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Emergenza sanitaria e climatica: rischi ESG e strategia d’impresa

10 minuti di lettura
Emergenza sanitaria e climatica: rischi ESG e strategia d’impresa

 

Il binomio tra crisi climatica e salute pubblica è una priorità finanziaria e operativa.

 

Il cambiamento climatico si sta rapidamente trasformando nella principale minaccia alla salute globale e, di riflesso, in un fattore economico dirompente per il mercato globale.

Non siamo di fronte a un’ipotesi astratta o a una proiezione teorica; i numeri del nuovo report realizzato da Boston Consulting Group (BCG) e World Economic Forum (WEF) delineano un futuro prossimo estremamente sfidante. Entro il 2050, si stimano 14,5 milioni di morti aggiuntive e perdite economiche, nonché un forte impatto sui sistemi sanitari, per un valore di 12.500 miliardi di dollari.

Andando oltre l’imponenza del dato statistico, ciò che deve attirare l’attenzione di professionisti e decision maker è come il binomio “clima e salute” stia già agendo come catalizzatore di cambiamento, trasformando radicalmente i sistemi sanitari, le strategie delle imprese, i modelli assicurativi e le politiche pubbliche.

 

È fondamentale comprendere che la tutela della salute umana è una componente imprescindibile della resilienza climatica e della sostenibilità a lungo termine.

 

Impatto climatico e salute

Le evidenze scientifiche del rapporto IPCC

Il cambiamento climatico influisce sulla salute umana agendo sia attraverso meccanismi diretti, come l’incremento delle temperature, le ondate di calore o le periodiche alluvioni, sia attraverso meccanismi indiretti, che si manifestano nella diffusione di nuove malattie infettive e in una profonda alterazione delle condizioni socioeconomiche della popolazione dovuta, ad esempio, alla diminuzione della produttività agricola conseguente ad eventi siccitosi sempre più frequenti.

A dare solidità a questa analisi è il sesto rapporto del Panel intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC) delle Nazioni Unite, il principale organismo internazionale per la valutazione delle prove scientifiche, che mostra in modo ormai evidente un aggravamento del cambiamento climatico e dei fenomeni ad esso legati.

Come risultato delle costanti emissioni di gas serra, il mondo è più caldo di 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale e gli ultimi anni sono risultati, con pochissime eccezioni, i più caldi mai registrati da quando viene eseguito un monitoraggio costante e sistematico delle temperature.

 

Rischi occupazionali e mortalità da calore

L’emergenza che va oltre la percezione

L’impatto del cambiamento climatico sulla salute è molto più esteso di quanto comunemente percepito. Negli ultimi vent’anni in Europa le morti legate al caldo sono aumentate del 30% e, solo durante l’estate 2025, in dodici città europee l’eccesso di mortalità da calore è triplicato rispetto alle attese. Questo fenomeno non riguarda esclusivamente la popolazione anziana.

Secondo i dati, infatti, ben 2,4 miliardi di lavoratori sono esposti a rischi diretti derivanti dal caldo e oltre 23 milioni di infortuni ogni anno sono direttamente riconducibili all’eccessiva temperatura.

Dunque, non si parla soltanto di heat stress, ossia una condizione di stress termico in cui il corpo non riesce a regolare la propria temperatura interna a causa di fattori ambientali come il caldo, l’umidità elevata o un’attività fisica intensa, portando a un pericoloso squilibrio tra la produzione di calore e la sua dissipazione, ma di una crisi sanitaria multifattoriale. All’aumento delle temperature si accompagna anche una crescita dei ricoveri cardiovascolari e respiratori, così come una maggiore diffusione delle malattie trasmesse da vettori, mentre l’inquinamento atmosferico continua a provocare circa 7 milioni di morti ogni anno, aggravando ulteriormente il quadro della salute pubblica globale.

 

Perché il clima può essere un rischio per il business?

Impatti economici e nuove tutele normative

Il cuore della questione non è circoscritto alla sola dimensione sanitaria, poiché sta generando riverberi economici preoccupanti che rendono il cambiamento climatico un enorme problema di business. L’impatto colpisce gli individui ma, allo stesso modo, investe le imprese, in particolare quelle impegnate nei settori più esposti come l’agricoltura, il comparto alimentare e le costruzioni, che insieme rappresentano una quota rilevante del PIL italiano.

Quando le temperature superano le soglie critiche, i cantieri si fermano, la produttività crolla e le filiere produttive subiscono interruzioni forzate che, inevitabilmente, gravano sulla competitività del “sistema Paese”.

In questo scenario di crescente vulnerabilità, a luglio 2025 il Ministero del Lavoro, l’INAIL, l’INL e le parti sociali hanno sottoscritto un Protocollo nazionale che rende operative e vincolanti specifiche misure di tutela per i lavoratori. Il Protocollo prevede, ad esempio, una maggiore flessibilità oraria, offrendo la possibilità di anticipare l’inizio dei lavori (alle ore 6:00) per evitare le ore più calde della giornata. Viene, inoltre, confermata la possibilità di richiedere la Cassa Integrazione Guadagni (CIGO) per “eventi meteo” non solo quando la temperatura reale è elevata, ma anche quando la temperatura percepita supera i 35°C, o quando le particolari lavorazioni non possono essere svolte in sicurezza a causa del calore eccessivo.

È fondamentale sottolineare che, indipendentemente dalle singole ordinanze, il Testo Unico sulla Sicurezza (D.Lgs. 81/2008) obbliga già il datore di lavoro a valutare accuratamente il rischio microclima all’interno del Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), adottando misure preventive concrete come la fornitura di acqua e la previsione di pause in luoghi freschi.

Allo stato attuale, gli eventi meteorologici che un tempo erano considerati “eccezionali”, con una frequenza di “una volta ogni 500 anni”, stanno diventando fenomeni da “una volta ogni 50”.

 

Si tratta di un cambiamento che molte aziende hanno a lungo sottovalutato, concentrandosi sulla protezione degli asset materiali, mentre oggi appare chiaro che il vero rischio strategico riguarda la protezione delle persone.

 

Come può l’assicurazione rispondere alla pressione sui sistemi sanitari?

Un caso emblematico delle soluzioni innovative necessarie per affrontare questa crisi è quello di Nuova Delhi, dove i due terzi dei lavoratori percepiscono una paga giornaliera.

In un contesto dove l’inquinamento o il calore estremo superano le soglie di sicurezza, queste persone si trovano nell’impossibilità di lavorare; per rispondere a tale criticità è nata una polizza parametrica che eroga automaticamente il salario perso.

Questo meccanismo elimina ritardi burocratici e moduli da compilare, offrendo una protezione immediata basata esclusivamente sul superamento di parametri oggettivi.

 

Si tratta di un esempio lampante di come linnovazione assicurativa e la gestione del rischio climatico possano intrecciarsi efficacemente, rappresentando un modello che in Europa potrebbe trovare applicazioni concrete, specialmente nei settori professionali più vulnerabili.

 

Parallelamente, a pagare il prezzo più alto di questa trasformazione sono i sistemi sanitari globali.

Il report stima fino a 1.100 miliardi di dollari di costi aggiuntivi entro il 2050, evidenziando come molti ospedali non siano attualmente progettati per affrontare le ondate di calore che vivremo nei prossimi dieci anni.

Ci troviamo di fronte a una duplice sfida: da un lato l’aumento dei ricoveri e dall’altro la crescente vulnerabilità delle strutture stesse di fronte agli eventi estremi.

Le alterazioni climatiche, inoltre, influiscono direttamente sulla diffusione di malattie infettive trasmesse da vettori, dal cibo o dall’acqua.

 

In Italia, siamo già di fronte al rischio reale di comparsa o estensione di patologie come le encefalopatie da zecche, la malattia di Lyme, la febbre mediterranea e la febbre del Nilo occidentale.

 

Siamo inoltre esposti all’arrivo di malattie tropicali trasmissibili tramite vettore come la dengue, la chikungunya e la zika.

A livello globale, i dati del Lancet Countdown confermano che i casi di dengue, trasmessa dalle zanzare Aedes aegypti e Aedes albopictus, sono raddoppiati ogni decennio a partire dal 1990, individuando nel cambiamento climatico una delle cause principali di questo incremento.

Nei Paesi più poveri, queste difficoltà diventano ancora più gravi, poiché il calore compromette la catena del freddo e la distribuzione dei vaccini, limitando drasticamente la capacità dei sistemi di reagire a epidemie in espansione come la malaria e la stessa dengue.

 

In che modo l’Intelligenza Artificiale può supportare le strategie aziendali?

In Italia, il mondo produttivo sta iniziando a reagire con una consapevolezza nuova.

Le grandi imprese, ormai mature nella gestione del rischio fisico rivolto agli asset, iniziano a comprendere la necessità di integrare la vulnerabilità delle persone nelle strategie aziendali.

Osserviamo casi di grandi gruppi industriali costretti a riorganizzare i turni lavorativi, aumentare le ridondanze nei ruoli critici o rivedere integralmente i tempi di gestione dei cantieri.

Questi interventi rappresentano un costo diretto sull’EBITDA (l’indicatore finanziario che misura la capacità dell'azienda di generare profitto) ma si rivelano investimenti indispensabili per la continuità operativa. Alcune realtà all’avanguardia stanno già sperimentando l’impiego di sensori per monitorare l’esposizione dei lavoratori al calore o all’inquinamento, permettendo interventi in tempo reale che possono evitare incidenti e ridurre sensibilmente i costi sanitari.

Oltre agli impatti diretti, il cambiamento climatico agisce sulla salute umana anche attraverso drastici mutamenti delle condizioni socioeconomiche e sanitarie di intere popolazioni.

In particolare, l’aumento della frequenza, dell’intensità e della durata degli episodi di siccità costituisce una seria minaccia per la disponibilità di acqua potabile, mette a repentaglio le condizioni igieniche e la produttività dell’agricoltura, aumentando al contempo il rischio di incendi e l’esposizione a sostanze inquinanti.

 

Per affrontare questa situazione, anche alcune regioni italiane si stanno muovendo in modo innovativo, introducendo modelli predittivi capaci di stimare gli accessi al pronto soccorso sulla base di variabili quali temperatura, livelli di CO₂ e qualità dell’aria.

 

Questi modelli riescono a spiegare circa il 70% della variabilità degli accessi, consentendo alle strutture di assegnare personale e risorse in modo molto più efficiente. È in questo contesto che l’Intelligenza Artificiale si inserisce come un acceleratore decisivo, abbattendo barriere di costo e complessità. L’AI permette di analizzare enormi volumi di dati climatici, sanitari e comportamentali per fornire soluzioni di prevenzione personalizzata. Infatti, grazie ad essa, le assicurazioni possono costruire modelli di pricing più sofisticati, le aziende possono comprendere meglio come proteggere i propri lavoratori e i sistemi sanitari hanno l’opportunità di anticipare i picchi di domanda con estrema precisione.

 

Quali sono gli obiettivi futuri?

Nonostante l’evidente centralità del tema, la salute riceve oggi soltanto il 5% dei fondi globali destinati all’adattamento climatico. Si tratta di un sottofinanziamento strutturale dovuto al fatto che, per decenni, gli investimenti si sono concentrati prevalentemente sulla protezione degli asset fisici, il cui danno è immediatamente visibile.

È ormai chiaro che il danno alla salute sarà il fattore che inciderà maggiormente sulla produttività futura; per questo motivo, sono necessari piani nazionali di adattamento che mettano al centro le persone e si basino su dati condivisi.

Attualmente, la carenza di informazioni messe a disposizione dal settore pubblico rappresenta un ostacolo alla prevenzione e alla pianificazione, ma lo sviluppo dell’European Health Data Space potrebbe fornire la base necessaria per creare un sistema unico che integri clima e salute, attivando strumenti di early warning e campagne informative predittive.

Pertanto, appare ineludibile la necessità di intervenire con azioni di mitigazione dirette alla riduzione delle emissioni di CO2. Il pacchetto di misure dell’Unione Europea FIT for 55 supporta il raggiungimento della riduzione delle emissioni nette di gas serra del 55% entro il 2030, per raggiungere l’obiettivo Net Zero (zero emissioni nette di gas serra) nel 2050.

 

La mitigazione del cambiamento climatico si persegue limitando luso di combustibili fossili, promuovendo le fonti rinnovabili e sostenendo politiche di investimento nei settori chiave dell’energia, dell’industria, dei trasporti e dell’agricoltura.

 

In tale ambito, si rivela particolarmente efficace la cosiddetta “politica dei co-benefici”, che consente di mitigare il clima e, simultaneamente, prevenire le malattie.

Un esempio emblematico è la promozione del trasporto attivo, come gli spostamenti a piedi o in bicicletta, che riduce le emissioni e migliora la salute pubblica grazie all'attività fisica.

Allo stesso modo, la sostituzione di alimenti di origine animale con quelli di origine vegetale ridurrebbe le emissioni globali e salverebbe migliaia di vite ogni anno, abbattendo il rischio di malattie croniche legate al consumo eccessivo di carne.

 

I fattori di rischio per le patologie croniche sono spesso gli stessi agenti del cambiamento climatico.

 

Anche il settore assicurativo si trova davanti a una trasformazione profonda, passando dal semplice rimborso dei sinistri a un ruolo di motore della prevenzione. Incentivare screening, stili di vita sani, vaccinazioni e un’edilizia più resiliente non è solo una scelta etica, ma una strategia economica vincente: per ogni euro investito in prevenzione, il settore ne risparmia mediamente sei o sette in risarcimenti.

 

Riconoscere la convergenza tra politiche climatiche e sanitarie porta enormi vantaggi in termini di benessere e competitività economica.

 

 

 

Foto del profilo di Piero di Bello
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