciuto la rilevanza dei nuovi criteri per gli accertamenti riguardanti periodi anteriori al 2009. L’Agenzia delle Entrate, al contrario, ha sempre negato l’applicabilità “retroattiva”. Anche nella Circolare in commento l’Agenzia si limita ad affermare che il “nuovo” strumento di accertamento rappresenta una revisione completa del precedente e non una semplice evoluzione.

 

E' arrivato il momendo di spostare i propri interessi economici in Malta affinché l'imprenditore Italiano sia esente da Studi di Settore, Redditometro, Spesometro ed ogni altra diavoleria italiana.

Nuove modalità di fatturazione dal 2013

 

 

In particolare, il Decreto Legge n. 216/2012 contiene le norme modificative del decreto Iva in recepimento delle misure previste dalla Direttiva Europea n. 2010/45/UE del Consiglio del 13 luglio 2010. L’obiettivo di queste norme è quello di armonizzazione sempre più le legislazioni nazionali, riducendo le opzioni lasciate agli Stati membri, ridurre gli oneri amministrativi a carico delle imprese, favorire le imprese introducendo documenti semplificati, diffondere la fattura elettronica e contrastare così più efficacemente le frodi in campo Iva.

 

 

Più nel dettaglio, a partire dal 2013 le novità che interessano la disciplina Iva sono:

1. Contenuto, modalità e termini di emissione, conservazione della fattura;

2. Fatturazione delle prestazioni di servizi rese tra soggetti passivi stabiliti in Paesi dell’Unione Europea;

3. Fattura semplificata e fattura elettronica.

In questo primo articolo analizzeremo le novità in tema di contenuto della fattura, modalità e termini di emissione, conservazione del documento.

 

Contenuto della fattura.

La norma di riferimento è l’art. 21 del DPR 633/72, così come novellato dalla Legge n. 228 del 2012 in vigore dal 01 gennaio 2013.

Il contenuto obbligatorio della fattura è elencato al comma 2 e prevede:

– data di emissione;

– numero progressivo che identifica in modo univoco la fattura;

– dati anagrafici e fiscali del cedente o prestatore del servizio;

– numero di partita Iva del soggetto cedente o prestatore;

– dati anagrafici e fiscali del cessionario o committente del servizio;

– numero di partita Iva del cessionario o committente e, se trattasi di un privato che non agisce nell’esercizio di imprese, arti e professioni, numero di codice fiscale;

– natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi oggetto dell’operazione;

– corrispettivo;

– aliquota e ammontare dell’imposta;

– annotazione se la fattura è emessa dal cessionario o committente per conto del del cedente o prestatore;

– data della prima immatricolazione, iscrizione in pubblici registri, chilometri percorsi o ore navigate o volate, nel caso di cessione intracomunitaria di mezzi di trasporto nuovi.

Rispetto alla previgente disciplina, le novità riguardanti il contenuto della fattura sono essenzialmente due:

1. numerazione progressiva che assicuri la identificazione univoca della fattura: è richiesto agli operatori economici l’utilizzo di una numerazione che assicuri, in modo univoco, la identificazione del documento fiscale.

La risoluzione ministeriale numero 1 del 10/01/2013ha precisato che è lasciata facoltà al soggetto di scegliere il metodo più congeniale per la numerazione univoca della fattura. In particolare, sono ammessi i seguenti metodi:

– numerazione progressiva nel tempo, senza azzeramento all’inizio di ogni anno solare: questo comporta l’utilizzo di una numerazione continua e progressiva, che comincerà dal numero 1 per proseguire poi ininterrottamente fino alla cessazione dell’attività;

– numerazione progressiva annuale, con azzeramento all’inizio di ogni anno solare: stesso metodo utilizzato fino al 2012. In questo caso l’univocità del documento è assicurata dalla contemporanea presenza di numero e data fattura, entrambi elementi obbligatori;

– numerazione progressiva annuale, con azzeramento all’inizio di ogni anno solare e indicazionedell’anno di riferimento: in questo caso è possibile indicare il numero fattura nel formato “numero/anno” (es. n. 1/2013, 2/2013 etc.).

2. dati anagrafici e fiscali del cessionario o committente: è indispensabile e obbligatorio indicare i dati anagrafici del cessionario o committente, nonché i dati fiscali, cioè:

– partita Iva nel caso di soggetto che agisce nell’esercizio di imprese, arti e professioni;

– soltanto il codice fiscale nel caso di soggetto privato che non agisce nell’esercizio di imprese, arti e professioni.

Nel caso in cui il cessionario o committente agisca nell’esercizio di imprese, arti e professioni, è comunque consigliabile indicare, lì dove reperibili, entrambi i dati fiscali, cioè sia il numero di partita Iva che il codice fiscale. Questo al fine di agevolare ulteriore adempimenti a carico dei soggetti (quali ad esempio lo spesometro).

Per completare il discorso sul contenuto della fattura, citiamo il comma 6 dell’art. 21 del DPR 633/72, che prevede l’indicazione in fattura di determinate “annotazioni” nel caso di particolari operazioni e cioè:

– cessioni relative a beni in transito o depositati in luoghi soggetti a vigilanza doganale, non soggette all’imposta ai sensi dell’art. 7 bis comma 1, con l’annotazione “operazione non soggetta”;

– operazioni non imponibili di cui agli articoli 8, 8 bis, 9 e 38 quater (ossia esportazioni), con l’annotazione “operazione non imponibile”;

– operazioni esenti di cui all’art. 10, con l’annotazione “operazione esente”;

– operazioni soggette al regime del margine di cui al DL 41/1995, con l’annotazione “regime del margine beni usati”, “regime del margine oggetti d’arte”, “regime del margine oggetti di antiquariato o da collezione”;

– operazioni effettuate dalle agenzie di viaggio, con l’annotazione “regime del margine agenzie di viaggio”.

 

Modalità e termini di emissione della fattura.

La norma di riferimento è l’art. 21 del DPR 633/72, così come novellato dalla Legge n. 228 del 2012 in vigore dal 01 gennaio 2013.

Modalità e termini di emissione sono indicati nel comma 4 che individua il momento di emissione della fattura con il momento di effettuazione dell’operazione, richiamando quanto disposto all’art. 6 dello stesso decreto Iva.

Le fattispecie principali sono:

– beni immobili: momento della stipulazione;

– beni mobili: momento della consegna o della spedizione;

– prestazione di servizi: all’atto del pagamento (regole particolari sono previste per quanto riguarda le prestazioni di servizi rese tra soggetti passivi stabiliti in differenti Paesi dell’Unione Europea – caso che verrà affrontato nel successivo articolo).

Inoltre, il comma 1 ultimo periodo dello stesso articolo 21, chiarisce che la fattura, sia essa cartacea o elettronica, si ha per emessa all’atto della sua consegna, spedizione, trasmissione o messa a disposizione del cessionario o committente.

Una importante novità riguarda la previsione di cui all’art. 21, comma 6 bis del DPR 633/72. La nuova disciplina, che si applica a partire dal 2013, amplia l’obbligo di emissione della fattura estendendolo anche alle operazioni non rilevanti ai fini Iva per mancanza del requisito della territorialità, ossia per tutte le operazioni elencate negli articoli da 7 a 7 septies del decreto Iva.

Quando queste operazioni sono rese da un soggetto passivo italiano nei confronti di un soggetto passivo residente in un altro Paese dell’Unione Europea, l’operatore italiano è obbligato all’emissione della fattura, che non prevede l’addebito dell’imposta ma l’indicazione di particolari annotazioni che descrivano puntualmente la ragione dell’esenzione e il trattamento contabile da riversare al documento.

L’estensione dell’obbligo di fatturazione anche alle operazioni non rilevanti ai fini Iva per mancanza del requisito della territorialità, ha una immediata e diretta conseguenza sulla determinazione del volume d’affari ai fini Iva. Infatti queste operazioni, ora soggette a fatturazione, confluiranno nel volume d’affari Iva aumentandolo, e avranno naturalmente riflessi anche sul diritto di accesso al rimborso Iva e sul diritto di accesso al regime semplificato. L’aumento del volume d’affari Iva, invece, non incide sul plafond degli esportatori abituali.

Un’altra importante novità in tema di emissione della fattura riguarda le prestazioni di servizi. Infatti è stata ammessa la possibilità di emissione di un unico documento fiscale nel caso in cui più prestazioni di servizi siano rese ad un medesimo soggetto nell’arco dello stesso mese. Insomma, è stata estesa anche alle prestazioni di servizi la possibilità di emissione della fattura differita, già prevista per le cessioni di beni.

 

Conservazione del documento.

Le novità sono contenute nell’art. 39 comma 3 del DPR 633/72.

Si prevede che, oltre al rispetto delle regole generali di conservazioni dei documenti fiscali (cfr art. 22 del DPR 600/73), le fatture (siano esse elettroniche che cartacee) possano essere conservate elettronicamente. Le fatture elettroniche devono essere conservate elettronicamente.

Il luogo di conservazione elettronica delle fatture può essere situato anche in un altro Stato, a condizione che con lo stesso esista uno strumento giuridico che disciplini la reciproca assistenza.

Imu: pagheremo ancora di più sempre di più, la grande Bufala di Letta e Berlusconi

Come farà il Cavaliere a far cadere un esecutivo che ha realizzato l’unico punto del suo programma elettorale? Da Arcore sono arrivati segnali di giubilo.

L’obiettivo politico è stato raggiunto, la stabilità è assicurata, il premier Enrico Letta annuncia che il governo non ha più una data di scadenza. Nel nome di un presunto interesse nazionale (la difesa delle larghe intese) i fatti sono stati aboliti. Per i pochi a cui interessano ancora, sono questi: l’Imu 2012 sulla prima casa non è stata restituita come promesso da Berlusconi, quella del 2013 è stata condonata a metà, la rata di 2,5 miliardi di giugno non sarà pagata a settembre, grazie a coperture molto creative. Ma gli altri due miliardi per compensare la rata di dicembre non sono stati trovati. C’è soltanto un accordo politico. Se ne riparla a ottobre, con la legge di stabilità per il 2014.   

Il governo ha quindi fatto l’unica cosa in cui finora ha dimostrato una capacità ineguagliata: prendere tempo (o perderlo, a seconda delle valutazioni). L’Imu sulla prima casa doveva garantire all’erario ogni anno 4 miliardi. Abolire una tassa significa trovare una fonte alternativa di gettito per gli anni a venire o tagliare le spese in modo strutturale di pari entità. Il governo ha soltanto annunciato l’arrivo di una Service Tax comunque centrata sulla casa e che dovrà garantire all’erario circa le stesse risorse. O forse di più, perché a gestirla saranno Comuni con le casse vuote.

Ma Letta promette che il carico fiscale sarà redistribuito. Il primo sgravio è per il non profit: la Chiesa, che già era riuscita a schivare l’Imu nel 2013 nonostante la riforma Monti, può stare tranquilla. Sei milioni di italiani senza lavoro aspettano che governo e Quirinale trovino il tempo di occuparsi anche di cose serie e non soltanto degli interessi di Berlusconi.

Il vantaggio per il Governo sarà incassare la Tassa da tutti, priprietari Immobiliari e Inquilini……mangiare due volte nascondendo tutto sotto un unica voce SERVICE TAX.

 

Immigrati e rifugiati con permesso di soggiorno potranno lavorare come dipendenti pubblici nella scuola, negli ospedali o in altri enti pubblici

Immigrati e rifugiati con permesso di soggiorno potranno lavorare come dipendenti pubblici nella scuola, negli ospedali o in altri enti pubblici: l’idea del ministro dell’Integrazione, Cécile Kyenge, è diventata legge, sottolinea il quotidiano Libero. Si tratta in realtà di una legge europea del 2013 recepita dal governo Letta e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 20 agosto.

Scrive Libero:

Con due semplici modifiche a partire dal prossimo 4 settembre, chiunque sia in possesso di unpermesso CE per soggiorno di lungo periodo o sia riconosciuto come rifugiato politico potrà avere accesso ai concorsi per essere assunto nella pubblica amministrazione.

La proposta era stata lanciata dal ministro Kyenge, che chiedeva una legge organica sul diritto di asilo. La ministra aveva portato ad esempio la Regione Emilia Romagna, che già applica in parte queste possibilità, e “molte grandi aziende estere”.

Libero riporta le modifiche apportate dall’esecutivo.

“All’articolo 38, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 1, dopo le parole: ‘Unione europea’ sono inserite le seguenti: ‘e i loro familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro che siano titolari del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente’; b) dopo il comma 3 sono aggiunti i seguenti: ’3-bis. Le disposizioni di cui ai commi 1, 2 e 3 si applicano ai cittadini di Paesi terzi che siano titolari del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo o che siano titolari dello status di rifugiato ovvero dello status di protezione sussidiaria”. Traduzione: chiunque abbia un permesso di soggiorno e non ha la cittadinanza può accedere all’impiego pubblico. Insomma ora gli immigrati faranno lavori che “gli italiani vogliono fare”.

Ringrazziate il Ministro per questo regalo!!

Isola di Man – Parola d’ordine Privacy, Tutela della PMI e Tax 0%

L'ordinamento si ispira a principi giuridici di common law, consuetudini gaeliche, bretoni e anche scandinave
 
Sul piano politico, l'Isola di Man non fa parte del Regno Unito né dell'Unione europea, ma è una dipendenza della Corona britannica (insieme alle Isole del Canale, Guernsey e Jersey). Come tale, è dotata di ampia autonomia, anche fiscale. L'ordinamento giuridico interno (il c.d. “Manx law”) si basa prevalentemente sui principi del common law inglese con influenza di consuetudini gaeliche, bretoni e scandinave. Per quanto riguarda le imposte sui redditi, persone fisiche e giuridiche sono soggette alla medesima imposta, disciplinata dall'Income Tax Act del 1970. Non è previsto un sistema di "ruling".

Tassazione delle persone fisiche
Le persone fisiche residenti sono tassate sul reddito ovunque prodotto, mentre i non residenti sono tassati sui soli redditi prodotti nell'Isola di Man, con alcune eccezioni (per esempio, gli interessi derivanti da conti correnti accesi presso banche dell’Isola sono esenti). Il concetto di residenza non è legalmente definito. In generale, un soggetto si intende residente se, alternativamente:

  • si trova fisicamente sull'Isola di Man per un totale di 6 mesi nel corso del periodo di imposta;
  • è presente sull'Isola, in media, per almeno tre mesi all'anno per quattro anni.

L'imposta si applica ai redditi rientranti in una delle categorie tassativamente stabilite dalla legge:

  • redditi fondiari;
  • redditi da investimenti;
  • redditi da attività commerciali e professionali;
  • redditi da lavoro dipendente;
  • dividendi corrisposti da società del Regno Unito e interessi obbligazionari;
  • redditi di fonte estera;
  • redditi che non ricadono nelle precedenti categorie;
  • i capital gain non sono tassati

Un trust è soggetto a tassazione nell'Isola di Man se almeno uno dei trustee è ivi residente, o nel caso in cui amministrazione e controllo sono eseguiti da soggetti residenti sull'Isola di Man. I trust sono soggetti all'aliquota più alta prevista dalle norme fiscali.
I redditi delle società di persone (partnership) vengono imputati ai soci (partner) in base alla rispettiva quota di partecipazione agli utili, secondo un criterio analogo al principio di trasparenza previsto dal nostro ordinamento.
Attualmente, l’aliquota standard è pari al 10%; i redditi che superano GBP 10.500 (21.000 per le coppie sposate) sono soggetti all’aliquota del 20%. È previsto un limite massimo per l’imposta dovuta dai soggetti residenti, che, per l'anno di imposta 2011/2012, è pari a 120.000 GBP (il doppio per le coppie sposate). I redditi prodotti dai non residenti scontano l’aliquota del 20%.

Tassazione delle società
Le società residenti (e, cioè, quelle costituite secondo le leggi dell'Isola di Man e quelle per le quali l'attività di direzione e di controllo è ivi svolta) sono tassate sul reddito ovunque prodotto. Le società costituite al di fuori dell'Isola e non fiscalmente residenti nell'Isola di Man che hanno una stabile organizzazione nell'Isola stessa sono tassate per i redditi relativi all'attività imprenditoriale ivi svolta.
L'aliquota d'imposta standard sui redditi delle società, residenti e non, è pari allo 0%.

Tale aliquota è entrata in vigore il 6 aprile 2006 e nella stessa data è stata introdotta un'aliquota pari al 10% che si applica nei seguenti casi:

  • banche autorizzate per i redditi derivanti dalla loro attività caratteristica;
  • redditi derivanti dalla locazione e dallo sviluppo di proprietà immobiliari collocate sull'isola di Man, attività mineraria ed estrattiva.

La base imponibile è determinata sulla base del risultato d'esercizio ("accounting profit or loss"), a cui sono apportate le variazioni in aumento o in diminuzione previste dalle disposizioni fiscali. Anche per le società, i capital gain non sono tassati e, di conseguenza, le relative perdite non sono deducibili. Le spese sostenute totalmente ed esclusivamente al fine del conseguimento del reddito imponibile sono deducibili. Gli interessi passivi sono deducibili a condizione che siano tassati in capo al percipiente (sia esso residente o non residente).
I dividendi derivanti da redditi tassati al 10% attribuiscono al percettore un credito d'imposta del 10% che non è rimborsabile qualora il percettore sia una società non residente o una persona fisica. A partire dal 2012, è stato abrogato il regime di “attribuzione” diretta (Attribution Regime of Individuals, o ARI) il quale consentiva, a determinate condizioni, che ai soci residenti si attribuisse per trasparenza l’utile prodotto da una società residente o registrata nell’Isola.
Se la società fa parte di un gruppo societario, le sue perdite possono essere cedute a un'altra società del medesimo gruppo. La perdita ceduta può essere utilizzata per ridurre i profitti tassabili di un'altra società del gruppo per il medesimo periodo d'imposta nel quale le perdite sono emerse o per il periodo d'imposta immediatamente precedente a questo.

L'imposta sul valore aggiunto
Per quanto riguarda l'IVA, l'Isola di Man (al contrario di Guernsey e Jersey) ha optato per l'adozione del regime in vigore nel Regno Unito. Per questo, ai fini dell'applicazione dell'IVA italiana, l'Isola di Man si intende ricompresa nel territorio della Gran Bretagna (art. 7, co. 1, lett. c), del D.P.R. n. 633 del 1972).
Anche le aliquote applicate sono le stesse del Regno Unito (aliquota ordinaria: 20%; aliquote ridotte 0% e 5%). Alle prestazioni alberghiere si applica l’aliquota ridotta del 5%.

Le altre imposte
Presupposto dell'imposta sulla proprietà immobiliare (real estate tax) è la proprietà o l'occupazione di immobili collocati nell'Isola. L'imposta, che colpisce società e persone fisiche, è determinata sulla base della rendita annua e varia secondo l'area in cui l'immobile è ubicato.
Per le società residenti nell'Isola, le società costituite ai sensi della legge dell'Isola stessa o quelle registrate ai sensi del Company Act 1931, part XI, è previsto il pagamento dei “diritti societari” (company charge). La legge prevede alcuni casi di esenzione (per esempio, compagnie di assicurazione). I diritti sono pari a 250 GBP annuali.
Non esiste un'imposta sul patrimonio delle persone fisiche né un'imposta sulle successioni e le donazioni. Non esiste un'imposta sul patrimonio netto delle società.
L'Isola di Man ha stipulato un accordo doganale e sulle accise con il Regno Unito. Tale accordo estende l'applicazione delle imposte indirette vigenti nel Regno Unito anche all'Isola di Man.

Dichiarazioni, obblighi strumentali e versamento delle imposte
L'anno di imposta inizia il 6 aprile e termina il 5 aprile dell'anno successivo (al pari del sistema inglese). Per le persone fisiche, la dichiarazione dei redditi deve essere presentata entro il 6 ottobre successivo alla fine dell'anno di imposta cui si riferisce, mentre l'imposta deve essere versata a saldo entro il 6 gennaio successivo all'anno d'imposta cui si riferisce. L'acconto è determinato nella misura del 105% delle imposte relative all'anno precedente. I coniugi (e i soggetti in regime di “unione civile”) possono optare per la tassazione congiunta.
Con decorrenza dal 6 aprile 2007 è stato introdotto, per le società, il regime c.d. "pay and file" (paga e dichiara). Con l'introduzione di tale regime, si è passati da un sistema di dichiarazione basato sul periodo di imposta a uno basato sull'esercizio contabile. In base al nuovo regime, il periodo d'imposta coincide con quello contabile ("accounting period"); la presentazione della dichiarazione dei redditi e il versamento delle imposte avvengono nello stesso giorno. Il termine è di 12 mesi e un giorno dalla data di chiusura dell'esercizio ("period of account").

Capitale: Douglas
Lingua ufficiale: inglese, mannese
Moneta: sterlina di Man (GBP)
Stato sovrano: Regno Unito
Forma di governo: monarchia parlamentare (dipendenza della Corona britannica con un proprio autonomo Parlamento)
 

Per coloro che fossero interessati ad aprire Company in Isle of Malta posso contattarci.