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ESG e sostenibilità finanziaria per le PMI: il termometro per misurare il presente

11 minuti di lettura
ESG e sostenibilità finanziaria per le PMI: il termometro per misurare il presente

Nell’attuale contesto economico, è diventato fondamentale per le imprese dotarsi di sistemi di analisi della performance aziendali, capaci di fornire informazioni tempestive e integrate. Questi strumenti devono saper restituire una visione chiara dell’andamento aziendale sotto il profilo strategico, economico, patrimoniale e finanziario.

 

I temi legati alla sostenibilità finanziaria della gestione risultano sempre più centrali e attuali.

 

Per sostenibilità finanziaria si intende la capacità intrinseca dell’azienda di mantenere un equilibrio costante tra entrate e uscite, tanto nel breve quanto nel lungo periodo; questo è un requisito che rappresenta un vero e proprio “must”.

Questa necessità si fa sentire con particolare urgenza nelle PMI, realtà spesso caratterizzate da una maggiore fragilità finanziaria e da un minor potere contrattuale nei confronti del sistema bancario.

Per le aziende, dotarsi di strumenti e assetti organizzativi adeguati a monitorare performance e sostenibilità non è solo un adempimento, ma un passo essenziale per garantirne la solidità.

 

Governance aziendale per le PMI

Strumenti di monitoraggio e gestione dei flussi di cassa

Quando parliamo di strumenti adeguati, entriamo in un ambito che riguarda direttamente la governance aziendale. L’adeguatezza non è un concetto astratto, ma deve essere rigorosamente commisurata alla dimensione e alla complessità dell’impresa. Per le PMI, in particolare, questo significa adottare sistemi che non devono trasformarsi in un fardello burocratico, capace di appesantire i processi o di irrigidire la naturale flessibilità operativa.

Al contrario, l’efficacia di uno strumento si valuta in base alla sua capacità di generare flussi informativi snelli ma dettagliati, in grado di restituire una fotografia nitida dell’andamento economico-finanziario, sia in ottica storica che, soprattutto, prospettica. Il monitoraggio dovrebbe focalizzarsi, in particolar modo, sulla capacità dell’azienda di generare flussi di cassa coerenti e costanti, essenziali per rispettare le obbligazioni assunte e per sostenere con basi solide i programmi di investimento futuro.

 

Come valutare lo stato di salute di un’impresa?

In questo percorso, il bilancio di esercizio rappresenta inevitabilmente il punto di partenza tecnico, in particolar modo per le analisi di tipo “desk”. Tuttavia, è fondamentale riconoscere che gli schemi rigidi, imposti dagli articoli 2424 e 2425 del Codice Civile, nascono con una finalità prevalentemente civilistica e fiscale, risultando spesso distanti dalle necessità di chi deve gestire il business.

Trattandosi di schemi obbligatori e standardizzati per tutte le imprese, non riescono a riflettere le specificità dei diversi modelli di business.

Il limite più evidente si riscontra nel Conto Economico, dove l’aggregato del “Valore della produzione” risulta spesso poco significativo, se non addirittura fuorviante, per le aziende che operano in settori non manifatturieri.

Per superare questa opacità informativa, la riclassificazione del bilancio non è un semplice esercizio contabile, ma un’operazione strategica.

Solo attraverso una distinzione netta tra la gestione ordinaria o caratteristica (il cosiddetto “core business”) e le componenti straordinarie, finanziarie o fiscali, è possibile isolare il reale valore generato dall’impresa e valutarne con precisione la redditività operativa, l’efficienza dei processi e l’equilibrio finanziario complessivo.

 

Quali sono i parametri di salute e comparabilità?

L’analisi per indici

In questa attenta analisi, gli indici di redditività si presentano come vere e proprie bussole.

L’interpretazione degli indici deve essere inserita in un quadro di confronto spaziale (rispetto ai competitor e alle medie di settore) e temporale (analizzando il trend su più esercizi).

Questa analisi permette di sintetizzare lo “stato di salute” complessivo dell’impresa, ma richiede un prerequisito fondamentale: l’uniformità.

 

In assenza di una coerenza rigorosa nella terminologia e nella metodologia di calcolo, la comparazione perde di affidabilità.

 

Questa metodologia di analisi è oggi sempre più diffusa e richiesta dal mercato poiché:

  • Permette di operare in modo parametrico, sulla base di indicatori di sintesi che facilitano il controllo di gestione.
  • Riconduce fenomeni aziendali intrinsecamente complessi a una rappresentazione semplificata e leggibile.
  • Svolge una doppia funzione, ossia preventiva, per orientare le scelte strategiche e gli investimenti, e consuntiva, per validare i risultati raggiunti.

Inoltre, tradurre la complessità aziendale in parametri standardizzati è essenziale per dialogare con il sistema bancario, che necessita di dati oggettivi e confrontabili, per formulare i propri giudizi sul merito creditizio.

 

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Quali sono i rischi?

Nonostante l’indubbio valore, l’analisi per indici richiede alcune cautele metodologiche che è sconsigliato sottovalutare.

Esiste infatti il rischio concreto di:

  • Perdere la visione dei valori assoluti. Concentrarsi solo sulle percentuali può far trascurare l’entità reale delle poste finanziarie in gioco.
  • Scollegarsi dalla realtà operativa. I numeri devono sempre essere ricondotti al contesto specifico e al mercato in cui l’azienda opera.
  • Eccesso di frammentazione. Il calcolo di un numero eccessivo di quozienti può generare “rumore” informativo, facendo perdere di vista il significato complessivo della gestione.
  • Limiti del dato puntuale. Se l’analisi viene circoscritta a un solo esercizio, i risultati possono essere distorti da eventi episodici, perdendo il loro potere segnaletico.

 

L’analisi di bilancio è un punto di partenza. Essa deve essere necessariamente integrata e completata con una valutazione qualitativa e quantitativa del settore, del posizionamento competitivo e delle dinamiche del mercato di riferimento.

 

Cosa è la capacità di autofinanziamento aziendale?

Se la riclassificazione del bilancio offre una solida base strutturale, è nella costruzione e nell’analisi dei flussi di cassa che risiede la chiave per valutare la reale capacità di autofinanziamento dell’azienda. Non è sufficiente generare utili su carta, se questi non si traducono in una liquidità capace di sostenere l’operatività e la crescita.

L’adozione di strumenti come il budget mensilizzato dei flussi di cassa o il rendiconto finanziario a tre o cinque anni permettono di distinguere le imprese solide da quelle più esposte a tensioni di liquidità. In un sistema finanziario sempre più selettivo, la capacità di leggere e comunicare la performance aziendale diventa il “linguaggio comune” nel dialogo tra impresa e banca. Saper comunicare con chiarezza la propria dinamica finanziaria consente di rafforzare la pianificazione e prevenire squilibri, ma anche di migliorare sensibilmente l’accesso alle risorse finanziarie, trasformando la sostenibilità della gestione in un fattore di competitività decisivo.

 

Quali sono i vantaggi del bilancio di sostenibilità?

Il bilancio di sostenibilità rappresenta uno strumento informativo evoluto che analizza l’andamento aziendale attraverso l’impatto economico, sociale e ambientale (ESG).

Utilizzando indicatori specifici e standardizzati (GRI), il documento mette in luce le strategie adottate, i traguardi raggiunti, gli obiettivi mancati e il complesso sistema di rischi e opportunità.

Questo processo accresce la trasparenza verso tutti gli stakeholder (investitori, clienti, dipendenti) e consolida la reputazione aziendale, rivelando la reale salute complessiva dell’organizzazione e superando i limiti della rendicontazione finanziaria tradizionale.

Nello specifico, il bilancio di sostenibilità arricchisce il quadro informativo aziendale attraverso sei informazioni fondamentali:

  1. Copertura a 360 gradi (ESG) 

Fornisce dati puntuali sulla dimensione Ambientale (E: emissioni di CO2, consumi energetici e idrici, gestione dei rifiuti, biodiversità), Sociale (S: condizioni di lavoro, diversità, sicurezza, impatto sulle comunità, diritti umani) e Governance (G: trasparenza, politiche commerciali, etica e composizione del management).

  1. Indicatori di Performance (KPI) 

Traduce l’efficacia delle strategie implementate in metriche dettagliate e quantificabili, basate sugli standard internazionali (GRI Standards).

  1. Trasparenza e fiducia

Identifica chiaramente i rischi e le opportunità legati alla sostenibilità, elemento essenziale per accrescere la fiducia degli investitori e dei clienti e garantire stabilità nel lungo termine.

  1. Gestione di rischi e opportunità

Supporta l’azienda nell’individuare aree di miglioramento, permettendo di sviluppare strategie proattive per affrontare sfide future, come le evoluzioni normative o i cambiamenti climatici.

  1. Valore per gli stakeholder

Comunica in modo trasparente il valore (economico, sociale e ambientale) creato per tutti gli attori coinvolti, dai dipendenti agli azionisti.

  1. Visione strategica

Dimostra come l’impegno ESG non sia un’attività di facciata, ma una componente integrata nel modello di business e strettamente connessa alla strategia complessiva dell’azienda.

 

L’integrazione tra bilancio di sostenibilità e bilancio d’esercizio permette di penetrare molto più a fondo nella realtà aziendale. Questa sinergia fa emergere con chiarezza gli effettivi punti di forza e le debolezze dell’impresa, offrendo una base conoscitiva indispensabile sia per eventuali processi di riorganizzazione interna, sia per una valutazione approfondita da parte di futuri investitori.

Per comprendere meglio il valore di questa integrazione, possiamo ipotizzare il caso di due aziende, che chiameremo ALFA e BETA, apparentemente “gemelle”.

Se ci limitassimo ad analizzare i loro documenti contabili, ci troveremmo davanti a due realtà speculari: entrambe dichiarano ricavi per 1.200.000 euro, un EBITDA di 1.800 euro e oneri finanziari per 20.000 euro.

Anche la loro dinamica finanziaria sembra identica, con un cash flow operativo di 60.000 euro che, al netto di 20.000 euro di investimenti, genera per entrambe un free cash flow di 40.000 euro.

Davanti a numeri così sovrapponibili, un investitore intenzionato ad acquisire una delle due società si troverebbe in una situazione di totale indifferenza. Si può dedurre che, a parità di prezzo, i bilanci tradizionali non offrono alcun elemento per preferire l’una all’altra.

Il quadro muta radicalmente se passiamo dall’analisi dei dati storici a una visione “forward-looking” attraverso il bilancio di sostenibilità. Quando si parla di sostenibilità in ambito finanziario, si fa riferimento alla capacità di un’impresa di mantenere stabilità e prosperità nel tempo, guardando oltre ciò che è accaduto, per prevedere come il modello operativo reggerà alle sfide future.

Prendendo come esempio un unico pilastro della rendicontazione ESG, ovvero il capitale umano, si scopre che dietro i medesimi numeri si celano due mondi opposti.

L’azienda ALFA presenta una struttura solida e proiettata al futuro.

Infatti, i suoi 60 dipendenti sono tutti laureati, esiste una perfetta parità di genere (50% uomo/donna) che si riflette anche in Consiglio di Amministrazione, la totalità del personale viene costantemente aggiornata attraverso piani di formazione continua.

L’azienda BETA, pur avendo la stessa dimensione, non conta alcun laureato tra le proprie fila; la sua forza lavoro è sbilanciata (80% uomini e solo 20% donne) con una totale assenza di leadership femminile nel CDA e meno della metà dei dipendenti accede a percorsi formativi.

Questo confronto mette in luce come il bilancio di sostenibilità contenga informazioni che nel bilancio economico-finanziario rimangono “nascoste”, ma che sono determinanti per comprendere il reale potenziale di un’impresa.

Dal confronto tra queste due realtà si nota che, nonostante risultati economico-finanziari identici, l’azienda ALFA possiede una stabilità superiore e una predisposizione naturale al futuro. La sua resilienza di fronte agli imprevisti la rende, di fatto, la scelta migliore per qualsiasi investitore.

Redigere un bilancio di sostenibilità (pratica oggi supportata anche dal punto di vista normativo, come confermato dal Decreto Omnibus per un’ampia platea di imprese) non significa semplicemente “fare i compiti a casa”, ma vuol dire analizzare l’intera organizzazione per intercettarne i punti deboli e porvi rimedio, fortificando la struttura aziendale in vista di una crescita duratura.

 

In un’epoca segnata da instabilità geopolitica e transizioni tecnologiche, la ricerca di certezze diventa prioritaria.

 

Il bilancio d’impresa, se fondato su standard rigorosi e una qualità dei dati certificata, rappresenta una bussola essenziale per tutti gli attori economici. Come evidenziato da Deloitte & Touche in occasione dell’ultimo Oscar di Bilancio, mentre il mondo accelera, la rendicontazione rimane il punto fermo capace di orientare le scelte future.

Questa certezza non riguarda più solo i numeri, ma richiede una governance d’impresa evoluta, capace di garantire controllo, conformità e accuratezza.

 

Qual è il ruolo del Chief Financial Officer (CFO)? 

La qualità di un bilancio dipende direttamente dalla robustezza dei processi e dei controlli interni.

È il disegno stesso di questi processi che permette all’impresa di reagire prontamente ai mercati mutevoli e ai cambiamenti normativi. In questo senso, la governance moderna determina l’affidabilità dei dati e la solidità della reputazione aziendale. Un dato rilevante della ricerca Deloitte Global Human Capital Trends 2025 sottolinea come la fiducia interna, quella che i lavoratori ripongono nei propri manager, si rifletta inevitabilmente sulla qualità e sulla credibilità della rendicontazione verso l’esterno.

 

Il bilancio di sostenibilità diventa lo specchio della cultura d’impresa: un binomio inscindibile tra etica e numeri.

 

L’introduzione della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) pone una nuova sfida, vale a dire estendere all’informativa non finanziaria lo stesso rigore metodologico e documentale tipico del reporting finanziario.

Non si tratta di produrre documenti separati, ma di costruire un sistema di rendicontazione unitario dove le performance economiche dialogano costantemente con gli impatti ambientali e sociali.

In questa trasformazione, il ruolo del Chief Financial Officer (CFO) diventa centrale. Tradizionalmente custode della contabilità, il CFO si trova oggi a gestire anche le informazioni sulla sostenibilità, diventando il garante di un flusso informativo unico. Recenti analisi condotte su un campione di società italiane confermano la seguente tendenza: in molti casi (circa l’80%), la responsabilità del reporting di sostenibilità è stata affidata proprio al CFO.

Questa evoluzione ridefinisce le competenze richieste e la visione stessa del reporting.

 

I rischi climatici e il capitale umano entrano finalmente nelle valutazioni strategiche con lo stesso rigore degli asset materiali.

 

Quando le imprese rendicontano con chiarezza gli indicatori finanziari e quelli ESG, creano un ecosistema informativo che rafforza l’intero sistema economico.

 

 Il bilancio, inteso in questa sua forma evoluta, diventa un asset fondamentale per generare, mantenere e comunicare quella fiducia che è alla base della sostenibilità di ogni singola azienda. 

 

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