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Fondo Fine Carriera calciatori e atleti: dove sono i soldi?

20 minuti di lettura
Fondo Fine Carriera calciatori e atleti: dove sono i soldi?

Oltre 150 ex calciatori chiedono trasparenza sui contributi versati per decenni.

Dietro al Fondo, una S.P.A. immobiliare e un conflitto d’interessi che coinvolge le stesse istituzioni che dovrebbero vigilare.

Il vero problema è di natura strutturale: affidarsi a un unico strumento, gestito da altri, senza alcun controllo diretto.

Esiste una soluzione concreta, già collaudata, che ogni atleta può attivare oggi stesso.

 

Immagina di aver dedicato quindici anni della tua vita alla tua passione, trasformandola in una carriera d’eccellenza. Ogni mattina in campo, ogni sacrificio mirato al traguardo. Per tutto questo tempo, una parte consistente del tuo stipendio è stata puntualmente prelevata e versata in un Fondo. Ti hanno assicurato che era per il tuo futuro, che quei soldi sarebbero stati la tua riserva protetta e sicura, nel momento in cui avresti appeso gli scarpini al chiodo o smesso di gareggiare.

Non è una previsione futura possibile, ma un fatto di cronaca che riguarda oltre 150 ex calciatori professionisti, tra cui spiccano nomi come Emiliano Viviano, Thomas Berthold (campione del mondo a Italia ’90), Giuseppe Dossena.

Durante la conferenza stampa nella sala congressi dell’Hotel Sina Bernini Bristol di Roma, hanno denunciato pubblicamente la mancanza di trasparenza del “Fondo di accantonamento delle indennità di fine carriera” per giocatori e allenatori di calcio.

Bilanci inaccessibili, procedure di ritiro macchinose e un sospetto conflitto d’interessi che coinvolge le stesse istituzioni che dovrebbero vigilare. Insomma, le legittime domande cadono nell’indifferenza e non trovano alcuna risposta.

La richiesta di Dossena è stata netta: non chiamateci “Sindacato dei milionari”, qui si tratta di difendere i diritti dei lavoratori.

Il Fondo, istituito nel 1975, è un’associazione non riconosciuta, senza scopo di lucro (almeno sulla carta) che raccoglie i contributi obbligatori versati dai calciatori professionisti di Serie A, B e C, inclusi gli stranieri che abbiano giocato anche solo sei mesi in Italia, e dalle rispettive società.

Si parla di circa 8.000 euro l’anno per ciascun tesserato, senza distinzione tra le categorie.

Una cifra identica per il campione che guadagna milioni e per il giovane di Serie C che arriva a malapena a fine mese. Dal 1975 ad oggi, i tesserati potenzialmente interessati sono circa 60.000.

Decenni di contributi e nessuno che sappia esattamente dove siano finiti quei soldi, né come vengano calcolati gli importi dovuti.

Viviano, attraverso studi legali ha richiesto formalmente l’esibizione dei bilanci del Fondo. La controversia è ora pendente presso il Tribunale di Roma. La sentenza potrebbe costituire un precedente giuridico di importanza fondamentale, stabilendo in via definitiva i confini del diritto di informazione e controllo degli associati.

Sono un professionista della protezione patrimoniale con oltre vent’anni di esperienza, quindi sostengo che il problema non è solo la trasparenza del singolo fondo, ma il modello stesso.

Affidare l’intero proprio futuro economico a uno strumento gestito da soggetti terzi, senza alcun controllo diretto o monitoraggio professionale, è un atto di fede cieca. Nel mondo dello sport professionistico, dove la carriera è breve e il post-carriera è un’incognita lunga cinquant’anni, la fede non basta a proteggere il tuo stile di vita (ho approfondito l’argomento nell’articolo Olimpiadi Milano-Cortina 2026: tra i protagonisti anche la protezione patrimoniale e il Trust).

Ho scritto questo articolo perché quello che sta accadendo ai calciatori riguarda ogni atleta di alto livello, per questo è importante attivare oggi stesso una soluzione concreta, ossia il Trust per sportivi, per riprendere il controllo totale della ricchezza, separandola dai rischi del sistema e rendendola finalmente inattaccabile.

 

Chi gestisce il Fondo Fine Carriera dei calciatori e quali sono i rischi?

Quello che è emerso nelle ultime settimane va ben oltre una semplice questione di bilanci non accessibili.

Dietro al Fondo Fine Carriera opera la Sport Invest 2000, una società per azioni attiva nel settore immobiliare che fattura oltre un milione di euro l’anno. Tra i soggetti coinvolti figurano Renzo Ulivieri, presidente dell’AIAC (l’associazione degli allenatori), e Umberto Calcagno, presidente dell’AIC (l’associazione dei calciatori).

Ora, fermiamoci un istante e guardiamo la struttura con gli occhi di chi si occupa di governance e protezione patrimoniale per mestiere.

Il Fondo è qualificato come ente senza scopo di lucro. Ma è gestito da una S.P.A. che opera nel settore immobiliare e genera fatturato. E la gestione del Fondo è affidata alle stesse istituzioni (AIC, AIAC, FIGC e Leghe) i cui vertici siedono, direttamente o indirettamente, negli organi della società che ne amministra le risorse.

 

Chi dovrebbe controllare e chi viene controllato sono, in larga misura, le stesse persone.

È un conflitto d’interessi strutturale che, in qualsiasi altro settore, avrebbe già fatto scattare allarmi e interventi regolatori.

 

Come ha sottolineato lo stesso Dossena: chi dovrebbe controllare non lo fa come dovrebbe. E ha lanciato un appello diretto a Chiellini, Buffon, Bonucci, Tommasi e a tutti coloro che hanno ricoperto ruoli importanti nel sistema calcio, chiedendo loro di aiutare la categoria a ottenere risposte.

Ma c’è un ulteriore elemento che rende la situazione ancora più paradossale: per riavere i soldi, bisogna pagare.

Emiliano Viviano ha dichiarato senza mezzi termini che i calciatori, durante la carriera, sono obbligati a versare contributi nel Fondo, ma alla fine della carriera nessuno li contatta e nessuno li informa.

Se non sai che quei soldi esistono, non li chiedi. E se non li chiedi, restano nel Fondo, invisibili, inaccessibili e, nel frattempo, gestiti da altri.

Ma anche chi sa e decide di procedere al ritiro si scontra con una procedura che sembra progettata per scoraggiare. Per sbloccare la richiesta di restituzione è necessaria una doppia autentica davanti a un pubblico ufficiale.

 

In un’epoca in cui qualsiasi pratica burocratica può essere gestita con lo SPID, il Fondo richiede ancora una procedura cartacea, complessa e, dettaglio non trascurabile, costosa.

 

E non è tutto. Lo studio legale che assiste i ricorrenti ha documentato casi di calciatori che erano convinti di aver ritirato tutto e ai quali, dopo una verifica, mancavano ancora 40.000 euro. Lo stesso Thomas Berthold, dopo un controllo, ha scoperto che quanto gli era stato erogato nel 1992, al termine della sua esperienza in Italia, non corrispondeva interamente a quanto gli spettava.

 

Quando va in pensione un calciatore e quanto si percepisce realmente?

Se il caso del Fondo Fine Carriera evidenzia un problema di trasparenza, esiste un rischio ancora più profondo e silenzioso che riguarda ogni atleta: l’illusione che la previdenza obbligatoria sia sufficiente.

Molti sportivi vivono la carriera convinti che i contributi versati al Fondo Pensione Sportivi Professionisti(gestione ex-Enpals) costruiscano una rendita automatica capace di sostenere il loro tenore di vita. Ma la matematica previdenziale racconta una storia diversa.

Un calciatore, mediamente, termina la propria attività agonistica a 35 anni. In quel momento, il flusso di cassa massiccio degli stipendi e dei premi si interrompe bruscamente. Tuttavia, secondo le attuali normative (per chi ha iniziato a versare dopo il 1996), il diritto alla pensione di vecchiaia scatta solo a 67 anni. Anche usufruendo dello “sconto” massimo previsto per l’attività sportiva professionale, la soglia non scende quasi mai sotto i 62 anni.

Ci troviamo di fronte a quello che io definisco il “Gelo dei trent’anni”: un deserto temporale lungo tre decenni in cui l’atleta non ha più lo stipendio da top player, non ha ancora la pensione e deve attingere esclusivamente al patrimonio accumulato per mantenere sé stesso e la propria famiglia.

 

Quali sono le aliquote e i massimali?

Guardiamo tecnicamente come vengono gestiti i soldi. La contribuzione previdenziale per uno sportivo è strutturata su scaglioni che penalizzano i redditi alti, senza però garantire una rendita proporzionale:

  • Fino a 47.379 euro, l’aliquota è del 33%.
  • Tra 47.379 e 103.055 euro, sale al 34%.
  • Oltre i 103.055 euro (e fino a un tetto di circa 750.000 euro), scatta un contributo di solidarietà aggiuntivo.

 

Il punto critico è che la pensione sarà calcolata con il sistema contributivo. Quindi, riceverai solo in base a quanto versato, ma la rivalutazione di questi capitali è legata alla crescita del PIL nazionale, non ai mercati finanziari.

 

In un Paese che cresce poco, la tua futura pensione sta letteralmente perdendo potere d’acquisto ogni giorno che passa.

 

C’è poi un errore di percezione pubblica che danneggia gli atleti stessi. Si pensa che tutti i calciatori siano milionari, ma i report ufficiali della FIGC dipingono una realtà molto diversa:

  • Solo l’11% dei professionisti guadagna oltre i 700.000 euro annui.
  • Il 37% si muove in una fascia tra i 10.000 e i 50.000 euro.
  • Il 17% non raggiunge nemmeno la soglia dei 10.000 euro.

 

Questo significa che per la stragrande maggioranza degli sportivi, il patrimonio accumulato nei (pochi) anni d’oro non ha margini di errore. Non si è nelle condizioni di scoprire a 60 anni che il Fondo Fine Carriera è opaco o che i calcoli dell’INPS sono meno generosi del previsto.

Trent’anni senza stipendio e senza pensione sono un tempo infinito. Senza una pianificazione patrimoniale privata e blindata, il rischio di erosione del capitale è altissimo. Il patrimonio non deve solo “essere lì”, deve essere protetto da rischi legali e deve generare rendimento in modo autonomo, sotto il tuo controllo diretto e non delegato a enti terzi i cui vertici cambiano ogni quattro anni.

Milioni di euro continuano ad accumularsi anno dopo anno, in un fondo i cui bilanci non sono consultabili, gestito attraverso una SPA immobiliare, con una procedura di ritiro volutamente macchinosa. E intanto gli ex calciatori, che quei soldi li hanno versati con il sudore dei propri anni migliori, sono costretti a organizzare conferenze stampa per ottenere risposte che dovrebbero essere un diritto.

 

Questa è la fotografia della situazione.

Ma adesso guardiamola da un’altra angolazione: quella delle soluzioni.

 

Perché i calciatori e gli atleti cadono in rovina?

Gli errori comuni nella gestione del patrimonio

Nella mia esperienza professionale ho osservato una dinamica che si ripete con una regolarità inquietante: la velocità con cui la ricchezza di un atleta scompare è direttamente proporzionale alla velocità con cui è stata accumulata. Non è una questione di cattiva sorte, né necessariamente di scarsa intelligenza finanziaria. È l’esito di un meccanismo psicologico, cognitivo e gestionale ben documentato.

La storia è piena di casi eclatanti. Il terzino dell’Inter e della Germania, Andreas Brehme, campione del mondo nel 1990, lo stesso torneo in cui Berthold alzava la coppa, si è ritrovato a vendere i propri cimeli sportivi per mantenere lo stile di vita a cui era abituato. Il portiere inglese Daniel James ha vissuto una parabola simile.

Queste sono le storie che finiscono sui giornali, ma ce ne sono migliaia che restano nell’ombra.

Il primo errore, il più comune, è quello che definisco la “Trappola degli asset passivi”. Quando i flussi di cassa sono al picco, l’atleta tende a immobilizzare il capitale in beni che, nell’immaginario collettivo, rappresentano stabilità, ma che nel bilancio reale sono solo voci di spesa. Una villa da 2 milioni di euro non è un investimento: è una passività che genera IMU, costi di manutenzione, utenze e costi fissi.

 

Se quel bene non produce un reddito, sta letteralmente “mangiando” la liquidità necessaria per il futuro.

 

Quando l’affetto diventa un rischio finanziario?

Il secondo errore, spesso fatale, è la mancanza di un filtro professionale tra l’atleta e il mondo esterno.

Senza una struttura giuridica di protezione, lo sportivo professionista diventa il bersaglio ideale per ogni proposta d’affari improvvisata.

L’amico o il conoscente che propone il “business della vita” (ristoranti, hotel, startup) in settori che l’atleta non conosce.

La difficoltà psicologica di dire “No” a richieste di prestiti o finanziamenti da parte di persone care, che finiscono per erodere il capitale in modo silenzioso ma costante.

Esattamente come accade con il Fondo Fine Carriera, l’atleta spesso delega la gestione del proprio denaro a strutture dove non ha controllo diretto, diventando l'ultimo anello di una catena che serve gli interessi di tutti tranne che i suoi.

 

Ma tutto questo, e qui arriviamo al punto, è perfettamente evitabile.

 

Ho dedicato un articolo a questo argomento: Protezione patrimoniale per atleti professionisti: strumenti, normative e pianificazione del futuro.

Il punto non è quanto guadagni oggi, ma quanto di quel guadagno sarà protetto domani. Senza un filtro che separi il tuo patrimonio dalle pressioni emotive, dalle cause legali, dai divorzi complessi e dalle proposte d’affari sbagliate, la tua ricchezza è costantemente in pericolo.

Esiste però un modo per smettere di essere un “bersaglio” e diventare finalmente un “investitore protetto”.

La soluzione non è un nuovo prodotto finanziario, ma una fortezza giuridica che mette un muro invalicabile tra il tuo futuro e i rischi del presente. È il momento di parlare del Trust.

 

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Parliamo della tua situazione, delle tue preoccupazioni, dei tuoi obiettivi e, insieme, costruiamo la strategia per proteggere ciò che hai costruito con impegno e sacrificio.

 

Cos’è il Trust per sportivi e come protegge la ricchezza degli atleti?

Dopo aver analizzato le ombre del Fondo Fine Carriera e la fragilità della previdenza obbligatoria, sorge spontanea una domanda: esiste un modo per diventare finalmente i padroni assoluti del proprio destino economico? La risposta esiste, è solida, ed è ampiamente utilizzata dai più grandi patrimoni mondiali, ma è ancora troppo poco conosciuta nel mondo dello sport professionistico: si chiama Trust.

Vedi, il problema di fondi come quello dei calciatori è che i soldi finiscono in un “calderone” gestito da altri, con regole non scritte dal soggetto e bilanci poco chiari. Il Trust ribalta completamente questa logica. Non è una polizza assicurativa, né un fondo pensione gestito da un ente terzo. È una vera e propria fortezza giuridica che protegge il patrimonio, affidandone la gestione a un professionista, il Trustee, che ha l’obbligo legale di agire esclusivamente nell’interesse del Disponente e secondo le sue precise istruzioni.

 

Cos’è la segregazione patrimoniale?

Il cuore del Trust è la segregazione patrimoniale. Immagina di prendere una parte della tua ricchezza e di spostarla in una “stanza blindata” che ha una sua vita autonoma. Una volta conferiti nel Trust, quei beni non fanno più parte del tuo patrimonio personale “aggredibile”.

Cosa significa questo nella vita di tutti i giorni? Significa che se domani dovessi affrontare una causa legale per un infortunio, un contenzioso fiscale inaspettato o un divorzio particolarmente complesso, i beni protetti dal Trust resterebbero intatti. Essendo segregati, non possono essere pignorati o sequestrati dai creditori personali.

Così come, se un investimento personale andasse male, se un’attività imprenditoriale post-carriera fallisse, il patrimonio segregato resterebbe intatto.

 

È una barriera giuridica che il diritto italiano riconosce e tutela.

 

Nella mia esperienza diretta di Trustee per sportivi professionisti, ho affidato la gestione dei patrimoni in Trust a operatori qualificati come AMU Investment Spa, una SIM (Società di Intermediazione Mobiliare) autorizzata e vigilata. I risultati ottenuti hanno superato le attese, generando una crescita patrimoniale costante e significativa, ben oltre quanto sarebbe stato possibile ottenere lasciando i fondi in strumenti opachi e non controllabili dall’atleta.

Tutto questo è avvenuto conservando integralmente la segregazione patrimoniale a favore dello sportivo: i beni sono cresciuti, sono rimasti protetti e sono rimasti destinati esclusivamente al Beneficiario.

Questo è un punto fondamentale. Quando sento parlare di fondi gestiti attraverso S.P.A. immobiliari il cui fatturato supera il milione di euro annuo, e poi guardo i risultati che un Trust ben strutturato, con una SIM qualificata alla guida degli investimenti, è in grado di produrre, la differenza è lampante. Non si tratta di opinioni, ma di numeri, rendiconti, risultati documentabili e verificabili dal Beneficiario in ogni momento.

A differenza del fai-da-te o dell’affidarsi all’amico che ha un’idea geniale, nel Trust ogni decisione d’investimento passa attraverso il vaglio di un pool di professionisti (avvocati, commercialisti, consulenti finanziari, esperti fiscali) che operano nell’interesse esclusivo dell’atleta.

 

Il Trust, oltre a essere una struttura di vigilanza, è un potente motore di crescita finanziaria.

 

Perché questa scelta è fondamentale per te, atleta?

  1. Risultati misurabili: a differenza dei fondi istituzionali, dove i rendimenti sono spesso bassi e poco chiari, una SIM professionale costruisce una strategia d’investimento su misura per te, con l’obiettivo di superare le attese e proteggere il capitale dall’inflazione.
  2. Segregazione totale: Anche durante la gestione finanziaria, i tuoi beni restano protetti dal “muro” del Trust. Stai facendo lavorare il denaro, ma con la certezza che resti immune a qualsiasi rischio esterno.
  3. Trasparenza in tempo reale: puoi sapere in ogni momento quanto sta rendendo il tuo patrimonio, quali titoli sono stati acquistati e come si sta muovendo la tua strategia. Non devi aspettare una conferenza stampa per conoscere il tuo saldo.

 

Chi controlla i contributi dei calciatori?

Il ruolo del Trustee professionale e del Guardiano

Uno degli aspetti che più spaventa un atleta è l’idea di “perdere il controllo” dei propri soldi. In realtà, nel Trust accade esattamente l’opposto: l’atleta acquisisce un controllo professionale che prima mancava.

Nel Trust figurano due protagonisti fondamentali:

  • Il Trustee (il gestore): il professionista che amministra i beni seguendo le regole che tu, atleta, hai stabilito nell’Atto Istitutivo. Non può fare colpi di testa, non può investire nel “business del secolo”. Deve seguire una linea di gestione prudente e orientata agli obiettivi a lungo termine.
  • Il Guardiano (il controllore): una figura di tua fiducia che vigila sull’operato del Trustee. Ha il potere di intervenire, di chiedere spiegazioni e di assicurarsi che ogni centesimo sia gestito come deciso.

 

Nel Trust la gestione opaca è semplicemente impossibile. La trasparenza è l’essenza stessa dello strumento: il Trustee ha l’obbligo di rendicontare ogni singola operazione, garantendo una chiarezza che nessun fondo istituzionale potrà mai offrire.

 

Confrontiamo le due situazioni.

Nel Fondo Fine Carriera, l’atleta per riavere i soldi deve pagare una doppia autentica davanti a un Pubblico Ufficiale, affrontare una procedura cartacea e sperare che i conti tornino. Nel Trust, il Trustee ha l’obbligo giuridico di rendere conto della gestione al Beneficiario e al Guardiano, con cadenza stabilita nell’Atto istitutivo.

La trasparenza è un obbligo.

Quanto volte, anche per un atleta, è difficile rispondere in modo negativo alle richieste di aiuto che arrivano da parenti e amici?

Il Trust azzera la difficoltà. Quando il patrimonio è segregato, la risposta a ogni proposta avventata diventa automatica: “Mi dispiace, ma i beni sono in un Trust gestito professionalmente, devi parlare con il mio Trustee”.

In quel momento, smetti di essere il “bancomat” di chi ti circonda e diventi un investitore serio, protetto da un team di esperti che hanno il compito ingrato ma vitale di dire quei “No” che spesso si fatica a pronunciare.

 

Il patrimonio si salva anche tutelando l’atleta dalle insidie emotive che la fama porta con sé.

 

Una delle lezioni più amare che ci arrivano dalla conferenza stampa di Roma è che molti ex calciatori hanno scoperto solo a fine carriera che i conti non tornavano. C’è chi si è ritrovato con 40.000 euro in meno, chi ha scoperto incongruenze nei versamenti effettuati decenni prima. Perché è successo? Perché nessuno controllava.

In un sistema complesso come quello dello sport professionistico, pensare che tutto proceda per il verso giusto solo perché “è un fondo istituzionale” è un errore che può costare carissimo.

Ecco dove la figura del Trustee professionale cambia radicalmente le regole del gioco. In un Trust ben strutturato, è possibile prevedere che il Trustee abbia l’obbligo di monitorare annualmente tutte le posizioni previdenziali e contributive dell’atleta, incluse quelle obbligatorie, come il Fondo Pensione Sportivi Professionisti, gestito dall’INPS; e qualunque altro fondo di accantonamento, compreso il Fondo Fine Carriera stesso.

Pensa all’enorme vantaggio. Un professionista, ogni dodici mesi, verifica lo stato delle posizioni, controlla la correttezza dei versamenti effettuati, richiede i bilanci e i rendiconti dovuti, segnala tempestivamente qualunque anomalia.  Se i centocinquanta calciatori che oggi protestano avessero avuto un Trustee al loro fianco, avrebbero saputo delle mancanze anno per anno, non vent’anni dopo. Avrebbero avuto qualcuno che parlava per loro con le istituzioni, pretendendo trasparenza quando ancora c’era il tempo di intervenire, senza il bisogno di chiedere a Chiellini, Buffon, Bonucci e Tommasi di aiutarli a fare luce.

Insomma, avrebbero avuto, fin dall’inizio, qualcuno il cui unico lavoro era capire per loro e con loro.

Vedi, per un atleta che smette di giocare a 35 anni e ha davanti a sé altri cinquant’anni di vita, la crescita del patrimonio è una necessità.

Quei trent’anni di “vuoto” tra la fine della carriera e l’inizio della pensione pubblica devono essere finanziati da un capitale che non si limita a restare fermo in banca, ma che cresce in modo intelligente e protetto.

Affidarsi a un sistema tripolare (Trustee, Guardiano e SIM) significa smettere di sperare che i fondi istituzionali facciano il loro dovere e iniziare a costruire una propria previdenza privata, efficiente e sotto il proprio controllo.

 

Oltre il calcio: ogni atleta merita una protezione su misura

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Quanto accaduto con il Fondo Fine Carriera dei calciatori non deve essere letto come un caso isolato, ma come un monito per l’intero mondo dello sport professionistico. Che tu sia un tennista, un pilota, un ciclista o un atleta olimpico, la sfida che hai davanti è identica: gestire una carriera straordinaria ma breve, accumulando risorse che dovranno sostenere i tuoi sogni e la tua famiglia per i prossimi cinquant'anni.

Spesso, parlando con gli atleti, sento dire: “Ci penserò quando smetto”. Ma è proprio questo l’errore che trasforma un successo economico in una fragilità futura. Il momento migliore per costruire la tua fortezza patrimoniale non è l’ultimo giorno di carriera, ma il primo momento in cui il tuo valore economico tocca l’apice.

Il caso del Fondo Fine Carriera mette in evidenza un principio che, nella pianificazione patrimoniale, consideriamo fondamentale: la dipendenza da un unico strumento previdenziale, gestito da terzi e privo di meccanismi di trasparenza, è un rischio.

Quando dietro a un fondo senza scopo di lucro si scopre una S.P.A. immobiliare con fatturato milionario, quando le stesse persone siedono sia dalla parte di chi gestisce sia dalla parte di chi dovrebbe vigilare, quando per riavere i propri soldi serve una procedura cartacea costosa anziché un semplice SPID, allora non è più una questione di trasparenza, ma di modello.

La soluzione non è abbandonare le forme previdenziali obbligatorie, che restano tali per legge, ma affiancare ad esse strumenti privatistici che l’atleta controlla direttamente, attraverso professionisti di fiducia.

Il Trust è lo strumento principale, ma non è l’unico. Una pianificazione patrimoniale completa per un atleta professionista può includere polizze assicurative specifiche per sportivi (che coprono infortuni, invalidità permanente, calo delle prestazioni), piani d’investimento diversificati con orizzonte temporale di lungo periodo, contratti di affidamento fiduciario e strutture societarie calibrate sulle specifiche esigenze dell’atleta e della sua famiglia, mandati di protezione per gestire le volontà dello sportivo in casi di temporanea o permanente perdita della capacità di intendere e volere, e tanto altro ancora.

L’obiettivo è costruire un sistema, un ecosistema di protezione e crescita, che funzioni indipendentemente da ciò che accade nel mondo dello sport istituzionale. Un sistema in cui l’atleta è il protagonista consapevole della propria pianificazione finanziaria.

Da oltre vent’anni mi occupo di pianificazione e protezione patrimoniale. Non offro soluzioni standardizzate, perché ogni atleta ha una storia unica, un patrimonio differente e ambizioni personali che meritano di essere ascoltate. Come Trustee professionale, il mio lavoro non è venderti un “prodotto”, ma offrirti un metodo di difesa e crescita.

Questo metodo si basa su tre pilastri:

  1. Analisi: verifichiamo la tua reale situazione, inclusi i versamenti previdenziali spesso “dimenticati” in fondi opachi.
  2. Protezione: costruiamo un Trust che tuteli il tuo futuro dai rischi legali, dalle truffe e dalle pressioni esterne.
  3. Crescita: affidiamo la gestione finanziaria a SIM d’eccellenza, vigilando ogni giorno affinché i tuoi soldi lavorino per te in modo trasparente e misurabile.

 

Il patrimonio che hai costruito con sudore e determinazione merita la stessa disciplina che metti in ogni allenamento.

 

 

 

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