Con il presente contributo voglio approfondire le implicazioni della recentissima sentenza della Cassazione sul godimento dei beni in una società semplice da parte del socio oppure dei soci e le sue ripercussioni sulla pianificazione fiscale e patrimoniale. Infatti, è essenziale comprendere in dettaglio il verdetto emesso dalla Cassazione per meglio comprendere la portata di questa conferma/decisione. La sentenza numero 17441 del 25 giugno 2024 segna e conferma un momento significativo nel panorama giuridico italiano, offrendo chiarimenti decisivi per i soci di società semplici riguardo il trattamento fiscale dei beni sociali goduti per fini personali. Questo chiarimento era necessario perché dopo la recente agevolazione sul trasferimento dei beni sociali ai soci, si era creata non poca confusione.
Prendiamo in esame il caso in cui avviene specificamente l'utilizzo gratuito di un immobile di proprietà di una società semplice da parte di uno dei soci. Tipicamente o tradizionalmente, questo tipo di godimento potrebbe sollevare dubbi sulla sua tassabilità, in particolare ai sensi dell'articolo 67, comma 1, lettera h-ter del Testo Unico delle Imposte sui Redditi. Questa disposizione legislativa prevede che i vantaggi derivanti dall'uso di beni d'impresa per finalità estranee all'attività commerciale siano soggetti a tassazione, quindi il socio dovrebbe assoggettarla nella propria dichiarazione dei redditi misurando il valore economico postivo ricevuto. Tuttavia, nella sostanza della sentenza viene ribadito un principio fondamentale: le società semplici, che per statuto non svolgono attività commerciali, non sono soggette a tale articolo del Testo Unico delle Imposte sui Redditi.
Ricordiamo che la società semplice è disciplinata dal Capo II del Codice civile dall’articolo 2251 e ss.. L’articolo 2251 sancisce il principio di libertà della forma e lo identifica come contratto. La società semplice è la forma più elementare di società di persone per l’esercizio di attività lucrativa di natura non commerciale. E' caratterizzata da assenza di formalità, elevata flessibilità e riservatezza:
Questa sentenza della Suprema Corte di Cassazione conferma ed enfatizza la funzione delle società semplici come strumenti privilegiati nella pianificazione patrimoniale e fiscale. L'interpretazione confermata dalla Corte implica che l'uso dei beni sociali per scopi personali, quando approvato all'unanimità dai soci, non costituisce reddito diverso imponibile per il socio beneficiario. Questa peculiarità delle società semplici introduce una flessibilità notevole e apre la porta a potenziali benefici fiscali significativi per i soci. La rilevanza di questo verdetto si estende oltre il mero ambito legale; essa delinea chiaramente le condizioni sotto le quali i beni possono essere utilizzati senza incorrere in conseguenze fiscali negative. Questo chiarimento giuridico promuove una maggiore comprensione e un utilizzo più consapevole del patrimonio sociale, con potenziali ripercussioni positive sulla gestione e ottimizzazione del patrimonio stesso.
La società semplice, si ricorda, non è una cassaforte di famiglia. Come già abbondantemente affronato in un precedente articolo, società_semplice_proteggi_il_patrimonio_ne_siamo_certi, la società semplice non deve essere confusa con il TRUST. La società semplice è composta non da quote, ma da diritti e doveri, percui i diritti e doveri sono impignorabili. Quindi si pensa che il creditore particolare del socio non possa aggredire la quota del socio. Nulla di più abagliato perché il creditore particolare del socio, soddsfatta la preventiva escussione (soddisfattosi da tutti i restanti beni del socio debitore) può chiedere al Giudice di ordinare che gli utili del socio della società semplice siano pignorati e versati ibn suo favore. Gli utili della società sono un valore, per cui pignorabili. Nel caso in cui gli Utili non vngano distribuiti o siano incapienti per soddisfare le pretese del creditore particolare del socio, su instanza del creditore il Giudice può ordinare la liquidazioe della quota. Ma attenzione, la liquidazione della quota non nelle metodologie del contratto di società semplice perchè deve essere condotta «in base alla situazione patrimoniale della società» (art. 2270 c.c.) e liquidata entro 3 mesi. Inoltre, l’articolo 2289 c.1, c.2, c.3 e c.4 del C.C. impone che la determinazione della quota sia fatta ai valori reali del patrimonio e non contabili. Ai sensi dell’articolo 2261 del C.C. vige una responsabilità personale sull’amministratore che determina la quota. Dopo 3 mesi inerti, su richiesta del creditore particolare del socio, il Giudice ordina la liquidazione della società, vedi Cassazione 26476/2008 che impone le modalità del calcolo del valore della quota del socio, e Cassazione 23096/2019. Per utlimo, la liquidazione della quota non può essere rateizzata oltre i 6 mesi. Tutto quello che scrivono sulla protezione del patrimonio con la società semplice è solo fantasia giuridica.
Per i professionisti del diritto e gli imprenditori che operano attraverso le società semplici, è fondamentale comprendere come queste strutture possono essere sfruttate per massimizzare la gestione del patrimonio, ma non la protezione, in un contesto fiscalmente vantaggioso. Valutare attentamente l'applicazione di queste normative al proprio contesto aziendale o personale non solo è prudente ma può garantire significative economie e vantaggi nella gestione del personal asset.
In conclusione, la sentenza della Cassazione n. 17441 del 25 mggio 2024 rappresenta una pietra miliare per la comprensione e l'impiego delle società semplici in Italia. Essa consolida la visione delle società semplici come entità attiva nel panorama economico, e come strumento per la pianificazione fiscale e patrimoniale. Quindi, siamo tutti invitati tra professionisti, imprenditori e consulenti a riconsiderare le strategie esistenti e a esplorare nuove opportunità che questa interpretazione legislativa rende possibile.
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