Iva: via libera del Consiglio Ue a due direttive antifrode

Entrambe intervengono su due precedenti provvedimenti e sono state approvate per contrastare il fenomeno
 
Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato due direttive che permetteranno agli Stati membri di fronteggiare meglio e con maggiore incisività i casi di frode Iva, facilitando la reazione rapida anche attraverso misure specifiche nei riguardi delle frodi-carosello che incidono pesantemente sul bilancio comunitario. Le frodi carosello, come noto, si sono affermate negli ultimi anni e si concretizzano in un abuso del sistema dell'Iva. In particolare, si tratta di operazioni finanziarie finalizzate a realizzare attività economiche fittizie per ottenere crediti di imposta con profitti per centinaia di milioni di euro. Lo scopo della frode è far "rientrare" l'Iva attraverso una operazione fittizia e utilizzando società di comodo.
 
La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale
Le due direttive sono state pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 26 luglio 2013 (L201) in materia di meccanismo di reazione rapida, in sigla QRM (Quick Reaction Mechanism), e di reverse charge (inversione contabile). I provvedimenti prevedono che gli Stati membri possano applicare, fino al 31 dicembre 2018, il meccanismo del reverse charge, inversione contabile, alle cessioni per un periodo minimo di due anni nell’ambito dei seguenti settori: gas, energia elettrica e relativi certificati; console di gioco; tablet, computer e cellulari; cereali e colture industriali; metalli.
 
Le due direttive in dettaglio
La prima direttiva, 2013/42/UE del Consiglio, del 22 luglio 2013, interviene modificando la direttiva 2006/112/CE relativa al sistema comune d'imposta sul valore aggiunto, per quanto riguarda un meccanismo di reazione rapida contro le frodi in materia di Iva; la seconda direttiva, 2013/43/UE del Consiglio, del 22 luglio 2013, interviene modificando, invece, la direttiva 2006/112/CE relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto in merito all'applicazione facoltativa e temporanea del meccanismo dell'inversione contabile alla cessione di alcuni beni e alla prestazione di alcuni servizi a rischio di frodi.
Entrambe le direttive troveranno applicazione fino al 31 dicembre 2018, con possibilità di successivo rinnovo su proposta della Commissione UE e con l’approvazione unanime del Consiglio.
 
Meccanismo di reazione rapida 
Tenuto conto dei numerosi casi di frode che si sono verificati negli ultimi anni, una risposta rapida ed eccezionale a ulteriori casi di frode improvvisa è assicurata dalla misura speciale del meccanismo di reazione rapida (Quick Reaction Mechanism – QRM), che consiste nella facoltà di applicare l'inversione contabile per un breve periodo, a seguito di notifica appropriata da parte dello Stato membro interessato. La Commissione europea, una volta in possesso dei dati, dovrebbe disporre di un breve periodo per valutare la notifica e confermare se ha obiezioni nei confronti della misura speciale del QRM.
 
I poteri dei singoli Stati e della Commissione Ue
Lo Stato membro che ha notificato l'intenzione di applicare la misura speciale del QRM può farlo soltanto dopo che la Commissione europea ha notificato l'assenza di obiezioni.   
Nel caso in cui la Commissione esprima obiezioni nei confronti della misura speciale del QRM, elabora un parere negativo entro un mese dalla notifica e ne informa lo Stato membro interessato e il comitato Iva. In caso contrario, informa per iscritto lo Stato membro interessato e il comitato Iva entro lo stesso termine. Lo Stato membro può adottare la misura speciale del QRM a decorrere dalla data di ricevimento della conferma.

Trasferimento di ramo d´azienda: cessionario, responsabile in solido

È chiamato a rispondere per il pagamento dei debiti preesistenti all’operazione, a nulla rilevando l’accertamento giudiziale del soggetto passivo d’imposta
 
La responsabilità tributaria in caso di cessione d’azienda è specificamente regolata dall’articolo 14 del Dlgs 472/1997 (decreto legislativo emanato per attuare la delega sulle sanzioni amministrative tributarie non penali), il cui primo comma dispone che il cessionario è responsabile in solido (fatto salvo il beneficio della preventiva escussione del cedente ed entro i limiti del valore dell'azienda o del ramo d'azienda) per il pagamento dell'imposta e delle sanzioni riferibili alle violazioni commesse nell'anno in cui è avvenuta la cessione e nei due precedenti, nonché per quelle già irrogate e contestate nel medesimo periodo, anche se riferite a violazioni commesse in epoca anteriore.
A sua volta il codice di diritto comune prevede, al primo comma dell’articolo 2560 cc, che l'alienante l’azienda non è liberato dai debiti, inerenti all'esercizio dell'azienda ceduta anteriori al trasferimento, se non risulta che i creditori vi hanno consentito, mentre al successivo capoverso si statuisce che nel trasferimento di un'azienda commerciale risponde dei debiti suddetti anche l'acquirente dell'azienda, se essi risultano dai libri contabili obbligatori.
 
Nella controversia oggetto della sentenza in rassegna (Cassazione n. 14169/2013), la società conferitaria aveva opposto alla pretesa dell’ente impositore che il debito per il pagamento della tassa per l’occupazione di spazi e aree pubbliche, sorto in capo alla società conferente il ramo d’azienda, non poteva essere richiesto giudizialmente alla società conferitaria in quanto il relativo debito non emergeva dalle scritture contabili obbligatorie.
 
La pronuncia, in primo luogo, ha ricordato la propria giurisprudenza in merito alla qualificazione del trasferimento di ramo d'azienda, anche mediante conferimento, in termini di successione a titolo particolare, riconducibile al genus della cessione d'azienda, come affermato nella sentenza 19 novembre 2007, n. 23936, citata da questa in commento, per la quale il trasferimento dell'azienda o di un ramo d'azienda configura una successione a titolo particolare nei rapporti preesistenti; il che, sul piano processuale, determina, ai sensi dell'articolo 111 cpc, la prosecuzione del processo in corso tra le parti originarie, salvo il diritto del successore a titolo particolare di intervenire nel processo o la possibilità di chiamata in causa dello stesso, atteso che detto trasferimento non ne determina l'estinzione.
 
Nella successiva sentenza 19 gennaio 2010, n. 792, fu evidenziato che, qualora la successione riguardi un appalto con la PA ricompreso in un ramo di azienda oggetto di conferimento in favore di una società, poiché la prova della avvenuta successione deve riguardare, oltre che il conferimento del ramo d'azienda e l'inclusione in questo del suddetto contratto, anche l'avvenuta effettuazione della comunicazione di cui all'articolo 35, comma 1, della legge n. 109/1994, secondo le modalità previste dal Dpcm 11 maggio 1991, n. 187 (applicabili ratione temporis), attesa l'indefettibilità di tale adempimento per l'efficacia della cessione nei confronti dell'Amministrazione.
 
Nell’ambito tributario, invece, la pronuncia della Suprema corte 29 settembre 2006, n. 21229, aveva evidenziato che, in caso di conferimento di un'azienda individuale in una società, sia essa di persone o di capitali, si verifica un fenomeno traslativo soggetto alla disciplina dell'articolo 2558 e seguenti del codice civile, consistente nella cessione dell'azienda del conferente in favore del soggetto cui viene ceduta. Pertanto, per effetto di tale trasferimento, l'alienante acquista la posizione di socio della società, ma, salvo che non risulti il consenso dei creditori, egli non è liberato dai debiti inerenti all'esercizio dell'azienda ceduta, anteriori al trasferimento, con l’effetto di essere legittimato a contestarne l'esistenza, mentre la corresponsabilità del cessionario nei confronti dei creditori aziendali pretende, quale elemento costitutivo essenziale, l'intervenuta annotazione dei debiti nei libri contabili obbligatori, ai sensi dell'articolo 2560, secondo comma, cc. Occorre rilevare, però, come in tale controversia risultava applicabile ancora l'articolo 19 della legge 7 gennaio 1929, n. 4, il quale individua(va) la responsabilità dell'autore della violazione di norma tributaria per tributo, tassa e soprattassa, mentre condiziona(va) la corresponsabilità in solido del successore in un'azienda commerciale o industriale, per i tributi relativi alla medesima, alla presunzione legale di frode nel trasferimento.
 
L’accertamento giudiziale della Commissione tributaria in base non soltanto alla perizia allegata all’atto di conferimento dell’esistenza del debito tributario in capo alla società conferente, ma anche “alla documentazione contabile di supporto”, ha attestato l’applicabilità della disciplina codicistica, non avendo potuto riscontrare, per carenza di richiesta giudiziale del contribuente, l’applicabilità di quella tributaria dettata dall’articolo 14 del Dlgs n. 472, il cui secondo comma prevede – come noto – che l'obbligazione del cessionario è limitata al debito risultante, alla data del trasferimento, dagli atti degli uffici finanziari e degli enti preposti all'accertamento dei tributi di loro competenza.
A sua volta il, terzo comma dispone che gli uffici e gli enti indicati nel comma 2 sono tenuti a rilasciare, su richiesta dell'interessato, un certificato sull'esistenza di contestazioni in corso e di quelle già definite per le quali i debiti non sono stati soddisfatti, avendo cura di aggiungere che “Il certificato, se negativo, ha pieno effetto liberatorio del cessionario, del pari liberato ove il certificato non sia rilasciato entro quaranta giorni dalla richiesta”.

In ordine al profilo processuale tributario, si rammenta che la Corte regolatrice del diritto ha già affermato nella sentenza 12 gennaio 2012, n. 255, che l’articolo 14, comma 6, del Dlgs n. 546/1992, prevede che possono intervenire volontariamente o essere chiamati in giudizio i soggetti che, insieme al ricorrente, sono destinatari dell'atto impugnato o parti del rapporto tributario controverso. Ne consegue che è stato ritenuto, dai giudici di Cassazione, legittimo – anche in appello – l’intervento del cessionario dell’azienda responsabile ai sensi dell’articolo 14 del Dlgs n. 472/1997 per il pagamento dell'imposta e delle sanzioni riferibili alle violazioni commesse dal cedente nei limiti temporali ivi indicati.
Non si riscontrano precedenti giurisprudenziali negli esatti termini.

 
Quindi ponete attenzione all'acquisto di aziende in quanto pianificare il trasferimento è importante. 
 
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Malta: mare, sole, storia e tanta attrattiva per le PMI Italiane

Fin dal momento del suo ingresso nell’UE nel 2004, Malta ha dato avvio ad un processo complesso di modernizzazione del la propria economia.
Ed è sempre più riconosciuta come estremamente funzionale, competitiva a livello di costi, una giurisdizione rigorosamente regolata, fortemente
orientata verso l’investimento nell’istruzione e nella formazione del personale qualificato. L’espansione dei servizi finanziari, del settore del gaming e dei servizi di trasporto aereo ha avuto ritmi di crescita molto superiori negli ultimi anni, determinando una forte necessità di professionalità altamente qualificate. 
 
È stato creato un framework di incentivazione per attirare l’interesse di alcune figure professionali a considerare favorevole l’offerta di lavoro proveniente da aziende localizzate ed operanti a Malta e in settori autorizzati e riconosciute rispettivamente dall’Autorità Finanziaria (Malta Financial Services Autority), dalla Lotteries and Gaming Authority o in possesso di certificato di operatore aereo.
 
Tali incentivazioni sono prevalentemente di natura fiscale e, oltre ad essere particolarmente convenienti, risultano essere ancora più interessanti poiché sono stabilite per un periodo di 4 o 5 anni con condizioni chiare e facilmente dimostrabili.
 
Schema di Regolamento
 
a) Reddito da lavoro
Il reddito derivante da un rapporto di lavoro riconducibile ad una qualifica professionale di cui all’elenco riportato più sotto, svolto presso una società autorizzata e/o riconosciuta dalla Malta Financial Services Authority è soggetto a tassazione con un’aliquota forfettaria del 15%, a condizione che l’ammontare del reddito sia uguale o superiore a € 75.000,00. Detto importo viene adeguato annualmente in base alla variazione dell’indice dei prezzi al dettaglio e – per l’esercizio 2013 – è determinato in euro 80.100,00.
L’aliquota forfettaria del 15% viene applicata fino ad un reddito massimo di € 5.000.000,00 (cinque milioni di euro); ogni eccedenza è esente da imposta.
L’aliquota d’imposta del 15% si applica per un periodo consecutivo di cinque anni nel caso di soggetti residenti nello Spazio Economico Europeo (vale a dire i paesi dell’UE più la Norvegia,Islanda e Liechtenstein) e dei soggetti residenti in Svizzera, mentre è ridotto a quattro anni per i cittadini di Paesi terzi.
Il periodo di quattro o cinque anni, a seconda dei casi, decorre dal momento di acquisizione della residenza fiscale a Malta.
 
b) Contratto minimo di attività
Il professionista può beneficiare dell’aliquota agevolata del 15% se soddisfa tutte le seguenti condizioni:
1. è titolare di redditi di lavoro assoggettabili all’imposta sul reddito a Malta;
2. ha un contratto di lavoro regolato dalla normativa maltese e dimostri alle autorità competenti – Malta Financial Services Authority (nel caso di servizi finanziari), Lotteries and Gaming Authority (nel caso di servizi di gaming) e Transport Malta (nel caso di servizi di trasporti aerei) – che il contratto ha un regolare ed effettivo svolgimento a Malta.
Nota: nel caso di rapporti di lavoro frazionati tra società appartenenti allo stesso gruppo ed in rapporto di controllo al 100% sarà sufficiente che il reddito complessivo (esclusi i fringe benefits) superi la soglia minima come sopra indicato;
 
3. dimostri alle autorità competenti – Malta Financial Services Authority (nel caso di servizi finanziari), Lotteries and Gaming Authority (nel caso di servizi di gaming) e Transport Malta (nel caso di servizi di trasporti aerei) – di avere maturato almeno cinque anni di esperienza professionale;
 
4. non benefici di detrazioni specifiche dedicate ai professionisti espatriati nel campo dei servizi di investimento (ai sensi dell’articolo 6 della Legge sulla tassazione del reddito); 
 
5. determini la base imponibile quale sommatoria di tutti i redditi di lavoro erogati dal datore di lavoro o da terze parti, riconducibili al datore di lavoro principale;
 
6. dimostri alle Autorità competenti – Malta Financial Services Authority (nel caso di servizi finanziari), Lotteries and Gaming Authority (nel caso di servizi di gaming) e Transport Malta (nel caso di servizi di trasporti aerei) – che svolge un’attività che rientri nell’elenco che segue;
 
7. dimostri che:
i. dispone di risorse stabili e regolari sufficienti per mantenere se stesso ei suoi familiari senza ricorrere al sistema di assistenza sociale a Malta;
ii. risiede in un alloggio considerato normale per una famiglia analoga alla sua a Malta, che corrisponda agli standard di salute e sicurezza in vigore a Malta;
iii. è in possesso di un documento di viaggio valido;
iv. dispone di un’assicurazione malattia per sé e per i membri della sua famiglia, tale da non dover gravare sul sistema sanitario pubblico Esclusioni e decadenza
 
Il reddito individuale derivante da rapporto di lavoro in una delle posizioni eleggibili come sopra elencate non si qualificherà per l’aliquota ridotta del 15% se il datore di lavoro erogante beneficia già di vantaggi nell’ambito di leggi di incentivazione del lavoro o di supporto delle attività commerciali oppure se il percettore è socio e detiene (direttamente o indirettamente) una quota maggiore del 25% della società (autorizzata/riconosciuta da MFSA o da LGA o TM) presso la quale presta il servizio professionale.
 
Il beneficio della tassazione flat al 15% decade nel momento in cui viene richiesta altra agevolazione / beneficio / esenzione / rimborso, fatta eccezione per le ritenute operate alla fonte dal sostituto d’imposta.
Sono state inoltre introdotte disposizioni di contrasto agli split contracts, a quelle ipotesi cioè, che prevedono un frazionamento dei compensi riconducibili allo stesso datore di lavoro e parzialmente non imponibili a Malta.
 
Qualifiche professionali rientranti nello Schema agevolativo:
• operatore professionale assicurazioni /professionista attuariale
• Aviation Accountable Manager
• Ispettore idoneità al volo
• Operations Aviation Inspector
• Operations Manager Aeronautica (a terra)
• Aviation Training Manager
• Amministratore Delegato
• Chief Financial Officer
• Chief Commercial Officer
• Direttore tecnico (società di assicurazione)
• Responsabile Investimenti
• Operations Officer
• Responsabile controllo dei rischi
• Responsabile Information Technology
• Chief Underwriting Officer
• Responsabile delle Relazioni con gli Investitori
• Responsabile Marketing /canali di distribuzione
• Responsabile di Ricerca e Sviluppo (ivi compresa Search Engine Optimization e architettura di sistemi)
• Portfolio Manager
• Senior Analyst
• Trader Senior / Trader
• Specialista compilatore Scommesse
 
II. High Net Worth Individuals Residence Scheme
 
Un secondo schema di agevolazione sul reddito delle persone fisiche (aliquota confermata al 15%) è previsto per i cosiddetti High Net Worth Individuals
per i quali, ottenuto lo status di HNWI, è previsto – oltre al rilascio della carta di identità maltese – il riconoscimento di “residente agevolato”.
 
Vantaggi previsti dallo Schema:
– tutti i redditi di fonte estera percepiti a Malta sono assoggettati ad un’aliquota fissa del 15%
(con un minimo di imposta di euro 20.000,00/ anno, al quale vanno aggiunti euro 2.500,00 per ogni membro del nucleo familiare inclusonel permesso di soggiorno). Vengono fatti salvi – in questo Schema – i trattati contro le doppie imposizioni;
 
– se il reddito di fonte estera non viene finanziariamente percepito a Malta, rimane escluso dalla base imponibile maltese;
– se il reddito deriva da plusvalenza da fonte estera viene considerato esente anche se percepito finanziariamente a Malta.
 
Condizioni per il riconoscimento dello Status
 
Per il riconoscimento dello Status si necessita:
a) che il richiedente detenga a Malta un immobile in proprietà o in locazione prima della data della domanda. Se il richiedente opta per l’acquisto o per un contratto di leasing, il regime prevede un valore minimo della proprietà in questione non inferiore a € 400.000,00; mentre nel caso di un contratto di locazione, è necessario che il canone di locazione abbia valore non inferiore a € 20.000,00 all’anno e risieda abitualmente ed ufficialmente all’indirizzo dell’immobile a disposizione;
b) che il richiedente limiti la sua presenza in altre giurisdizioni a periodi inferiori a 183 giorni/anno;
c) che il richiedente dimostri di essere titolare di redditi sufficienti a non dover ricorrere al sistema di assistenza asociale maltese;
d) la stipula di idonea copertura assicurativa con società autorizzata maltese o con una società internazionale di assicurazione sanitaria, a condizione
che i documenti rilevanti e comprovanti l’esistenza della polizza di assicurazione siano sottoposti al servizio competente al momento della domanda;
e) del superamento della verifica da parte del Commissioner of Inland Revenue del test di appropriatezza ed onorabilità che include indagini reputazionali, assenza di procedimenti per particolari reati quale riciclaggio, pedofilia, crimini contro l’umanità ed altre verifiche ritenute necessarie.
 
Ovviamente, nel caso in cui il titolare dello status di “residente agevolato” secondo lo schema HNWI percepisca redditi da fonti maltesi, la tassazione
sul relativo reddito sarà del 35% come per gli altri residenti.
 
 
 

Oggi è importante avere un TRUST oppure una Società Immobiliare. perche? Rappresentante omette i versamenti. Valido il sequestro dei suoi beni

La confisca per equivalente può colpire sia il patrimonio della società che ha tratto vantaggio dal reato di evasione sia quello della persona fisica che lo ha commesso
 
L’azione illecita posta in essere dal rappresentante legale di società a responsabilità limitata e commessa nell’interesse e a vantaggio delle stesse società fa sì che la responsabilità per il reato sia attribuita alla persona fisica, nonostante non ne abbia tratto vantaggio.
Lo ha precisato la Cassazione, con la sentenza n. 32944 del 30 luglio.
 
I fatti
Il 13 luglio 2012 il tribunale di Pescara rigettava la richiesta di riesame di una contribuente indagata del reato di cui all’articolo 10-ter del Dlgs 74/2000. Già con decreto del Gip dello stesso tribunale erano stati sequestrati, nell’aprile 2012, beni mobili e immobili di proprietà della signora fino a concorrenza dell’importo delle imposte evase da tre società (per un ammontare complessivo di 839.759 euro), delle quali la stessa era legale rappresentante.
La signora, pur avendo il dovere di accantonare le somme destinate al versamento dell’Iva per l’esercizio 2010, non aveva assolto agli specifici obblighi tributari per la “mala gestio” delle risorse (rilevata dal tribunale, pagina 7 dell’ordinanza impugnata).
 
Di conseguenza, il tribunale riteneva infondate le deduzioni difensive incentrate anche sul fatto che i beni personali dell’indagata non potessero essere assoggettati al sequestro in vista della confisca, in quanto il profitto dell’omesso versamento Iva si era concretizzato soltanto in favore delle tre società. Riteneva, in particolare, che:
  • il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente del profitto del reato poteva incidere indifferentemente sia sui beni della società coinvolta per aver tratto vantaggio dal reato di evasione sia su quello della persona fisica che materialmente lo aveva commesso, stante la sua partecipazione attiva nel reato
  • restava ferma l’insuperabilità del limite del sequestro, da circoscrivere all’importo evaso
  • erano infondate le difese dell’indagata con riferimento alle ragioni che avevano determinato, suo malgrado, l’omesso versamento, asseritamente dovuto a una grave crisi finanziaria che aveva colpito prima una società e poi, a cascata, le altre due aziende.

Avverso l’ordinanza del giudice del riesame, la signora ha proposto ricorso per cassazione, deducendo, tra l’altro:

  • nullità del provvedimento impugnato, in quanto il tribunale, ritenendo assoggettabili a sequestro finalizzato alla confisca i beni personali della legale rappresentante delle società, avrebbe erroneamente applicato la legge penale, proprio perché la norma tributaria esclude tale eventualità laddove il profitto sia realizzato dalla società di cui il soggetto fisico autore del reato sia amministratore o rappresentante legale, dovendosi distinguere nettamente le due posizioni
  • vizio di motivazione con riguardo all’argomentazione sviluppata dal tribunale circa un obbligo preventivo di accantonamento, da parte della signora, delle somme occorrenti per il versamento dell’Iva relativa alle tre aziende, anche perché tale circostanza rafforzava l’ipotesi del profitto realizzato dalle società e non dalla stessa rappresentante legale cui, di conseguenza, non poteva essere addebitato alcunché. Doveva, quindi, essere esclusa la confiscabilità dei beni personali della signora (con preclusione, quindi, della possibilità di sequestrare gli stessi beni), in quanto il vantaggio (e, dunque, il profitto) derivante dal reato di omesso versamento era riferibile soltanto alla società e non all’amministratore quale persona fisica.

La Corte, respingendo il ricorso, ha affermato che “…ferma restando la natura sanzionatoria del sequestro per equivalente…, non è possibile che il soggetto fisico autore dell’illecito commesso a vantaggio della società non possa, per ciò solo, andare esente da responsabilità, avendo egli stesso partecipato alla commissione dell’illecito: l’unico limite vigente in materia è quello della insuperabilità … del valore del compendio sequestrato rispetto all’entità del profitto ricavato…” (Cassazione 32944/2013).
 
Osservazioni
La questione di diritto esaminata nella fattispecie sottoposta al vaglio della Corte riguarda l’assoggettabilità dei beni dell’indagato alla misura del sequestro preventivo per il reato di omesso versamento d’imposte da parte della società.
I giudici di legittimità, dopo aver ribadito che, in materia di reati tributari (quale quello oggetto della fattispecie esaminata dalla Corte), il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente è riferibile all’ammontare dell’imposta, costituendo esso il vantaggio patrimoniale direttamente derivante dalla condotta illecita ed è, quindi, riconducibile al concetto di profitto del reato, hanno precisato che gli effetti dell’azione illecita posta in essere dal rappresentante legale delle società si producono nei confronti di queste ultime.
 
Con un’ulteriore precisazione della Corte riguardo il rapporto tra natura della confisca e responsabilità del reato.
Per la natura sanzionatoria del sequestro per equivalente ex articolo 321 cpp, del reato risponderebbe non solo il suo autore, ma anche la società che ne ha tratto vantaggio: la società, alla luce del principio “solidaristico” che lega la responsabilità dell’autore materiale dell’illecito al soggetto a cui vantaggio l’azione illecita viene commessa e che non può, per ciò, considerarsi estraneo al reato (Cassazione, sentenza n. 28731/2011); l’autore del reato, che non potrebbe rimanere esente da responsabilità, nonostante abbia commesso il fatto ma non ne abbia tratto vantaggio.
 
A tale riguardo, la Corte ha chiarito che uno degli effetti derivanti dalla natura sanzionatoria della confisca è la riconducibilità dell’azione delittuosa e degli effetti che a essa conseguono a tutti i soggetti che abbiano partecipato a vario titolo al reato, con l’unico limite della insuperabilità – non contestata dalla difesa nella fattispecie al vaglio della Corte – del valore del compendio sequestrato rispetto all’entità del profitto ricavato (Cassazione n. 32944/2013).
 
Ma nella pronuncia nessuna regola è stabilita con riferimento all’eventuale ordine da seguire nell’escussione dei patrimoni, forse perché in una precedente pronuncia i giudici di piazza Cavour hanno precisato che “il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente sui beni della persona fisica non richiede, per la sua legittimità, la preventiva escussione del patrimonio della persona giuridica nell’interesse della quale il reato è stato commesso…” (Cassazione, sentenze n. 20976/2012, n. 7138/2011 e n. 10838/2007), non esistendo alcuna norma che impone di perseguire il patrimonio della persona giuridica beneficiaria, prima di aggredire il patrimonio della persona fisica (Cassazione, 24851/2013). O ancora perché, nella fattispecie sottoposta al vaglio dei giudici di piazza Cavour, il sequestro dei beni della legale rappresentante è avvenuto per una somma corrispondente alle imposte non versate e il patrimonio della signora è risultato capiente.

Un TRUST Maltese è la soluzione per la tutela dei vostri beni e del patrimonio familiare.

 

Il mancato versamento dell’IVA oltre 50.000 euro non è sempre reato penale

È certamente degna di nota la recente sentenza pronunciata dalla III sezione penale del Tribunale di Milano (R.G. sent. n. 8679/12 del 13 luglio 2012, dep. il successivo 28 luglio 2012) con cui il legale rappresentante pro tempore di una società di servizi è stato assolto dall’incriminazione tributaria di omesso versamento dell’Iva – con la formula ampiamente liberatoria del “perché il fatto non costituisce reato” – ovvero, per la mancanza dell’elemento soggettivo richiesto per l’integrazione del reato disciplinato dall’art. 10 ter  D. Lvo n. 74 del 2000.

Com’è noto, tale incriminazione punisce – fra l’altro – chiunque, possedendo la carica di amministratore in pectore in seno ad una società, vuoi di persone vuoi di capitali, non provvede al versamento dell’I.V.A. dovuta dall’impresa in base alla dichiarazione annuale – per un importo superiore ad Euro 50.000,00 ed entro il termine perentorio del giorno 27 del mese di dicembre dell’anno solare successivo al periodo d’imposta di riferimento. 

Invero, e fatte salve sporadiche eccezioni, sino ad oggi il trend giurisprudenziale in materia si era attestato nel riconoscimento – quasi automatico e, dunque, oggettivo – della responsabilità penale degli organi di vertice di società contribuenti ritenuti colpevoli per il solo fatto di non aver provveduto – nei termini appena indicati – al versamento dell’imposta sul valore aggiunto in beneficio dell’erario statale.

Tuttavia, il Tribunale di Milano ha ritenuto – con una motivazione del tutto fedele ai più noti principi in tema di elemento soggettivo del reato sanciti dagli artt. 27 Cost. e 42 C.p. – di dover nell’occasione prosciogliere l’amministratore d’impresa dalla commissione del delitto tributario di omesso versamento dell’Iva.

Nel caso di specie, l’imputato – che aveva assunto ex novo la carica di amministratore a ridosso della scadenza prevista per il versamento dell’Iva dovuta dalla società in base alla dichiarazione annuale – si era difatti trovato nell’impossibilità di poter eseguire in termini il saldo dell’imposizione tributaria a causa del grave stato di crisi economico/finanziaria che aveva colpito l’impresa durante l’esercizio sociale ancora in corso.

In una consimile situazione di fatto, l’applicazione rigorosa del prevalente indirizzo giurisprudenziale – sino ad oggi adottato nei giudizi penali chiamati per i reati di cui agli artt. 10 bis  e 10 ter del D. Lvo n. 74 del 2000 – avrebbe probabilmente condotto alla pronuncia di una sentenza di condanna nei confronti del legale rappresentante d’impresa, bastando solitamente la prova oggettiva dell’invio telematico della dichiarazione annuale d’imposta agli uffici dell’Agenzia delle Entrate oltre quella del mancato versamento del tributo – per un ammontare superiore ad Euro 50.000, 00 ed entro il termine stabilito per il pagamento dell’acconto Iva relativo all’annualità solare successiva.

Nell’occasione, il Tribunale di Milano si è tuttavia spinto ad esaminare anche le tangibili motivazioni che avevano indotto l’imputato ad omettere il versamento dell’Iva nell’interesse della società legalmente rappresentata, dando rilievo alla situazione di illiquidità finanziaria – sopravvenuta e riconducibile alla gestione del precedente amministratore in pectore – che non avrebbe permesso al succedano organo di vertice di procedere in quel torno di tempo alla liquidazione del tributo dovuto per il trascorso periodo d’imposta. 

Da qui, l’irreprensibile decisione del Giudice di merito che ha ritenuto di dover assolvere l’imputato dal delitto in contestazione per l’insussistenza dell’elemento soggettivo del reato, ovvero, del dolo generico richiesto dal legislatore penale/tributario per l’integrazione della fattispecie di omesso versamento dell’Iva.

È pertanto auspicabile che nelle aule di giustizia si prenda buona nota dell’orientamento assunto dal Tribunale di Milano che, nel particolare momento di difficoltà in cui versano le imprese italiane, appare a molti oltre che giuridicamente corretto anche – e soprattutto – opportunamente equanime.

Reati tributari: l´omesso versamento dell´imposta sul valore aggiunto

L'art. 10 ter (Omesso versamento di IVA) del D.L.vo 74/2000, introdotto dal decreto legge n. 223 del 2006, a decorrere dal 4 luglio 2006 estende l'applicazione dell'art. 10 bis (Omesso versamento di ritenute fiscali) del medesimo decreto legislativo all'omesso versamento dell'imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo.

In relazione al contenuto della norma, il rinvio a quanto previsto dall’art. 10 bis, determina la previsione di una sanzione penale da 6 mesi a 2 anni di reclusione e prevede la punizione unicamente per quelle condotte omissive aventi ad oggetto un ammontare superiore a cinquantamila euro per ciascun periodo di imposta.
L’avvenuta presentazione della dichiarazione IVA costituisce presupposto indispensabile per la sussistenza del delitto qui in esame.
Ulteriore elemento è che l’omissione abbia ad oggetto le somme dovute sulla base di questa, per come auto-liquidate dal contribuente.
Il legislatore ha limitato la condotta qui penalmente rilevante solo ai casi nei quali una tale dichiarazione è stata presentata e con riferimento alle somme per essa dovute, in quanto la mancata presentazione della dichiarazione IVA con contestuale versamento di imposta è punita dall’art. 5 del d.lgs. 74/2000. Un problema di concorso di reati non può aversi tra il delitto di cui all’art. 10 ter e quello di cui all’art. 5 in materia di omessa presentazione della dichiarazione, trattandosi di ipotesi del tutto alternative.
 Infatti, se la dichiarazione non è stata presentata sarà configurabile unicamente il delitto di cui all’art. 5, mentre laddove la dichiarazione è stata presentata e non si è provveduto a pagare l’IVA in essa indicata nessuna omessa dichiarazione sarà presente ricorrendo al più la fattispecie di cui all’art. 10 ter.
Il delitto in esame è strutturato come un reato omissivo proprio, istantaneo.
Per quanto riguarda il bene giuridico, l’oggetto della tutela deve essere individuato nell’interesse dell’Erario alla tempestiva ed efficace riscossione delle imposte nella dichiarazione annuale.
Si tratta di un reato proprio potendo essere commesso esclusivamente da un soggetto IVA il quale abbia presentato una dichiarazione annuale con un saldo debitorio superiore ai 50.000,00 euro.
La condotta, di natura omissiva, è data dal mancato versamento dell’IVA risultante dalla dichiarazione annuale presentata.
 Secondo l’opinione prevalente presupposto indispensabile affinché l’omissione possa avere rilevanza è, innanzitutto, che il soggetto attivo abbia presentato la dichiarazione annuale IVA sulla cui base questi risulti debitore delle somme, poi, non versate.
La necessità di questa avvenuta presentazione della dichiarazione emerge dal dato letterale della norma ove si fa riferimento al mancato versamento dell’imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale.
Diversamente, secondo altra dottrina, per la consumazione di questo reato non è necessario che sia intervenuta la presentazione materiale della dichiarazione; ciò in quanto: a) la dichiarazione qui serve solo come mero riferimento per la determinazione quantitativa del debito di imposta; b) non avrebbe senso riservare un trattamento sanzionatorio più aspro nei confronti del contribuente che abbia adempiuto all’obbligo strumentale di presentare la dichiarazione lasciando, invece, penalmente indenne che quell’obbligo non abbia osservato.
Per la sussistenza del delitto è necessario che l’IVA indicata nella dichiarazione annuale e non versata sia per un ammontare superiore a cinquantamila euro per ciascun periodo di imposta.
In relazione alla entità della soglia di punibilità, perplessità sorgono in ordine alla differenza tra questa e quella prevista dall’art. 5 in materia di omessa presentazione della dichiarazione. Infatti, nel caso dell’art. 5 l’omessa dichiarazione è penalmente rilevante solo se comporta una evasione per ciascuno tipo di imposta pari a 77.468,53. Da ciò deriva la paradossale conseguenza che laddove un contribuente presenti regolarmente la dichiarazione IVA e non versi l’imposta dovuta sulla base di essa per un importo superiore a 50.000,00 euro ma inferiore a 77.468,53 commetterà il delitto di cui all’art. 10 ter, mentre se quello stesso contribuente non avesse presentato alcuna dichiarazione non avrebbe commesso alcun reato, essendo l’imposta evasa inferiore alla soglia di punibilità prevista dall’art. 5. Il tutto, in modo obiettivamente irrazionale e oggetto di una possibile violazione dell’art. 3 della Cost., apparendo illogico sanzionare con una soglia di punibilità più bassa chi, presentando la dichiarazione, ha , comunque, auto-liquidato l’imposta dovuta, rispetto a chi, invece, non presentando alcuna dichiarazione, si è occultato all’Erario, rendendo sicuramente più difficile accertare sia la presenza di quel soggetto IVA sia l’imposta del medesimo dovuta e non versata. Analoga situazione e simili perplessità sorgono anche con riferimento all’art. 3, in materia di dichiarazione fraudolenta,  in ordine alla più alta soglia di punibilità prevista (evasione di imposta superiore a 77.468,53) per questa fattispecie rispetto a quella, più bassa, stabilita per l’art. 10 ter.
Il delitto in esame richiede la necessaria presenza nel soggetto attivo del dolo. Dolo che non è specifico ma generico. Da ciò deriva che per la sussistenza del reato è necessario, ma anche sufficiente, che il soggetto attivo abbia la coscienza e volontà di aver presentato una dichiarazione IVA e di aver, poi, omesso il versamento delle somme in essa indicate in favore dell’Erario, entro il termine anzidetto.
 Infine, occorre sottolineare che il delitto in commento ha natura di reato istantaneo e si consuma nel momento in cui scade il termine per il versamento dell’acconto per il periodo successivo (fissato al 27 dicembre dell’anno successivo al periodo di imposta di riferimento).
Trattandosi di un reato istantaneo, avendo voluto il legislatore punire unicamente il mancato versamento nel termine stabilito, questo delitto si consuma nel momento in cui scade il termine previsto per il versamento, restando privo di rilevanza, ai fini della configurazione del reato, l’eventuale successivo pagamento. In questi casi, infatti, il ritardato versamento, pur non escludendo la sussistenza di un delitto oramai perfetto consente, se comprensivo anche del pagamento degli interessi e delle sanzioni amministrative conseguenti, l’applicazione della circostanza attenuante di cui all’art. 13 del d.lgs. n. 74/00.
 
Normativa di riferimento:

DECRETO LEGISLATIVO 10 marzo 2000, n. 74 – Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell'articolo 9 della legge 25 giugno 1999, n. 205
(Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale – Serie generale n. 76 del 31 marzo 2000) 

Art. 10-bis
Omesso versamento di ritenute certificate

1. E' punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituti, per un ammontare superiore a cinquantamila euro per ciascun periodo d'imposta.

Art. 10-ter
Omesso versamento di IVA

1. La disposizione di cui all'articolo 10-bis si applica, nei limiti ivi previsti, anche a chiunque versa l'imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell'acconto relativo al periodo d'imposta successivo.

Art. 5.
Omessa dichiarazione

1. E' punito con la reclusione da uno a tre anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, non presenta, essendovi obbligato, una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte, quando l'imposta evasa e' superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte a lire centocinquanta milioni.
2. Ai fini della disposizione prevista dal comma 1 non si considera omessa la dichiarazione presentata entro novanta giorni dalla scadenza del termine o non sottoscritta o non redatta su uno stampato conforme al modello prescritto.

 

Mancato versamento annuale superiore ai 50.000 euro

L’omesso versamento di IVA dovuta in base alla dichiarazione annuale per un importo superiore a 50 mila euro, è punibile penalmente ai sensi dell’art. 10 ter del D.Lgs n.74/2000 (pena prevista: reclusione da 6 mesi a 2 anni).

La norma prevede tuttavia che l’ipotesi di reato scatti solamente a carico di chi: non versa l’IVA dovuta in base alla dichiarazione annuale…. [omissis]… entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo.

Quindi, per evitare che scatti il procedimento penale, è necessario ridurre il debito IVA da dichiarazione al di sotto della soglia di euro 50.000 entro il 27 dicembre dell’anno successivo a quello di riferimento.

Un esempio: il contribuente che ha omesso nel corso del 2011 versamenti iva per importi superiori ad euro 50.000, potrà evitare di incorrere nella sanzione penale sopra indicata se effettua pagamenti a titolo di iva in modo da portare il debito relativo al 2011 “sotto soglia” dei 50.000 euro.

Il ritardo o il mancato versamento diventa reato se avviene oltre il 27 dicembre dell’anno successivo a quello di riferimento. ipotizziamo, quindi, che non siano state versate le somme di iva a debito dovute per il 2011. in questo caso, il reato penale per le somme sopra i 50mila euro scatta se non si è in regola con il fisco entro il 27 dicembre 2012.

Sotto la soglia dei 50mila euro, invece, il reato è di tipo amministrativo e vengono messe in atto tutte quelle misure necessarie a recuperare un credito, come il sequestro dei beni e del conto corrente. il reato rimane, tuttavia, anche se si paga dopo la data stabilita del 27 dicembre.

Quando la disposizione introduttiva della tipologia delittuosa è entrata in vigore non era ancora scaduta la possibilità, per il contribuente, di provvedere all’obbligo.

Intervenendo sulla novella dell’art. 35, comma 7, del D.L. 223/2006, che ha introdotto il reato di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto, la Corte di Cassazione ha chiarito, con la sentenza dell’8 ottobre 2012, n. 39449 che la nuova disposizione sanzionatoria trova applicazione per tutti gli illeciti consumati entro il 27 dicembre 2006, riguardanti l’iva relativa all’anno 2005, senza che con ciò si configuri alcuna violazione del divieto di retroattività (ex articolo 25, Costituzione).

 

L’inizio della Catastrofe, dopo MPS arrivano le Banche delle Marche. Ecco perchè bisogna andare via dall’Italia

Mentre si frantumavano i conti, con finanziamenti generosi agli imprenditori del mattone, la politica locale ha continuato a spartirsi le poltrone nelle Fondazioni e nell’istituto di Jesi – 3,4 miliardi di crediti deteriorati: il governatore Spacca chiede aiuto agli imprenditori locali per evitare il crac…

Uno degli imprenditori presenti parla di scena surreale: "Ci voleva Kafka". È accaduto giovedì scorso. Il Governatore delle Marche, Gian Mario Spacca, ha convocato un centinaio di imprenditori, i più importanti della regione, e ha chiesto loro di mettersi una mano sul cuore e una sul portafoglio e di tassarsi per salvare la Banca delle Marche.

 

BANCA DELLE MARCHE

Accanto a Spacca c'era il presidente dell'istituto di credito, Rainer Masera, nominato appena il 9 luglio scorso su indicazione (sussurrata) della Banca d'Italia. Masera, una prestigiosa carriera alle spalle, da Bankitalia all'Imi, ministro del Bilancio nel governo Dini (1995), ha fatto coro con Spacca inneggiando alla "marchigianità" della banca. Ma tutti hanno riconosciuto che i conti sono "un disastro". L'ennesima storia di banche scassate e di politici locali che non vogliono perdere la presa.

Solo che stavolta la Banca delle Marche è veramente scassatissima. Gli ispettori della Banca d'Italia, che dall'anno scorso stanno aprendo tutti i cassetti nella sede centrale di Jesi (in provincia di Ancona), non si decidono a chiudere la loro ispezione. Qualcuno paventa lo la spettro del commissariamento a breve.

I numeri non perdonano. A fine giugno la banca ha emesso un "prestito obbligazionario subordinato Upper Tier II", cioè un prestito a tasso di rischio così elevato che la cedola promessa è del 12,5 per cento. Si tratta di 80 milioni, che vanno trovati entro il 31 luglio per rientrare nei coefficienti patrimoniali minimi fissati dalla vigilanza bancaria. Finora 20 milioni li hanno versati le Fondazioni di Jesi e di Pesaro, che insieme a quella di Macerata controllano il 55 per cento della banca.

 

LOGO BANCA MARCHEMONTE PASCHI

Fondazioni squattrinatissime, modello Siena, con in più la Macerata in rotta con le altre due, che le hanno respinto la proposta di un'azione di responsabilità contro gli amministratori che hanno ridotto la banca in condizioni pietose. Mancano all'appello 60 milioni, ed è questione di vita o di morte. Se gli imprenditori locali non si tassano Bankitalia prenderà in mano la situazione e Banca delle Marche sarà verosimilmente salvata da qualche gruppo del credito maggiore.

Il bilancio 2012 di Banca delle Marche, chiuso con 526 milioni di perdita, illustra perfettamente come si può ridurre una banca quando viene gestita dalle oligarchie politico-economiche del mai troppo lodato territorio. L'anno si è chiuso con 13,9 miliardi di finanziamenti in bonis, cioè senza problemi apparenti, e 4,7 miliardi di crediti deteriorati, come si dice in gergo.

 

MONTE-PASCHI

Di questi, 1,3 miliardi sono stati semplicemente cancellati, cioè dati per persi, e sono rimasti 3,4 i miliardi di crediti deteriorati (cioè di difficile recupero), pari al 19,7 per cento degli impieghi. Per farsi un'idea si consideri che il sistema bancario italiano nel suo complesso, che se la passa sempre peggio come potete leggere nell'articolo a pagina 3, ha i crediti deteriorati attorno al 7 per cento degli impieghi.

La Banca delle Marche si è distinta perché dopo il 2008, mentre gli altri istituti italiani chiudevano i rubinetti alle società immobiliari, ha deliberatamente ignorato la crisi del mattone innescata negli Stati Uniti, e ha continuato a largheggiare in crediti al settore. Un'inchiesta del settimanale L'Espresso rivelò nel 2011 che "lo scrigno dei soldi facili della Cricca era stato individuato dai magistrati di Firenze e e Perugia nella Banca delle Marche. Balducci, Anemone e la loro corte di amici, soci e familiari godevano di percorsi facilitati per muovere denaro".

 

L'ICEBERG DELLA MONTE DEI PASCHI DI SIENA

La Banca d'Italia scrive da anni lettere di fuoco ai vertici dell'istituto di Jesi, che hanno reagito con girandole di nomine e dimissioni, fino all'arrivo di Masera. In una di queste, rilevando una girandola di assegni per 160 mila euro versati su un conto dell'allora direttore generale Massimo Bianconi, la vigilanza tuonava: "Tali operazioni evidenziano profili di opacità che non appaiono coerenti con la deontologia professionale che deve connotare l'operato dell'alta dirigenza di una banca".

 

MONTE PASCHI MPS

Bianconi ha lasciato la Banca un anno fa, con lauta buonuscita, dopo che Bankitalia aveva allungato lo sguardo su una'altra "opaca" operazione immobiliare fatta da Anna Rita Mattia, moglie di Bianconi, con l'immobiliarista Vittorio Casale, poi in dissesto con il suo gruppo Operae e arrestato. Negli anni della direzione generale di Bianconi, dal 2004, la Banca delle Marche aveva abbondantemente finanziato Casale. Ma altri sono i gruppi immobiliari che hanno beneficiato di crediti che oggi mettono nei guai la banca. Trea questi il noto gruppo che fa capo alla famiglia Lanari.

Dopo l'uscita di Bianconi è esploso il caso del direttore generale organizzazione, Corrado Faletti, indagato dalla procura di Bergamo per falso e truffa al locale ateneo, nel quale si era candidato per una docenza di economia – dopo aver già insegnato nell'Università marchigiana di Camerino – vantando nel curriculum due lauree, una in biologia e una in fisica dei calcolatori, inesistenti.

 

MONTE DEI PASCHI DI SIENA

Mentre si frantumavano i conti e la reputazione della Banca delle Marche, la politica locale ovviamente non si è accorta di niente, restando intenta come al solito a spartirsi le poltrone nelle Fondazioni e nell'istituto di credito. Seguendo alla perfezione il modello Siena, anche le tre Fondazioni che controllano l'istituto marchigiano non hanno più risorse per salvarlo, ma vogliono ad ogni costo mantenerne il controllo in nome e per conto della politica e delle trasversali alleanze massoniche che guardano a Masera come al possibile salvatore.

 

MPS LINGRESSO DI ROCCA SALIMBENI SEDE DEL MONTE DEI PASCHI DI SIENA

L'ultima speranza è una cordata di imprenditori vogliosi di investire nella banca: la sta organizzando un avvocato di Recanati Paolo Tanoni, e sembrano interessati Francesco Merloni (crisi Indesit) e Adolfo Guzzini (quello delle lampade). Vedremo a giorni se partono i bonifici da 60 milioni. Solo per cominciare.

 

Tutte gli imprenditori che rimarranno con le loro imprese in ITALIA dovranno pagare di tasca loro il SALVATAGGIO BANCHE.

Ecco perchè consigliamo di spostare il centro dei propri interessi economici a Malta.

Modello Intrastat: errori di compilazione

Ho inviato regolarmente il modello Intrastat del II trimestre 2013 per comunicare l'acquisto di servizi. Mi sono accorto di aver dimenticato di inserire una fattura. Cosa devo fare per sanare tale omissione?
 
I soggetti passivi Iva, che effettuano operazione intracomunitarie attive e/o passive, sono obbligati alla compilazione e alla presentazione del modello Intrastat (articolo 50, comma 6, del Dl 331/1993). L’incompleta, inesatta o irregolare compilazione del modello è punita con la sanzione amministrativa da 516 a 1.032 euro. La sanzione non si applica se i dati mancanti o inesatti vengono integrati o corretti, anche a seguito di richiesta da parte dell’ufficio (articolo 11, comma 4, Dlgs 471/1997). Il contribuente che si rende conto di avere omesso o indicato erroneamente dati, può procedere all’integrazione o alla correzione senza dover necessariamente attendere la scadenza relativa al periodo successivo (circolare n. 36/2010).
 

Perchè l’Imprenditore deve costituire un TRUST?

Esenzione “condizionata” dall’imposta sulle successioni e donazioni per la costituzione del vincolo di destinazione
 
Anche nel caso di trasferimento dell’azienda in trust, la costituzione del vincolo di destinazione, qualora sia strumentale alla finalità liberale del passaggio generazionale ai discendenti o al coniuge del disponente (il cosiddetto settlor), potrà godere dell’esenzione dall’imposta sulle successioni e donazioni, purchè siano soddisfatte le specifiche condizioni prescritte dalla norma (l’articolo 3, comma 4-ter, del Dlgs 346/1990).
Questi e altri sono i punti affrontati nella risoluzione n. 110/E del 23 aprile, documento con cui l’agenzia delle Entrate fornisce, sul tema, ulteriori precisazioni, in linea con la disamina dell’istituto già effettuata nella circolare 48/2007.
 
La vicenda
L’istante intende istituire, in conformità alle disposizioni della Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, un trust della durata di dieci anni. Con la costituzione del trust, il disponentefarà acquistare al trusteela piena proprietà delle partecipazioni di controllo di una società immobiliare, attualmente in suo possesso.
 
Il disponente intende indicare quali beneficiari del trust il coniuge e i due figli. Al termine del periodo di durata, il trustee potrà decidere, con totale discrezionalità, di trasferire ai beneficiari le quote di partecipazione nella società e/o gli immobili a essa intestati, e/o la titolarità di quote di società controllate e/o collegate.
 
La risoluzione
Il Dl 262/2006 ha reintrodotto l’imposta sulle successioni e donazioni, estendendone l’ambito applicativo alla “costituzione dei vincoli di destinazione” su beni e diritti, tra cui il trust.
L’unicità della causa fiduciaria che caratterizza tutte le vicende del trust fa sì che l’imposta sulle successioni e donazioni dovuta sulla costituzione di vincoli di destinazione debba essere corrisposta in misura proporzionale al momento della segregazione del patrimonio. Al fine di determinare l’aliquota applicabile e le franchigie eventualmente fruibili, occorre assumere a riferimento il rapporto di parentela o di coniugio intercorrente tra il disponente e il beneficiario (e non quello tra disponentee trustee).
 
Nello specifico, per quanto attiene al trasferimento d’azienda nell’ambito del nucleo familiare, l’articolo 3, comma 4-ter, del Dlgs 346/1990, prevede l’esenzione dall’imposta sulle successioni e donazioni per i trasferimenti di aziende o delle partecipazioni (mediante le quali è acquisito o integrato il controllo ai sensi dell’articolo 2359 c.c.), in presenza di determinate condizioni. In particolare, è necessario che:
  1. i destinatari del trasferimento siano il coniuge o i discendenti
  2. i destinatari del trasferimento d’azienda, o della partecipazione in società, proseguano l’esercizio dell’attività d’impresa o mantengano il controllo societario (nel caso di società di capitali) per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento
  3. l’impegno alla prosecuzione dell’attività di impresa (o al mantenimento del controllo) sia espressamente reso dagli aventi causa, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione oall’atto di donazione.
 
La mancanza di uno di tali requisiti comporta l’applicazione dell’imposta nella misura ordinaria, nonché della sanzione amministrativa, prevista dall’articolo 13 del Dlgs 471/1997, e degli interessi di mora.
 
L’istanza di interpello ha offerto, pertanto, lo spunto per approfondire, da un punto di vista fiscale, le problematiche relative all’ambito applicativo della disposizione agevolativa, con particolare riferimento al caso del trust.
 
Nel documento di prassi è stato, preliminarmente, chiarito che l’istituto del trust, per sua natura, impedisce categorizzazioni assolute e qualsiasi proposta interpretativa unitaria. Infatti, considerata la possibilità di adattare i trust alle molteplici esigenze del disponente, l’applicabilità agli stessi delle disposizioni agevolative in materia fiscale va valutata caso per caso, tenendo conto del contenuto del negozio risultante dalla legge regolatrice del trust e dalle clausole contrattuali in esso contenute.
 
In proposito, è stato ribadito che la finalità dell’articolo 3, comma 4-ter, è quella di favorire, attraverso la leva fiscale, il passaggio generazionale delle aziende di famiglia. In tale prospettiva, anche nel caso di trasferimento dell’azienda in trust la costituzione del vincolo di destinazione, qualora sia strumentale alla finalità liberale del passaggio generazionale ai discendenti o al coniuge del disponente, potrà godere, soddisfatte le condizioni normativamente previste, del beneficio in commento.
 
Condizioni che possono ritenersi soddisfatte qualora:
  • il trust abbia una durata non inferiore a cinque anni a decorrere dalla stipula dell’atto di disposizione segregativa della partecipazione di controllo o dell’azienda
  • i beneficiari finali siano discendenti e/o coniuge del disponent
  • il trust non sia discrezionale o revocabile, vale a dire, ad esempio, che non possono essere modificati dal disponente o dal trustee i beneficiari finali dell’azienda o delle partecipazioni trasferite in trust
  • il trustee prosegua l’esercizio dell’attività d’impresa o detenga il controllo per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento (individuabile nell’atto segregativo dell’azienda e/o delle partecipazioni) e, a tal fine, renda, contestualmente al trasferimento, apposita dichiarazione circa la sua volontà di proseguire l’attività di impresa (o detenere il controllo).
 
E’ stato, dunque, chiarito che è il trustee, quale avente causa, il soggetto tenuto a presentare la prescritta dichiarazione al momento del trasferimento delle partecipazioni sociali; trattandosi, tra l’altro, dell’unico soggetto in grado di disporre delle partecipazioni e/o dell’azienda vincolata in trust.
 
Con riferimento al caso oggetto d’interpello, l’agenzia delle Entrate ha precisato che, poiché al termine della durata del trust il trustee ha il potere di disporre discrezionalmente il trasferimento delle partecipazioni di controllo (potendo decidere, a sua scelta, di trasferire ai beneficiari le quote di partecipazione nella società e/o gli immobili a essa intestati, e/o la titolarità di quote di società controllate e/o collegate), e considerato, altresì, che a favore dei beneficiari non è previsto un diritto incondizionato al trasferimento delle partecipazioni di controllo della società, non si ritengono soddisfatte le condizioni per applicare la disposizione agevolativa.

Così come strutturato, infatti, l’atto costitutivo del trust va a disattendere la ratio del più volte citato articolo 3, comma 4-ter che, si ribadisce, è quella di favorire il passaggio generazionale ai discendenti o al coniuge del disponente.

Per ogni vostra richiesta potete contattarmi.