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ESG, economia circolare e filiera del riciclo: valore patrimoniale e industriale

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ESG, economia circolare e filiera del riciclo: valore patrimoniale e industriale

 

Cosa succederebbe se il concetto di rifiuto sparisse dai bilanci dell’azienda per essere sostituito da quello di asset rigenerativo?

 

Non è una provocazione teorica, ma la domanda cardine che sta riscrivendo le gerarchie del mercato globale. Se per decenni il riciclo è stato confinato in una zona d’ombra, percepito alternativamente come un costo etico, un obbligo normativo o un’esternalità da gestire, la realtà ci restituisce un’immagine diametralmente opposta.

 

Siamo di fronte a una vera e propria miniera industriale a cielo aperto, capace di trasformare la gestione dello scarto in un vantaggio competitivo senza precedenti.

 

Le cifre non lasciano spazio a dubbi. Si stima che la transizione verso un’economia basata sull’azzeramento degli sprechi e sulla rigenerazione sistematica dei materiali possa generare un valore aggiunto globale pari a 360 miliardi di dollari entro il 2050. Questo potenziale non è distribuito in modo casuale, ma attraversa ogni settore produttivo, dalla manifattura al real estate, ridefinendo il concetto stesso di redditività.

 

Qual è il valore dell’economia circolare?

L’analisi della filiera del riuso non può prescindere dai dati scientifici.

Lo studio How circularity can make the built environment more sustainable, condotto da McKinsey & Company (colosso mondiale della consulenza strategica), evidenzia come la costruzione di una filiera circolare solida non sia un obiettivo utopico a lungo termine, ma un processo capace di generare valore tangibile già nell’arco di soli 5 anni.

Non si tratta solo di “fare del bene al pianeta”, ma di blindare la propria catena del valore.

Secondo McKinsey, l’implementazione sistematica della circolarità permetterebbe di abbattere le emissioni di CO₂ del 13% già entro il 2030, raggiungendo un impressionante -75% in 25 anni.

Per l’imprenditore e l’investitore istituzionale, questi numeri si traducono in una drastica riduzione dei rischi ambientali, in un accesso privilegiato al mercato dei capitali (sempre più attento ai rating ESG) e in una mitigazione diretta della volatilità dei prezzi delle materie prime vergini.

 

Il riciclo non è più solo una scelta ambientale, ma una strategia di sviluppo industriale necessaria per chiunque voglia costruire un futuro solido e sostenibile.

 

Saper progettare il ciclo di vita di un materiale, anticipare le tecnologie di recupero e comprendere le dinamiche significa trasformare un’incognita operativa in una riserva di valore.

 

L’economia circolare nel settore delle costruzioni

Se osserviamo le nostre città con gli occhi di un investitore, ciò che vediamo non è solo un insieme di edifici, ma un immenso ed inefficiente serbatoio di capitali congelati. Il settore delle costruzioni vive un paradosso che non ha eguali in nessun’altra industria moderna: rappresenta il pilastro della ricchezza globale, eppure opera con una dissipazione di valore che rasenta l’autolesionismo economico.

L’ambiente costruito è oggi responsabile di quasi il 40% delle emissioni globali di CO₂ legate all’energia e produce circa un terzo dei rifiuti mondiali, ma il vero dato allarmante è un altro: solo l’1% dei materiali provenienti dalle demolizioni viene recuperato e reimmesso nel ciclo produttivo.

Questa situazione è un fallimento gestionale, non solo una crisi ambientale.

Per esigenze di chiarezza, pensiamo a una fonderia che getta l’acciaio appena prodotto o una vetreria che frantuma i propri manufatti dopo un solo utilizzo. È esattamente ciò che accade ogni volta che un edificio viene abbattuto: acciaio strutturale, calcestruzzo e componenti tecnologiche (beni che hanno richiesto investimenti massicci e un’intensità energetica enorme) vengono declassati a scarti privi di valore, costringendo il mercato a esporsi nuovamente alla volatilità e ai costi delle materie prime vergini.

Invertire questa rotta significa smettere di guardare alla demolizione come alla fine di un ciclo e iniziare a vederla come l’apertura di una miniera urbana.

Secondo l’analisi strategica di McKinsey & Company, la transizione verso un modello dove ogni materiale viene progettato per essere recuperato potrebbe sbloccare un guadagno netto di 360 miliardi di dollari entro il 2050.

Il valore è intrinseco alla materia stessa:

  • Il gigante del cemento: calcestruzzo e cemento pesano per il 30% sulle emissioni legate ai materiali. Prolungare la vita delle strutture e riciclare i componenti permetterebbe di recuperare un valore di 122 miliardi di dollari entro il 2050, trasformando un materiale tradizionalmente “povero” in un asset di economia circolare.
  • L’acciaio come valuta: il riutilizzo diretto dei componenti in acciaio, oggi ancora tristemente limitato, potrebbe immettere nel sistema 61 miliardi di dollari di valore netto, riducendo drasticamente la dipendenza dai mercati estrattivi.
  • La filiera delle tecnologie: plastiche, vetri e persino il cartongesso, se gestiti attraverso logiche di downcycling intelligente o rigenerazione integrale, rappresentano una dote economica che supera complessivamente i 140 miliardi di dollari.

 

Che cosa è il retrofit e perché protegge gli immobili dalla svalutazione?

In un’Europa dove il 75% degli edifici è considerato inefficiente e rischia di diventare un asset incagliato (stranded asset) a causa delle nuove normative green, la rigenerazione urbana non è più un’opzione, ma l’unico scudo contro la svalutazione.

È qui che emerge il ruolo centrale del retrofit. Non si tratta di una semplice manutenzione migliorativa, ma di un intervento profondo che riqualifica l’esistente attraverso l’integrazione di nuove tecnologie, estendendone la durata e le prestazioni senza i costi (economici e ambientali) della ricostruzione integrale.

Entro il 2050, si stima che i progetti di ammodernamento genereranno miliardi di tonnellate di materiali. La capacità di rimettere in circolo anche solo il 50% di questi componenti permetterebbe di evitare smaltimenti onerosi, generando un valore di 600 miliardi di dollari. Come sottolineato con precisione da Andrea Bertelè, Partner di McKinsey & Company: “La circolarità non è un processo di gestione dello scarto, ma un atto di progettazione consapevole volto a estendere il ciclo di vita dei materiali”.

 

Per chi gestisce grandi patrimoni immobiliari, la circolarità deve diventare la nuova lente della pianificazione. Ogni edificio deve essere pensato non come un costo che decade nel tempo, ma come una “banca di materiali” capace di conservare ed evolvere il proprio valore.

 

Investire nel retrofit e nella rigenerazione permette di trasformare un rischio di obsolescenza in una straordinaria opportunità di rendimento e resilienza.

 

Perché investire nella prevenzione climatica conviene al patrimonio italiano?

Se l’analisi globale delineata da McKinsey offre una visione macroeconomica del riciclo come opportunità di profitto, l’Italia rappresenta il “laboratorio” più complesso e urgente per l’applicazione di questi principi.

Nel nostro Paese, la questione della sostenibilità e dell’economia circolare non è solo una sfida industriale o un vezzo ecologico, ma una vera e propria strategia per la tutela del valore territoriale. Il paradosso italiano è sotto gli occhi di tutti: possediamo un patrimonio costruito di inestimabile valore storico, che poggia però su un suolo drammaticamente vulnerabile.

La gestione del territorio non è più soltanto una responsabilità pubblica, ma diventa la variabile critica per chiunque detenga asset immobiliari.

I dati più recenti dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) delineano una mappa del rischio che dovrebbe far riflettere ogni investitore. Oltre il 94% dei Comuni italiani è esposto a pericoli di frane, alluvioni o erosione costiera. Questa fragilità è un “moltiplicatore di incertezza” che grava direttamente sulle quotazioni del mercato immobiliare e sulla sicurezza dei capitali. Continuare a perseguire un’urbanistica di espansione, andando a cementificare nuove porzioni di suolo in un Paese così fragile, non è solo un errore ambientale, ma un azzardo finanziario insostenibile.

La vera sfida è compiere un salto di qualità, passando dalla logica dell’emergenza (costosa, tardiva e puramente riparativa) a una cultura della prevenzione strategica.

 

Non lasciare che il futuro dell’azienda sia scritto dal caso o dalla burocrazia.

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Rigenerazione urbana e rischio idrogeologico

Il Patto per le città dell’ANCE

Questa necessità è stata il cuore pulsante della conferenza Città nel Futuro 2030-2050, svoltasi al Maxxi di Roma nell’ottobre 2025. In quell’occasione, la Presidentessa dell’ANCE (Associazione Nazionale Costruttori Edili), Federica Brancaccio, ha lanciato un monito che ogni amministratore e imprenditore dovrebbe fare proprio: l’Italia deve siglare un nuovo “Patto per le città”.

La logica economica alla base di questo patto è di una linearità disarmante: investire oggi un euro nella prevenzione climatica e nella messa in sicurezza del territorio significa evitare di spenderne dieci domani per gestire le macerie di un disastro annunciato.

 

Passare alla rigenerazione del tessuto edilizio già esistente ha l’obiettivo di proteggere il capitale immobiliare italiano dalla svalutazione.

 

Per i costruttori moderni, il ruolo cambia radicalmente: non sono più artefici di nuovo consumo di suolo, ma “chirurghi urbani” capaci di intervenire sulla città esistente per renderla resiliente, efficiente e inclusiva.

Il dibattito al Maxxi ha evidenziato come la rigenerazione urbana sia l’unico strumento in grado di rispondere contemporaneamente a due emergenze parallele: quella climatica, legata all’adattamento delle città, e quella sociale, legata all’affordable housing (la necessità di fornire case accessibili e sicure a una popolazione che cambia).

Un’ulteriore analisi condotta dall’IFEL (Istituto per la Finanza e l’Economia Locale) ha fatto emergere un dato che rappresenta il lato oscuro del nostro mercato immobiliare: l’Italia detiene la maglia nera in Europa per il numero di alloggi disabitati. Ci troviamo di fronte a un immenso patrimonio fantasma, un capitale immobiliare già costruito, spesso degradato e improduttivo, che contribuisce alla paralisi del mercato e al declino delle periferie senza generare alcun valore economico o sociale.

Stando così le cose, il concetto di “riciclo” deve evolversi, poiché non riguarda più soltanto i materiali da costruzione recuperati dai cantieri, ma lo spazio urbano stesso. Rigenerare il patrimonio disabitato e rifunzionalizzare gli edifici obsoleti è la forma più alta e nobile di economia circolare applicata al territorio. Per gli investitori e i decisori politici, la vera opportunità non risiede nel trovare nuovi terreni da edificare, ma nel saper leggere nelle pieghe delle nostre città le straordinarie possibilità di recupero di questo capitale immobile.

Superare la logica dell’emergenza per abbracciare quella della prevenzione e della rigenerazione significa blindare il futuro delle nostre città contro le incertezze del clima e del mercato.

 

Un’economia davvero circolare deve saper unire l’efficienza molecolare dei materiali alla resilienza strutturale del territorio, costruendo un modello di sviluppo dove la sicurezza del suolo e la valorizzazione dell’esistente siano le fondamenta di ogni nuova ricchezza.

 

Come trasformare il riciclo della plastica in un asset strategico per la filiera industriale nazionale?

Se l’edilizia rappresenta la riserva di valore delle nostre città, la plastica è senza dubbio il banco di prova della nostra capacità di innovazione industriale. In Italia, la gestione di questo materiale sta abbandonando la dimensione puramente ecologica per entrare in quella della geopolitica delle risorse. Non stiamo più parlando solo di “pulizia ambientale”, ma di come un Paese povero di materie prime possa estrarre dai propri scarti le risorse necessarie per alimentare il proprio motore manifatturiero.

L’Italia vanta un primato europeo che spesso resta confinato tra gli addetti ai lavori: siamo l’unico Paese capace di selezionare oltre 20 diverse tipologie di polimeri, differenziandoli per composizione e colore grazie a una rete di 33 impianti di selezione all’avanguardia.

Purtroppo, questo primato tecnico si scontra da decenni con un limite infrastrutturale che è anche una ferita economica: il divario Nord-Sud.

Attualmente, il 70% delle aziende di riciclo è concentrato nelle regioni settentrionali. Questa asimmetria non è solo un dato geografico, ma un’inefficienza sistemica che brucia valore. Infatti, siamo costretti a trasferire enormi volumi di materiali dal Mezzogiorno verso il Nord, o peggio all’estero, disperdendo ricchezza in logistica e perdendo l’opportunità di creare poli industriali nei territori d’origine.

 

Cosa sono i Progetti Faro e i Plastic Hubs?

Riciclo della plastica e PNRR

Per scardinare questa inerzia e trasformare l’Italia in un leader globale dell’economia circolare, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha messo in campo i Progetti Faro (Linea di intervento 1.2 c). Non si tratta di semplici sussidi, ma di un investimento mirato di circa 262 milioni di euro destinato alla realizzazione di 75 nuovi impianti di trattamento. L’obiettivo è duplice e ambizioso: potenziare il riciclo meccanico tradizionale e introdurre su larga scala il riciclo chimico, l’unica tecnologia capace di rigenerare quelle plastiche complesse che oggi finiscono inevitabilmente nei termovalorizzatori o, peggio, in discarica.

Secondo i dati elaborati da Fondazione Openpolis, aggiornati a metà 2025, questa macchina industriale è già in movimento. Sono 54 gli impianti già avviati, con una distribuzione che finalmente punta a riequilibrare la mappa del valore nazionale:

  • La spinta del Nord: la Lombardia guida la classifica con dieci progetti, tra cui spicca l’investimento di oltre 4,3 milioni di euro per Lucart Spa, seguita da Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto.
  • La scommessa del Mezzogiorno: al Sud e nelle isole sono previsti 17 impianti strategici. Realtà come l’abruzzese Priamus Ecologica hanno già incassato il 100% dei fondi, dimostrando una capacità esecutiva che sta finalmente colmando il gap impiantistico con il resto del Paese.

 

La vera rivoluzione introdotta da questa visione risiede nel concetto di Plastic Hubs. Non dobbiamo più immaginare semplici centri di stoccaggio, ma veri e propri poli di simbiosi industriale.

 

Entro l’inizio del 2027, quando questi impianti saranno pienamente operativi, l’Italia potrà sbloccare definitivamente il mercato interno dei materiali riciclati.

 

Sostenere la domanda di plastiche rigenerate significa ridurre la dipendenza dalle materie prime vergini, soggette a speculazioni finanziarie e tensioni geopolitiche internazionali, e blindare la catena di fornitura delle nostre imprese. In quest’ottica, il riciclo cessa di essere una tassa ambientale per diventare un asset industriale strategico. Ogni punto percentuale di fondi PNRR spesi correttamente rappresenta un dividendo in termini di resilienza per il 2026.

 

Non esiste economia circolare senza una rete infrastrutturale solida. Trasformare l’Italia in una piattaforma logistica del riciclo significa alimentare il nostro futuro con risorse autarchiche, inesauribili e prodotte in casa.

 

Qual è il futuro dell’Italia?

L’ambizione italiana di raggiungere l’obiettivo europeo del 65% di riciclo effettivo entro il 2035 non è solo un traguardo statistico, ma una necessità strutturale. Per centrare questo obiettivo, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha adottato una potenza di fuoco finanziaria senza precedenti. Oltre la misura specifica per la plastica, la linea di investimento dedicata alla Realizzazione di nuovi impianti e ammodernamento di quelli esistenti dispone di una dote da 1,5 miliardi di euro.

Questa misura punta a risolvere il collo di bottiglia della raccolta differenziata urbana, concentrando circa il 60% degli investimenti nei Comuni del Centro-Sud. L’obiettivo è eliminare una volta per tutte la tassa logistica che grava sui territori meno infrastrutturati, trasformando ogni regione in un polo autosufficiente capace di trattare rifiuti organici, multimateriale, vetro e imballaggi in carta.

 

Riciclo di carta, RAEE e settore tessile

Se guardiamo ai flussi più pregiati, il focus si sposta sui RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche) e sul settore tessile. Questi ambiti rappresentano le vere “miniere tecnologiche” del nostro secolo. All’interno di uno smartphone o di un elettrodomestico dismesso si celano terre rare e metalli preziosi che l’Europa è costretta a importare da mercati geopoliticamente instabili.

Nell’ambito dell’investimento PNRR 1.2, sono stati stanziati 600 milioni di euro per 167 progetti innovativi dedicati proprio a carta, cartone, tessile e RAEE.

Al 31 marzo 2025, la spesa ha già superato i 100 milioni di euro, segnando una progressione che punta al completamento delle infrastrutture entro il secondo trimestre del 2026. Non si tratta solo di smaltire abiti o vecchi computer, ma di creare una filiera nazionale capace di rigenerare fibre tessili e recuperare metalli critici, alimentando così la nostra industria manifatturiera e hi-tech con risorse autarchiche.

 

Waste to energy e biometano: la sfida per la sovranità energetica nazionale

Un capitolo a parte merita la frazione organica, che sta vivendo una metamorfosi. Attraverso il recupero dei rifiuti organici (il cosiddetto Waste-to-Energy), l’Italia ha già raggiunto una produzione di circa 30 milioni di m³ di biometano. Potenziare gli impianti di digestione anaerobica, specialmente nel Mezzogiorno, significa non solo ridurre il conferimento in discarica, che l’Europa ci impone di abbattere drasticamente, ma contribuire alla sovranità energetica del Paese, trasformando l’umido domestico in carburante pulito per i trasporti e le industrie.

La vera sfida dei prossimi anni non risiederà solo nel “raccogliere”, ma nel “vendere”.

Sbloccare il mercato delle materie prime seconde è l’ultimo miglio della maratona circolare.

Affinché il sistema regga economicamente, è necessario che la domanda interna di materiali riciclati sia sostenuta da normative favorevoli e da una qualità del riciclato che lo renda preferibile alle materie prime vergini.

 

Il miglioramento della qualità della raccolta, focalizzato sulla rimozione delle impurità fin dall’origine, diventa un imperativo industriale.

 

Ogni tonnellata di carta o vetro che torna a nuova vita è un risparmio energetico netto e una riduzione della pressione sugli ecosistemi. L’Italia, con un tasso di raccolta differenziata che nel 2024 ha toccato il 67,7%, ha già dimostrato una maturità civica straordinaria. Ora, grazie al potenziamento infrastrutturale del PNRR, è il momento di trasformare questa virtuosità in un modello economico maturo, dove il rifiuto cessa di essere un costo sociale per diventare una risorsa industriale inesauribile.

 

Come cambierà la gestione quotidiana dei rifiuti in Italia?

La rivoluzione digitale e strutturale tra tracciabilità e incentivi

La transizione verso un’economia davvero circolare non si esaurisce nella costruzione di nuovi impianti, richiede un’architettura normativa e tecnologica capace di rendere il sistema trasparente, efficiente e, soprattutto, economicamente vantaggioso per chi vi partecipa. L’Italia sta affrontando questa sfida attraverso quattro direttrici strategiche che puntano a trasformare il rifiuto in un asset tracciabile e valorizzabile.

 

  1. Digitalizzazione e tracciabilità: Il RENTRI come scudo di legalità

Il primo, grande pilastro di questa evoluzione è la digitalizzazione integrale dei flussi. Dal 13 febbraio 2025, è entrato ufficialmente in vigore il RENTRI (Registro Elettronico Nazionale per la Tracciabilità dei Rifiuti). Non si tratta di un semplice adempimento burocratico, ma di una vera e propria rivoluzione digitale che manda in pensione i vecchi registri cartacei a favore di un sistema in tempo reale. L’obiettivo del RENTRI è duplice: da un lato, semplificare la vita alle imprese oneste attraverso la dematerializzazione dei documenti; dall’altro, creare uno scudo invalicabile contro lo smaltimento illecito e le frodi ambientali. La tracciabilità totale, supportata dall’uso di chip e sensori IoT nei contenitori per la raccolta porta a porta, permette di monitorare con precisione chirurgica la qualità e la quantità dei rifiuti prodotti. Per le aziende, questo significa poter vantare un rating di legalità e sostenibilità solido, fondamentale per l’accesso a finanziamenti green e per la reputazione sul mercato internazionale.

 

  1. Dalla tassa alla tariffa: la logica del “Pay as You Throw”

Il secondo pilastro riguarda il coinvolgimento attivo dei cittadini e delle imprese attraverso la TARIP (Tariffazione Puntuale). Il passaggio dalla logica della tassa presuntiva a quella della tariffa basata sull’effettiva produzione di rifiuto non differenziato, il principio del “più ricicli, meno paghi”, è la leva psicologica ed economica più potente a nostra disposizione.

Applicare la TARIP significa incentivare una separazione dei materiali di qualità superiore fin dall’origine. Nel 2024, la raccolta differenziata in Italia ha raggiunto l’eccellente soglia del 67,7%, ma la sfida ora si sposta sulla purezza dei materiali. Ridurre le impurità nella frazione organica e nella plastica non è solo un dovere civico, ma un imperativo industriale: più il materiale è pulito, minore è il costo di trattamento e maggiore è il valore della materia prima seconda che se ne ricava.

 

  1. Ecodesign: progettare il futuro per non gestire lo scarto

La circolarità, tuttavia, non inizia nel cassonetto, ma sul tavolo del progettista. L’implementazione del regolamento europeo sull’Ecodesign 2025-2030 segna l’inizio di un’era in cui i prodotti dovranno essere pensati, fin dalla loro nascita, per essere facilmente smontabili e riciclabili.

L’ecodesign è la risposta strategica all’obsolescenza programmata e alla complessità dei materiali accoppiati (i cosiddetti “poliacoppiati”) che oggi rendono il riciclo costoso e inefficiente.

Anticipare queste normative significa, per l’industria italiana, acquisire un vantaggio competitivo enorme, creando prodotti che non diventeranno mai rifiuti irrecuperabili, ma rimarranno per sempre all’interno del ciclo economico.

 

  1. La maturazione dei mercati: lo sblocco delle materie prime seconde

Tutto questo sistema regge solo se esiste un mercato solido per ciò che viene riciclato.

Sbloccare la domanda interna di materie prime seconde è l’ultimo, fondamentale pilastro. Promuovere l’uso di materiali riciclati negli appalti pubblici (attraverso i CAM – Criteri Ambientali Minimi) e incentivare le aziende a sostituire le materie vergini con quelle rigenerate è l’unico modo per ridurre la dipendenza dalle importazioni e dalle speculazioni internazionali.

 

La combinazione tra la potenza del PNRR (con i suoi 2,1 miliardi complessivi per la gestione rifiuti), la precisione del RENTRI e l’intelligenza dell’Ecodesign sta trasformando l’Italia in un modello di gestione circolare. Non siamo più di fronte a un approccio lineare raccolta-smaltimento, ma a un ecosistema digitale e infrastrutturale dove ogni scarto viene intercettato, tracciato e reimmesso nel mercato sotto forma di nuova risorsa, energia (come il biometano) o manufatto ad alto valore aggiunto.

 

Il riciclo non è più soltanto una scelta ambientale mossa da un’etica della conservazione, ma è diventato una strategia di sviluppo industriale capace di generare valore economico, innovazione tecnologica e benessere sociale.

 

La vera sfida dei prossimi anni non risiederà solo nella capacità tecnologica di riciclare una molecola di plastica o una fibra tessile, ma nella capacità di trasformare questi singoli progetti in pratiche sistemiche diffuse.

Questo richiede un patto per la sostenibilità che coinvolga ogni attore della società:

  • Le istituzioni, che devono continuare a garantire un quadro normativo certo e incentivi economici che premino la virtuosità.
  • Le imprese, che devono avere il coraggio di investire nell’ecodesign e nella rigenerazione, vedendo nel riciclo non una tassa, ma un’opportunità di ottimizzazione dei margini e di sicurezza degli approvvigionamenti.
  • I cittadini, chiamati a essere i primi controllori della qualità del materiale, alimentando il sistema con una partecipazione consapevole.

 

Un’economia davvero circolare non riguarda solo il modo in cui produciamo e consumiamo, ma il tipo di futuro che scegliamo di lasciare in eredità: un modello più resiliente, capace di assorbire gli shock esterni; più inclusivo, capace di generare occupazione qualificata sui territori; più rispettoso del pianeta, unico vero garante della nostra sopravvivenza economica.

La bellezza dell’Italia non è da ricercarsi solo nel passato costruito, ma nella capacità di rigenerarsi continuamente, trasformando ogni scarto in una nuova risorsa.

 

Il futuro appartiene a chi lo progetta come un circolo perfetto, dove nulla va perduto e ogni fine è solo l’inizio di una nuova, straordinaria opportunità di valore.

 

Foto del profilo di Piero di Bello
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