
Dopo diversi anni, sono tornato a Putignano (BA), la mia terra d’origine, per il Carnevale.
Non vivevo l’atmosfera del Carnevale da qualche anno e volevo ritagliarmi il tempo per assistere alla sfilata dei carri allegorici.
Per chi non lo sapesse, il Carnevale di Putignano è tra i più lunghi d'Italia e antichi d'Europa. È ufficialmente nato nel 1394, quando le scorrerie saracene sulle coste della Puglia imposero di spostare le reliquie del protomartire Santo Stefano, protettore della città di Putignano, dall’abbazia di Monopoli verso l’entroterra, per poterlo difendere più facilmente.
Il corteo di trasferimento fu accolto con canti e balli contadini, dando il via alle “Propaggini” (l’apertura del Carnevale), il 26 dicembre.
Una tradizione che ha la capacità unica di fotografare, con un’ironia spesso spietata e pungente, i vizi e le contraddizioni della società attraverso la cartapesta.
Quest’anno il tema centrale è “Il paradosso”.
Un tema ambizioso, quasi filosofico, che invita a riflettere su tutte quelle incongruenze che abitano la nostra vita quotidiana e che spesso preferiamo ignorare per pura comodità. Ma tra la folla festante e il lancio dei coriandoli, un carro in particolare ha catturato la mia attenzione.
Era una rappresentazione cruda del vizio del gioco o, meglio, di quella che oggi conosciamo come ludopatia: una dipendenza patologica che sta silenziosamente distruggendo migliaia di famiglie italiane.
Quello che mi ha colpito non era solo il tema, purtroppo sempre più attuale, ma il modo in cui i maestri cartapestai avevano scelto di rappresentarlo. Il carro metteva in scena una medaglia con due facce perfettamente identiche. Normalmente, una moneta ha due lati opposti, testa e croce. In quel carro, invece, il disegno era lo stesso su entrambi i lati. Era un paradosso visivo che gridava un messaggio politico e sociale chiarissimo: quando si parla di gioco d’azzardo in Italia, il lato delle società private che gestiscono scommesse e slot machine e il lato dello Stato che dovrebbe regolamentare e proteggere i cittadini, sono in realtà la stessa identica faccia.
Il gioco d'azzardo trae profitto dalla fragilità delle persone, utilizza tecniche scientifiche per alimentare la dipendenza e sfrutta la debolezza umana a scopo di lucro.
Il paradosso non risiede in due forze che si combattono, ma nel fatto che il “controllore” è, allo stesso tempo, il principale beneficiario del vizio.
In qualità di consulente esperto in pianificazione e protezione patrimoniale, osservando quel carro non ho visto solo un’opera d’arte, ma la rappresentazione di una tragedia che incontro troppo spesso nella mia attività professionale. Dietro la satira del Carnevale di Putignano c’è la realtà di patrimoni costruiti in una vita di sacrifici che evaporano in pochi anni, di segreti tenuti nascosti fino al punto di non ritorno e di uno Stato che, pur incassando miliardi ogni anno dalla raccolta del gioco, lascia le famiglie sole a gestire le macerie.
Il meccanismo è subdolo.
Tutto inizia in modo apparentemente innocuo, ma oggi quel gioco è diventato una "scienza della dipendenza".
Le luci, i suoni, i “quasi successi” delle slot machine moderne sono progettati per creare scariche di dopamina che annullano la capacità di giudizio. Ed è qui che nasce la necessità di una protezione reale.
La difesa del patrimonio di fronte a minacce come la ludopatia non è solo una questione di buona volontà, ma di strategia legale. Quando la medaglia ha due facce uguali, l’unico modo per non perdere è smettere di scommettere sulla propria fortuna e iniziare a blindare le proprie certezze.

Mentre osservavo quel carro con le due facce identiche, la mia mente è andata oltre l’allegoria.
Mi sono ricordato di quando ero bambino: allora le “trappole” sembravano innocue. C’erano quelle macchinette dove inserivi una monetina per veder scendere una pallina colorata o un pupazzetto. Sembrava un gioco, un momento di suspense divertente. Eppure, già in quei meccanismi elementari erano contenuti i semi di quello che oggi è diventato il business spietato della ludopatia.
Il cuore di tutto non è la vincita, ma l’attesa.
Oggi la ludopatia è una malattia riconosciuta nel DSM-5 (il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), alla stregua della tossicodipendenza e dell’alcolismo. Ma a differenza di altre droghe, questa si consuma alla luce del sole, spesso con il timbro delle istituzioni. Lo Stato italiano, infatti, è il primo gestore di giochi d’azzardo nel Paese.
Entrando in una tabaccheria qualsiasi si vedono monitor che pubblicizzano lotterie, gratta e vinci e giochi online gestiti dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.
Si vedono, inoltre, poster, locandine, spot pubblicitari con il logo dello Stato. Tutto perfettamente legale e istituzionale. Ogni giorno milioni di italiani giocano, sperando che quella probabile vincita cambierà definitivamente la loro vita. Questo accade, ma non sempre in modo positivo.
Secondo i dati ufficiali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, nel 2023 la raccolta totale del gioco d’azzardo in Italia ha superato i 150 miliardi di euro, di cui circa il 40% va allo Stato, sotto forma di imposte, contributi e vincite non riscosse.
Mentre riflettevo su questo, davanti a quel carro allegorico, mi sono chiesto: che responsabilità hanno le famiglie?
È assolutamente vero che lo Stato e le aziende private creano le condizioni per la dipendenza, così come è vero che vi sono politiche, spot, avvisi che spiegano i pericoli, ma l’educazione vera e propria dovrebbe partire sempre dalle famiglie. Sono i genitori che devono insegnare ai figli il valore del denaro, la differenza tra risparmio e spesa, l’illusione della vincita facile, la matematica sfavorevole che si cela dietro ogni gioco d’azzardo.
Ma quanti genitori, oggi, parlano davvero di soldi con i propri figli?
Quanti spiegano che ogni euro risparmiato è un euro guadagnato, che la ricchezza si costruisce con il lavoro e l’investimento intelligente, non con la fortuna di una slot machine o di un gratta e vinci?
Troppi casi ho visto, nel corso della mia pratica professionale, di ragazzi cresciuti in famiglie benestanti che non hanno mai imparato il valore del denaro. Per loro il denaro era sempre disponibile, bastava chiederlo. Non avevano idea di quanto lavoro ci volesse per guadagnarlo, di quante rinunce, di quanta disciplina.
Quando, poi, questi stessi ragazzi sono diventati adulti, potendo accedere direttamente al patrimonio familiare, hanno iniziato a sperperarlo. Alcuni in acquisti impulsivi, altri in investimenti azzardati, altri ancora nel gioco d’azzardo.
Il gioco d’azzardo ha davvero un fascino pericoloso per chi non ha mai veramente compreso l’importanza di proteggere il patrimonio.
Nel mio lavoro, i numeri a volte si trasformano in storie di profonda sofferenza.
Negli ultimi cinque anni ho assistito a un aumento preoccupante di richieste di aiuto da parte di famiglie che vedono i propri risparmi svanire nell’ombra. E no, non parlo solo di casi estremi, di persone già finite nel baratro della dipendenza conclamata. Mi riferisco anche a famiglie che agiscono preventivamente, perché hanno visto i primi segnali e vogliono proteggere il patrimonio prima che sia troppo tardi.
Penso spesso a Marco (nome di fantasia, come tutti quelli che userò), 35 anni, figlio unico di una famiglia di imprenditori.
Marco ha iniziato con le scommesse sportive online. All’inizio sembrava solo un passatempo, un modo come un altro per rendere più interessante le partite della domenica. Poi le scommesse sono diventate quotidiane e a seguire sono arrivate anche le slot online.
In soli 3 anni, Marco ha sperperato 400.000 euro del suo patrimonio personale.
Quando i genitori se ne sono accorti (c’è da sottolineare che Marco è stato bravissimo a mascherare e occultare l’ammanco) hanno contattato lo Studio Di Bello & Partners per strutturare un Trust per proteggere il patrimonio restante.
Penso anche a Giulia, donna di 42 anni, manager di successo in una multinazionale.
Nessuno si sarebbe aspettato che una donna così brillante, con un tale controllo sulla propria vita professionale, potesse cadere nella trappola delle slot machine.
Purtroppo, però, è successo. Tutto è iniziato durante un forte periodo di stress e solitudine. Una sera, tornando dal lavoro, è entrata in una sala giochi, perché cercava una distrazione per pochi minuti.
Quei minuti sono diventati ore.
Le ore sono diventate settimane, mesi.
Quando si è resa conto di aver bisogno di aiuto, le sue finanze erano ormai fuori controllo.
La famiglia ha scelto di intervenire con un amministratore di sostegno e un vincolo patrimoniale, per evitare che perdesse anche la sua casa.
Le storie sono davvero tante e purtroppo non tutte felici.
Mi torna in mente Roberto, 58 anni, che è caduto nella trappola della ludopatia durante la pandemia. La solitudine, la noia, la mancanza di contatti hanno contribuito a rendere Roberto fragile dinanzi ai casinò online.
In soli 2 anni ha perduto i risparmi di una vita. La moglie, all’oscuro fino a quando non sono arrivate le prime richieste di pignoramento, si è improvvisamente ritrovata dinanzi a un uomo che non riconosceva più.
Oltre al danno economico, anche il matrimonio ha subito i duri colpi della scoperta. Grazie a un percorso terapeutico, si è evitata la separazione e, attraverso strumenti di segregazione patrimoniale, anche il patrimonio residuo è stato messo in sicurezza.
In ognuna di queste storie, il denominatore comune è la segretezza: il vizio si scopre solo quando è quasi troppo tardi per salvare l’intero patrimonio familiare.
La ludopatia nasce spesso da un tabù culturale.

In Italia si parla troppo poco di soldi e di gestione del rischio in famiglia.
Come consulente, il mio compito è intervenire prima che il danno sia irreparabile, trasformando la vulnerabilità in una strategia di protezione legale certa.
Dal punto di vista giuridico, negli ultimi anni si è registrata un’evoluzione significativa degli strumenti a disposizione per proteggere il patrimonio familiare da comportamenti autodistruttivi.
Lo strumento più flessibile ed efficace che consiglio di utilizzare alle famiglie che si affidano a me, è il Trust strutturato per proteggere un beneficiario da sé stesso.
Come funziona questo tipo di Trust?
Il Disponente (solitamente i genitori o la famiglia) trasferisce i beni nel Trust, nominando un Trustee professionale (un avvocato, un commercialista, una società fiduciaria specializzata) con il compito di gestire questi beni nell’interesse del Beneficiario (soggetto ludopatico).
Il Beneficiario non ha l’accesso diretto al patrimonio. È il Trustee, secondo le regole stabilite nell’Atto Istitutivo del Trust, che decide quando e come erogare le risorse al Beneficiario.
Si può stabilire che:
Attraverso questo strumento, si crea una barriera legale tra il Beneficiario e il patrimonio, senza però privarlo completamente delle risorse necessarie per vivere.
Tornando con la mente al carro allegorico di Putignano, alla medaglia con le due facce identiche, resta un’immagine potente che racchiude la contraddizione di un sistema che lucra sulla fragilità umana.
Quel carro ci insegna anche che non possiamo pretendere che sia lo Stato a proteggerci da tutti i pericoli. Vi sono decisioni che possiamo prendere solo noi, per proteggere il nostro futuro e quello delle persone a noi care.
Il Trust non è l’unica soluzione per proteggere il patrimonio, anche se è sicuramente è uno dei più flessibili e completi.
Vi è l’amministrazione di sostegno, prevista dalla Legge 6/2004. Si tratta di una misura certamente più “leggera” se confrontata con l’interdizione o l’inabilitazione, che permette di affiancare al soggetto caduto nella trappola della ludopatia un amministratore, con il compito di supportarlo nella gestione dei suoi interessi, senza privarla completamente della capacità di agire.
Nel caso specifico della ludopatia, l’amministratore di sostegno può essere autorizzato dal giudice tutelare a gestire il patrimonio del soggetto, ad esempio impedendo l’accesso ai conti correnti se si supera una soglia mensile, di contrarre debiti o di vendere immobili.
Un’altra possibilità, più recente e innovativa, è costituita dal mandato di protezione. Anche se, in verità, è stato pensato per situazioni di futura incapacità, può essere strutturato in modo da attivarsi anche in presenza di situazioni patologiche, come la ludopatia, purché sia esplicitamente previsto nell’Atto Istitutivo.
Continuando l’approfondimento degli strumenti a disposizione, si trovano:
Naturalmente, trattandosi sempre di esseri umani, non esiste una soluzione universale. Infatti, quel che può essere la miglior strategia in un caso, può rivelarsi poco efficace in un altro.
Ogni caso, ogni storia, ogni persona merita professionalità, attenzione, competenza e ascolto attivo, per poter individuare la miglior soluzione e costruire la strategia su misura.
Educare i propri figli all’uso consapevole del denaro non significare indottrinarli e trasformarli in avari, al contrario, ha a che fare con la libertà. Educarli affinché siano liberi di scegliere e non schiavi di ammalianti e affascinanti colori e rumori.
Ogni euro guadagnato rappresenta tempo, energia e competenze. Il denaro non cade dal cielo, non si materializza magicamente. È sempre il frutto di uno scambio tra chi offre il proprio lavoro, la propria professionalità, il proprio tempo, in cambio di una remunerazione.
Non tutto ciò che vogliamo è ciò di cui si ha realmente bisogno. È importante saper distinguere, saper posticipare la gratificazione, saper rinunciare a qualcosa oggi per avere di più domani.
Mettere da parte una percentuale di quello che si guadagna, per creare un cuscinetto di socurezza, per prepararsi agli imprevisti, per costruire nel tempo un patrimonio.
Vivere al di sopra delle proprie possibilità, indebitarsi per acquistare oggetti superflui e non necessari, è una scelta che preannuncia problemi.
Tutti i giochi d’azzardo hanno una matematica sfavorevole al giocatore. Il banco vince sempre, sul lungo periodo. Chiunque dica di avere “il sistema” per vincere, sta mentendo.
Questi sono solo alcuni spunti per impostare un piano educativo. Lo so, può essere difficile, ma è necessario.
In quante famiglie si parla apertamente di denaro?
Troppo spesso il denaro non è altro che un argomento da non affrontare, oppure farlo a voce molto bassa.
I bambini crescono osservando i genitori che acquistano immobili, oggetti, beni di prima necessità o che soddisfano un desiderio. Ma quei bambini, da adulti, sapranno affrontare nel miglior modo possibile le responsabilità finanziarie?
Torno con la mente a quel carro allegorico, alla medaglia con le due facce identiche. Forse c’è anche un altro messaggio in quella rappresentazione.
Il Trust, l’amministrazione di sostegno, il mandato di protezione, i vincoli patrimoniali sono tutti strumenti legali che permettono di mettere al riparo il patrimonio familiare da comportamenti autodistruttivi.
Prima ancora degli strumenti legali, è importante che vi sia la consapevolezza, il coraggio di guardare in faccia il problema, di chiamarlo per nome, di non negare l’evidenza quando i segnali ci sono.
L’educazione è fondamentale, nelle famiglie e nelle scuole.
È importante insegnare ai nostri figli che la vita non è una lotteria, che la ricchezza si costruisce con il lavoro paziente e l’investimento intelligente, non con la fortuna di una slot machine.
Le due facce della medaglia sono identiche? Forse sì, oggi. Ma non è detto che debba rimanere così per sempre.
Possiamo scegliere di cambiare, una famiglia alla volta, una persona alla volta.
Il vero paradosso non è che lo Stato e i privati guadagnano dal gioco, ma che continuiamo a giocare, nonostante sappiamo che il banco vince sempre. Solo riconoscendo il paradosso si potranno fare scelte diverse. Per noi, per le nostre famiglie, per le generazioni future.
