
Tutto ha inizio il 28 dicembre 2025, il giorno in cui il mondo ha perso un’icona intramontabile: Brigitte Bardot. Se n’è andata silenziosamente nella sua amata villa La Madrague a Saint-Tropez, circondata dagli animali che l’avevano accompagnata negli ultimi cinquant’anni. Aveva 91 anni, una storia da film e un segreto: un patrimonio stimato in 65 milioni di euro che rischia di non approdare alla destinazione da lei desiderata. Negli ultimi istanti, ha sussurrato al marito Bernard d’Ormale un dolce “piou piou” (il suo modo affettuoso per dire “addio”), chiudendo gli occhi nella casa acquistata nel 1958, quando era la donna più desiderata del pianeta. Ma, mentre il mondo piangeva la diva, dietro le quinte si stava già scatenando una guerra legale silenziosa, pronta a esplodere in una serie di cause giudiziarie milionarie.
Brigitte Bardot aveva un sogno: lasciare ogni centesimo alla sua Fondazione per la protezione degli animali. Tuttavia, la legge francese, speculare a quella italiana, ha altre idee, molto più concrete e vincolanti. Al tavolo della successione siedono tre attori principali: il figlio Nicolas (con cui il rapporto è stato un disastro emotivo), il marito degli ultimi 33 anni e una Fondazione affamata di risorse per continuare a occuparsi della protezione degli animali.
In qualità di esperto di Trust e fiscalità internazionale, oltre che di successioni transfrontaliere, in questo articolo spiegherò come un patrimonio immenso può trasformarsi in un incubo legale.
Prima di addentrarci nel complesso labirinto legale che circonda la successione di Brigitte Bardot, è fondamentale chiarire cosa identifica tecnicamente la parola “patrimonio”. Non si tratta esclusivamente del saldo di un conto corrente, ma dell’universalità dei beni, dei diritti, degli investimenti e delle proprietà facenti capo a un individuo. In sintesi, tutto ciò che una persona possiede e che può essere valutato economicamente. Nel caso di Brigitte Bardot, la ricchezza era vasta e stratificata, partendo da un impero immobiliare che vedeva nella leggendaria Villa La Madrague a Saint-Tropez il suo fulcro assoluto. Valutata tra i 25 e i 30 milioni di euro, questa residenza non era solo una casa, ma una fortezza laica e un santuario operativo per animali, a cui si aggiungeva la Tenuta La Garrigue sulle alture della Costa Azzurra. La strategia di Bardot negli ultimi anni era stata chiara: liquidare progressivamente gli asset immobiliari, come dimostra la vendita della villa di Cannes nel 2020 per 6 milioni di euro, per convertire il mattone in risorse liquide da destinare alla sua causa.
Tuttavia, accanto alle mura, esiste quello che potremmo definire “oro invisibile”, ovvero i diritti d’autore e le royalty. Questo tesoro immateriale, composto da oltre 60 pellicole cinematografiche, 80 canzoni e un’immagine iconica impressa nella cultura globale, genera ricchezza 24 ore su 24 attraverso passaggi televisivi, citazioni e accordi commerciali di lusso come quelli con il marchio Lancel. Ogni singolo provento derivante da queste fonti entra di diritto nel patrimonio, rendendolo un’entità dinamica che continua a produrre valore anche dopo la sua scomparsa.
Nel 1986, Brigitte Bardot ha creato la sua fondazione, che oggi è diventata una potente organizzazione con 500 delegati in Francia e 100 dipendenti in tutta Europa. La Fondazione è la concretizzazione della sua visione. Infatti, la diva ha trasformato La Madrague in un rifugio operativo, ha venduto perfino i suoi oggetti personali all’asta per finanziarla e ha ipotecato diversi immobili.
Per garantirne la sopravvivenza, Brigitte Bardot ha cercato di “svuotare” preventivamente il proprio asse ereditario, cedendo la nuda proprietà dei suoi beni e riservandosi solo l’usufrutto, nel disperato tentativo di rendere la Fondazione l’unica beneficiaria della sua vita straordinaria. Una manovra che si scontra frontalmente con regole legali che non ammettono eccezioni, nemmeno per le icone più amate.
Brigitte Bardot non ha mai fatto mistero del suo amore viscerale per gli animali e del suo profondo disprezzo per le debolezze umane, arrivando a dichiarare esplicitamente che “la ricchezza la disgustava”. Per oltre cinquant’anni, la sua intera esistenza è stata dedicata alla protezione degli animali domestici e selvatici, una missione che l’ha portata ad abbandonare definitivamente il cinema per combattere battaglie civili spesso aspre.
In questa prospettiva, Brigitte Bardot ha operato con un obiettivo unico e ossessivo: lasciare ogni centesimo della sua fortuna alla propria Fondazione.
Per farlo, ha utilizzato ogni strumento a sua disposizione quando era in vita, vendendo immobili, mobili e oggetti personali all’asta e arrivando persino a ipotecare la storica villa La Madrague per finanziare i propri progetti. Aveva cercato di attuare quella che in termini tecnici si definisce “spoliazione patrimoniale”, cedendo la nuda proprietà dei suoi beni e riservandosi solo il diritto di viverci fino all’ultimo respiro.
Nelle sue intenzioni, non doveva restare nulla per nessuno che non avesse quattro zampe, ma la realtà legale ha il potere di sovvertire anche le ultime volontà più granitiche.
Qui la storia si complica e le emozioni entrano in rotta di collisione con la legge, poiché Brigitte Bardot aveva un figlio, Nicolas-Jacques Charrier, nato nel 1960 e con il quale il rapporto non è stato dei migliori. Le parole affidate alla sua autobiografia Initiales BB restano impresse come ferite aperte: descrisse la gravidanza come un “tumore che si nutriva del mio corpo”, ammettendo che avrebbe preferito mettere al mondo un cagnolino. Nicolas, cresciuto in Norvegia lontano dai riflettori e dalla custodia della madre, è oggi un uomo di 65 anni che ha costruito la sua vita in totale indipendenza, ma che agli occhi del Diritto Civile rappresenta un ostacolo insuperabile per i sogni filantropici della diva.
In Francia, come in Italia, vige infatti la regola della réserve héréditaire, o quota legittima, un pilastro del Diritto che impedisce di diseredare completamente i propri figli. Immaginando il patrimonio come una torta, la legge stabilisce che il 50% debba andare obbligatoriamente al figlio unico, lasciando al testatore la libertà di disporre solo dell’altra metà.
La domanda che sorge spontanea, analizzando la complessità di questo asse ereditario, è come sia stato possibile che una strategia apparentemente così meticolosa sia risultata, alla prova dei fatti, inefficace. Brigitte Bardot non era affatto ingenua; al contrario, assistita dai suoi consulenti, aveva compreso perfettamente le dinamiche del sistema successorio e aveva tentato di “svuotare” il proprio patrimonio ben prima del decesso, attraverso la tecnica delle donazioni anticipate.
La logica alla base di questa scelta era tanto semplice quanto seducente: privarsi della proprietà dei beni in vita per far sì che, al momento della morte, non vi fosse più nulla da dividere, neutralizzando così le pretese del figlio.
Nel concreto, questa strategia si è articolata attraverso manovre patrimoniali estremamente precise. Bardot ha effettuato donazioni progressive di liquidità e immobili alla Fondazione nel corso degli anni, creando una vera e propria “carta della generosità” che doveva servire a blindare la sua visione.
Nel 2020, ha proceduto alla vendita strategica della villa di Cannes per circa 6 milioni di euro, al fine di convertire asset immobiliari in risorse liquide immediatamente fruibili dall’ente filantropico. Ha, inoltre, ipotecato la sua residenza principale, La Madrague, a favore della Fondazione stessa, affinché quest'ultima potesse vantare una pretesa creditoria privilegiata sul bene. Infine, ha operato sulla titolarità giuridica della villa, trasferendone la nuda proprietà alla Fondazione e riservando a sé stessa solo l’usufrutto, ovvero il diritto di abitarvi fino alla fine dei suoi giorni.
Tuttavia, questo “trucco” della spoliazione patrimoniale preventiva non è sufficiente a eludere le tutele del Diritto Civile.
Qui entriamo nel cuore del punto che cambierà radicalmente il corso della successione: la legge francese, in perfetta armonia con quella italiana, dispone di un’arma legale insuperabile chiamata action en réduction (azione di riduzione). Questo strumento consente a Nicolas Charrier, o ai suoi legali, di adire le vie giudiziarie per chiedere l’annullamento o la riduzione di tutte quelle donazioni che abbiano superato la quota di cui Bardot poteva legalmente disporre.
In sede di contenzioso, il tribunale non si limiterà a osservare il patrimonio residuo, ma effettuerà una vera e propria ricostruzione storica, esaminando quanto la diva ha donato complessivamente prima di morire.
Se tali donazioni eccedono il 50% dell’intero asse ereditario ricostruito, dovranno essere proporzionalmente “ridotte”, ovvero restituite al patrimonio ereditario per essere ripartite correttamente secondo le quote di riserva. Non si tratta di una possibilità teorica: in Francia e in Italia, i giudici applicano regolarmente questa azione ogni qualvolta le donazioni anticipate risultino eccessive o lesive della legittima.
I tempi per agire, inoltre, lasciano ampio spazio di manovra all’erede.Secondo il diritto francese, Nicolas ha a disposizione cinque anni dal giorno del decesso per contestare le donazioni, oppure due anni dal momento in cui scopre l’entità della lesione subita (ad esempio all’apertura del testamento). Questo scenario prefigura una guerra legale di logoramento che potrebbe protrarsi per i prossimi quattro o cinque anni, rendendo incerto il destino di quello che Bardot considerava il suo lascito definitivo.
Con la scomparsa di Brigitte Bardot, l’apertura ufficiale del testamento segna l’inizio di una fase di fibrillazione per gli studi legali internazionali coinvolti. Non siamo di fronte a una semplice spartizione di beni, ma a un potenziale conflitto in cui le posizioni dei vari attori riflettono asimmetrie giuridiche profonde.
In questa scacchiera, la posizione più solida è indiscutibilmente quella di Nicolas-Jacques Charrier. Il figlio della diva gode di un diritto certo sul 50% del patrimonio netto, un presidio legale che non può essere né ignorato né eluso. Egli ha il potere di contestare il testamento e, soprattutto, di pretendere la riduzione di tutte le donazioni che abbiano intaccato la sua quota di riserva, arrivando a ottenere sentenze che obblighino i beneficiari a restituire beni o liquidità per una cifra che, in questo caso, si aggira intorno ai 32,5 milioni di euro.
Dall’altro lato troviamo Bernard d’Ormale, marito della diva per trentatré anni e testimone dei suoi ultimi istanti. Nonostante la lunga unione e la vicinanza emotiva, la sua posizione giuridica appare paradossalmente debole. Sebbene in Italia il coniuge goda di diritti ereditari automatici e molto protetti, il Diritto francese stabilisce che il coniuge superstite abbia diritti garantiti solo se esplicitamente nominato nel testamento, specialmente in presenza di figli del defunto. Senza una disposizione testamentaria chiara in suo favore, d’Ormale rischierebbe di non ricevere nulla dell’immenso patrimonio della moglie, rendendo la sua stabilità economica futura interamente dipendente dalle ultime volontà scritte di Bardot.
La vera “vittima” strategica di questo scenario rischia però di essere proprio la Fondazione Brigitte Bardot. Pur essendo il beneficiario principale del testamento e delle donazioni anticipate, l’ente si trova oggi ad affrontare un rischio sistemico gigantesco. Se il tribunale dovesse accertare che le donazioni ricevute negli ultimi trent’anni, ipotizziamo per un valore di 60 milioni, hanno leso la quota legittima di Nicolas, la Fondazione sarebbe obbligata a restituire la porzione eccedente. Il pericolo più concreto è che, in assenza di fondi liquidi immediati poiché già investiti in progetti e rifugi, l’organizzazione possa essere costretta a vendere coattivamente La Madrague e altre proprietà di prestigio per onorare il debito verso l’erede. In questo modo, l’intento di Bardot di proteggere i suoi amici a quattro zampe sortirebbe l’effetto opposto, conducendo le strutture operative verso un destino di profonda incertezza.
Tutto questo si traduce in una guerra legale dal costo esorbitante. Una causa di successione transfrontaliera di questa magnitudo non è solo lunga, ma divora risorse in modo impressionante: tra onorari legali per ogni parte coinvolta, consulenze fiscali specializzate, perizie sulla valutazione degli asset immobiliari e dei diritti d’autore, e i costi di traduzione giurata per i vari procedimenti, il totale stimato potrebbe oscillare tra i 500.000 e un milione e mezzo di euro.
Si tratta di denaro che verrà letteralmente bruciato in procedimenti giudiziari che potrebbero protrarsi dai cinque ai dieci anni, sottraendo ricchezza sia ai beneficiari che alla causa filantropica tanto cara a Brigitte Bardot.
Questo è il prezzo della mancanza di una pianificazione che avrebbe dovuto armonizzare, ben prima del decesso, le pretese legittime degli eredi con la missione della Fondazione.
Sorge spontaneo l’interrogativo sul motivo per cui la successione di un’icona internazionale dovrebbe interessare chi gestisce patrimoni di diversa entità o natura. La risposta risiede nella profonda analogia normativa: le regole che governano il destino dell’eredità Bardot in Francia sono, per ampi tratti, speculari a quelle vigenti nel sistema giuridico italiano.
Sebbene le somme patrimoniali possano differire,
i principi di diritto applicati rimangono identici e altrettanto inflessibili.
In Italia, l’istituto della legittima opera con la medesima “tutela forte” della réserve francese. Si tratta di un limite invalicabile alla libertà di disporre dei propri beni, concepito per garantire una quota del patrimonio ai congiunti più stretti.
In presenza di discendenti, l’ordinamento stabilisce che non sia legalmente possibile devolvere l’intero asse ereditario a soggetti terzi, siano essi un coniuge di un successivo matrimonio, una fondazione filantropica, un estraneo o un’associazione. Ai figli è infatti garantito il diritto a una quota fissa, che nella fattispecie del figlio unico ammonta al 50% del patrimonio complessivo, indipendentemente dalle disposizioni contenute nel testamento.
Si consideri, a titolo esemplificativo, un’eredità del valore di 700.000 euro, così ripartita:
Secondo il Diritto Civile italiano, la ripartizione obbligatoria prevede:
Qualora una disposizione testamentaria prevedesse la devoluzione dell’intero importo (700.000 euro) a una fondazione, quest’ultima vedrebbe ridotto il proprio diritto alla sola quota disponibile (350.000 euro), mentre la restante parte verrebbe riattribuita al figlio per integrare la riserva di legge. Il medesimo principio si applica qualora il beneficiario sia già stato destinatario di donazioni in vita per importi eccedenti la quota disponibile.
Persiste spesso l’errata convinzione che la spoliazione del patrimonio in vita tramite donazioni possa neutralizzare le pretese degli eredi legittimari. Tuttavia, l’ordinamento prevede meccanismi di ricostruzione estremamente rigorosi.
Al momento dell’apertura della successione, si procede alla riunione fittizia: un’operazione contabile che somma il valore dei beni rimasti al momento della morte (relictum) al valore dei beni donati durante l’intera vita del testatore (donatum).
Qualora un genitore disponesse la donazione di un immobile a un terzo o a un ente benefico, i figli hanno la facoltà di esperire l’azione di riduzione.
Il tribunale è chiamato a valutare l’intero percorso patrimoniale e, laddove riscontri una lesione della quota di riserva, procede alla riduzione della donazione stessa, obbligando il beneficiario alla restituzione del valore necessario a reintegrare la legittima.
La normativa italiana, in linea con quella francese, impedisce di aggirare la tutela dei discendenti attraverso atti di liberalità anticipati.
Il testamento non costituisce uno strumento idoneo a derogare alle norme imperative dello Stato. Qualora una clausola violi le disposizioni sulla successione necessaria, essa viene considerata inefficace o parzialmente nulla. L’autorità giudiziaria interviene per rettificare la mappa distributiva del patrimonio in conformità alla legge.
Risultano pertanto parzialmente nulle, e dunque non applicabili, le clausole che prevedono:
La volontà testamentaria riceve tutela giuridica esclusivamente entro i confini della quota disponibile. Per la quota di riserva, la legge opera in modo automatico e prevalente, rendendo la pianificazione preventiva l’unico strumento per armonizzare i propri desideri con i vincoli normativi, evitando che il patrimonio diventi oggetto di lunghi e costosi contenziosi.
Il caso Bardot presenta un elemento tecnico che ne eleva esponenzialmente la difficoltà: la natura transfrontaliera della successione.
Ci troviamo di fronte a uno scenario che coinvolge più giurisdizioni, con Nicolas stabilmente residente in Norvegia e Brigitte Bardot in Francia, nazione dove è situata la quasi totalità dei beni e dove opereranno i legali. In un contesto simile, le regole del Diritto internazionale privato diventano il terreno di scontro principale.
Il primo interrogativo riguarda l’individuazione della legge applicabile.
Se fino al 2015 la risposta a questo quesito era incerta e alimentava anni di contenziosi tra avvocati e tribunali, oggi il punto di riferimento è il Regolamento UE 650/2012. Entrato in vigore il 17 agosto 2015, questo regolamento stabilisce all’articolo 21 che la legge applicabile all’intera successione sia, di default, quella dello Stato in cui il defunto aveva la sua ultima residenza abituale al momento della morte. I cittadini hanno, tuttavia, la facoltà di scegliere, tramite testamento, la legge della propria nazionalità, applicando la cosiddetta professio iuris prevista dall’articolo 22.
Nel caso di specie, non essendovi stata una scelta diversa, si applica la legge francese, poiché Bardot risiedeva abitualmente in Francia.
Strettamente legata alla legge è la questione della giurisdizione: dove si svolgerà il processo?
Secondo il medesimo Regolamento UE 650/2012, la competenza spetta ai tribunali del Paese di residenza abituale del defunto. Sarà, quindi, la Francia a ospitare la causa, nonostante Nicolas, in qualità di erede, potrebbe ipoteticamente tentare di spostare il contenzioso in Norvegia; tuttavia, tale opzione è percorribile solo in casi straordinari che, in una dinamica familiare di questo tipo, non sembrano sussistere.
L’aspetto più critico rimane però quello fiscale.
La Francia applica tasse di successione tra le più elevate d’Europa, a differenza della Norvegia che non ne prevede. Qui emerge il secondo errore tecnico nella strategia di Brigitte Bardot. È fondamentale sapere che la Francia adotta un sistema successorio scissionista, applicando regole diverse tra beni mobili e immobili. Bardot avrebbe potuto sfruttare questa distinzione per soddisfare la quota spettante al figlio tramite i beni mobili, beneficiando potenzialmente di esenzioni dall’imposta di successione, evitando così di assoggettare l’intera eredità al Fisco francese.
Il risultato di questa stratificazione di problematiche è un processo che difficilmente si risolverà in tempi brevi. Una successione transfrontaliera come questa si trasforma facilmente in una causa di 5-10 anni, tra istanze, appelli e ricorsi. Il costo economico è altrettanto gravoso: tra onorari, periti, consulenti e traduttori, la spesa può oscillare tra 1 e 3 milioni di euro. Il rischio finale è un esito in cui nessuno risulterà vincitore: la Fondazione vedrà decurtato il patrimonio sperato, Nicolas riceverà meno di quanto gli spetterebbe a causa delle spese legali, i tribunali dei due Paesi coinvolti rischieranno di trovarsi in una posizione di stallo e contraddizione.
Giunti a questo punto, è necessario superare le interpretazioni superficiali per analizzare la normativa reale che governa una successione di tale portata.
Il caso Bardot richiede un coordinamento meticoloso tra tre diversi livelli normativi: il Diritto francese, che disciplina la réserve héréditaire, l’azione di riduzione e la validità delle donazioni; il Diritto norvegese, che pur non prevedendo imposte di successione, incide sulla residenza fiscale dell’erede; il Diritto europeo, che attraverso il Regolamento UE 650/2012 armonizza i conflitti di legge.
Il principio cardine che emerge, e che accomuna l’ordinamento francese a quello italiano, è l’impossibilità di eludere la quota spettante ai figli. In entrambi i Paesi, la legge riserva loro una porzione di eredità che non può essere annullata né da disposizioni testamentarie, né da donazioni, né dalla costituzione di Trust. In Francia si parla di réserve héréditaire, in Italia di legittima, ma la sostanza giuridica non cambia.
La tutela dei legittimari nell’ordinamento transalpino è pressoché identica a quella italiana, il che rende il caso Bardot un modello predittivo di ciò che può accadere a un imprenditore o a un professionista nel nostro Paese: i medesimi rischi, le medesime regole, le medesime conseguenze.
È un errore comune ritenere che l’uso di strumenti complessi possa azzerare i diritti dei figli. Laddove le disposizioni in vita o quelle contenute nel testamento eccedano la quota disponibile, l’erede avrà sempre a disposizione l’azione di riduzione per ottenere il reintegro della propria parte.
Questo vale a Parigi come a Roma. Pertanto, né la notorietà di un’icona né la complessità di una struttura societaria possono derogare a norme che gli ordinamenti considerano imperative e di ordine pubblico.
La vera pianificazione patrimoniale, dunque, non risiede nel tentativo di aggirare la legge, ma nella capacità di armonizzare la visione del Disponente con i vincoli ineludibili della successione necessaria, evitando che l’eredità si trasformi in un terreno di scontro giudiziario.
L’analisi del caso Bardot impone un superamento delle credenze comuni per approdare a una comprensione rigorosa degli strumenti di tutela patrimoniale. È fondamentale esaminare come il Diritto dei singoli Stati e la normativa europea coordinino la protezione degli asset e la tutela dei legittimari.
Contrariamente a una diffusa opinione, il Trust non costituisce una scorciatoia per eludere i diritti dei discendenti, né in Italia né in Francia.
In Italia, il riconoscimento del Trust è sancito dalla Convenzione dell’Aja del 1985, ratificata con la Legge 364/1989. Tale norma stabilisce esplicitamente che il Trust non può derogare alle norme imperative dell’ordinamento coinvolto; di conseguenza, non può in alcun modo violare le regole sulla successione necessaria e la tutela dei legittimari.
In Francia, sebbene sia stata sottoscritta la Convenzione dell’Aja sui Trust, quest’ultima non è mai stata ratificata. La réserve héréditaire rimane, dunque, una norma imperativa di ordine pubblico che non può essere elusa attraverso la costituzione di Trust o veicoli analoghi. In entrambi gli ordinamenti, pertanto, un Trust che comprima eccessivamente la quota riservata è sistematicamente esposto all’azione di riduzione.
L’utilizzo corretto di questo strumento, in una fattispecie analoga a quella di Brigitte Bardot, avrebbe dovuto prevedere:
Le massicce donazioni effettuate in vita da Brigitte Bardot a favore della propria Fondazione non hanno l’effetto di estinguere i diritti del figlio.
Sia la legislazione francese che quella italiana prevedono che le liberalità si sommino idealmente all’eredità residua, per verificare eventuali lesioni delle quote riservate.
In Francia, le donazioni che intaccano la réserve sono soggette a riduzione su istanza dell’erede.
In Italia, il meccanismo è speculare: le donazioni lesive della legittima possono essere impugnate con l’azione di riduzione. Ciò comporta conseguenze pratiche di estremo rilievo:
Il caso in esame si configura come una successione internazionale complessa.
Dal 17 agosto 2015, il Regolamento (UE) 650/2012 fornisce i criteri per gestire tali fattispecie:
L’applicazione di tali regole garantisce che la legge regolatrice porti con sé la propria disciplina sui legittimari, rendendo la pianificazione indispensabile laddove vi siano familiari o asset dislocati in più giurisdizioni.
La reale alternativa al contenzioso risiede nell’utilizzo consapevole degli strumenti preventivi offerti dagli ordinamenti.
Tali strumenti premiano la trasparenza e la pianificazione condivisa, configurandosi come la via più efficace per scongiurare cause decennali.
Il vero rischio risiede nel replicare il “caso Bardot” per mancanza di una strategia coordinata.
La lezione che emerge dall’analisi del Diritto francese, norvegese ed europeo è univoca: non è la complessità dello strumento giuridico a garantire la sicurezza del patrimonio, ma la coerenza della strategia complessiva con le norme sulla legittima, il Regolamento UE 650/2012 e le variabili fiscali internazionali.
Una pianificazione patrimoniale sartoriale, costruita con una profonda conoscenza delle dinamiche transfrontaliere, è l’unico strumento idoneo a garantire che la visione del Disponente sia rispettata, tutelando al contempo la stabilità dei rapporti familiari e la continuità del patrimonio.
Se si possiedono beni in più Paesi o si desidera destinare parte della propria ricchezza a finalità sociali, l’approccio preventivo non è un’opzione, ma una necessità per evitare che la propria eredità si trasformi in un paradosso legale.
Se Brigitte Bardot si fosse rivolta allo Studio Di Bello & Partners per pianificare il passaggio generazionale del suo ingente patrimonio, l’analisi si sarebbe concentrata immediatamente sul superamento del conflitto tra la volontà filantropica e i diritti dell’erede legittimario. In una successione di tale complessità, la soluzione risiede nell’utilizzo sapiente degli strumenti che l’ordinamento francese mette a disposizione per cristallizzare gli accordi tra le parti.
Esaminiamo le due strade maestre del diritto d’oltralpe che avrei proposto per mettere in sicurezza la continuità della Fondazione.
La prima opzione, di natura radicale, riguarda la rinuncia all’eredità. In Francia, questo è un diritto potestativo dell’erede che consente di rifiutare integralmente la chiamata successoria, privandosi sia dei diritti sui beni che degli obblighi sui debiti.
Sotto il profilo tecnico, la rinuncia presenta caratteristiche precise:
Se Nicolas Charrier avesse rinunciato all’eredità, avrebbe perso ogni diritto di contestare le donazioni fatte in vita dalla madre. Tuttavia, tale scelta avrebbe spostato la legittima sulle sue figlie (le nipoti di B.B.), lasciando potenzialmente aperto il medesimo conflitto legale con una nuova generazione di eredi.
La vera chiave di volta per una pianificazione inattaccabile sarebbe stata però la RAAR (Renonciation anticipée à l’action en réduction).
A differenza della rinuncia totale, questo è uno strumento di estrema sofisticazione giuridica introdotto dal legislatore francese (articoli 929-930-5 del Code Civil francese) per permettere una gestione flessibile della réserve.
Con la RAAR, l’erede accetta l’eredità ma rinuncia preventivamente, mentre il Disponente è ancora in vita, al diritto di contestare le donazioni che eccedono la quota disponibile.
In qualità di consulente ed esperto di successioni transfrontaliere, avrei lavorato per convincere Brigitte Bardot che la protezione della Fondazione non poteva prescindere da una negoziazione trasparente con Nicolas.
La mia proposta sarebbe stata la strutturazione di un accordo basato sulla compensazione strategica.
Invece di tentare uno “svuotamento” patrimoniale unilaterale (destinato a fallire in sede giudiziaria), avrei suggerito a Bardot di destinare una porzione qualificata del patrimonio al figlio e, soprattutto, alle nipoti, a fronte della sottoscrizione di una RAAR.
Avrei proposto di lasciare alla Fondazione la proprietà piena e inattaccabile degli asset immobiliari (le ville di Saint-Tropez e della Costa Azzurra, i “santuari” fisici), offrendo in contropartita a Nicolas e alle nipoti quello che abbiamo definito l’oro invisibile: i diritti di immagine, i diritti musicali e le royalty cinematografiche future.
Questa strategia avrebbe garantito tre risultati fondamentali:
Il caso Bardot dimostra che, nelle successioni transfrontaliere, l’unico modo per garantire che la propria volontà sia rispettata non è l’imposizione, ma la pianificazione ben strutturata.
Rivolgersi a un professionista esperto nel Regolamento Successorio Europeo e nel Code Civil francese permette di trasformare un potenziale scontro tra eredi in una gestione fluida e sicura della propria eredità, assicurando che i propri ideali, come la protezione dei nostri amici a quattro zampe, non vengano traditi da un errore di forma o da una mancanza di visione strategica.
Il caso di Brigitte Bardot evidenzia come, nelle successioni transfrontaliere o transnazionali, l’improvvisazione o il ricorso a strumenti standardizzati possa tradursi in un disastro patrimoniale.
Un approccio sartoriale consente di prevenire problemi legali e di garantire che le ultime volontà siano rispettate in modo integrale e inattaccabile.
Solo attraverso una consulenza personalizzata, che tenga conto delle specificità degli asset e delle normative vigenti in ciascuna giurisdizione interessata, è possibile assicurare una gestione fluida e priva di ostacoli dell’intera procedura successoria.
