
Vi sono serate in cui il confine tra l’intrattenimento e la riflessione professionale si dissolve in modo inaspettato. È accaduto pochi giorni fa, seduto nella penombra di una sala cinematografica, con la mia famiglia.
Pensavo, lo ammetto, di concedermi una pausa dopo settimane di lavoro serrato tra consulenze patrimoniali, strutture fiduciarie e pianificazioni successorie internazionali.
Ero lì per vedere Jumpers – Un salto tra gli animali, l’ultima opera Pixar, convinto di concedermi due ore di leggerezza. Invece, mentre sullo schermo scorrevano le avventure di Mabel e del suo “viaggio” nel corpo di un castoro, la mia mente è tornata a quanto letto sulla rivista Trusts e attività fiduciarie.
L’articolo, firmato da Marta Buffoni, ha come titolo Pet Trust e tutela dei diritti della Natura. Nuovi approcci a un tema emergente.
Potrebbe sembrare un accostamento azzardato, lo so. Da un lato l’animazione digitale per famiglie, dall’altro la rigidità del diritto fiduciario. Eppure, entrambi convergono su una verità che sta ridisegnando la mia professione di consulente esperto in pianificazione e protezione dal patrimonio: il passaggio dalla logica del possesso a quella della custodia.
In Jumpers – Un salto tra gli animali, il motore del conflitto è un’operazione di ingegneria urbanistica apparentemente razionale: il sindaco di Beaverton intende costruire una tangenziale sopra lo stagno per far risparmiare ai cittadini quattro minuti di tragitto.
Dietro questa scelta amministrativa si cela la più grande distorsione della nostra epoca: la miopia gestionale. Quei quattro minuti rappresentano l’ossessione per l’efficienza marginale, quella ricerca spasmodica di un vantaggio immediato, quantificabile e spendibile nel breve termine, per il quale siamo disposti a sacrificare un capitale naturale e sistemico inestimabile.
È la stessa dinamica che osservo spesso nella gestione dei grandi patrimoni.
Molto spesso la tentazione di ottenere nell’immediato il massimo rendimento è così forte che si ignora il deterioramento delle strutture che dovrebbero reggere nel tempo.
Mentre la sala rideva delle goffaggini dei personaggi, non potevo fare a meno di sovrapporre a quelle immagini i dati macroeconomici che definiscono il nostro modus operandi.
Disboschiamo foreste per piantare monocolture, cementiamo fiumi per costruire parcheggi, prosciughiamo zone umide per guadagnare qualche metro quadro edificabile, bruciamo combustili fossili come se la responsabilità del futuro non appartenesse a noi e non ci riguardasse.
Inoltre, consumiamo volumi enormi di acqua dolce (risorsa vitale per eccellenza) per raffreddare i server delle Intelligenze Artificiali. Sacrifichiamo l’elemento primordiale per alimentare il calcolo predittivo.
Nel 2024, le emissioni di gas serra hanno raggiunto nuovi record. Stiamo, di fatto, operando in costante leverage (leva finanziaria) sul futuro, consumando risorse che appartengono alle prossime generazioni.
Il film ci offre la possibilità di comprendere il mondo che ci ospita attraverso le “Regole dello stagno”.
La protagonista è Mabel, una diciannovenne cresciuta con la nonna nei pressi di uno stagno pieno di vita: castori, rane, uccelli, insetti, alberi, acqua.
Un microcosmo perfetto dove ogni elemento dipende dall’altro. La nonna le ha insegnato che non vi è nulla di più importante del saper ascoltare, le singole persone e il mondo intero.
Grazie a una tecnologia che permette di trasferire la coscienza umana in animali robotici, Mabel entra letteralmente nel corpo di un castoro e scopre qualcosa che noi abbiamo smesso di vedere: un universo governato da regole precise, dove ogni specie ha un ruolo, dove ogni equilibrio è fragile e prezioso, dove la collaborazione tra esseri viventi diversi è la base della sopravvivenza di tutti.
Mabel scopre che i castori sono dei veri e propri ingegneri strutturali.
Il castoro è il costruttore di un equilibrio complesso dove ogni elemento è interdipendente.
Le loro dighe, oltre a creare un rifugio, generano habitat per decine di altre specie, regolano il flusso idrico e prevengono l’erosione.
Se lo stagno muore, non scompare solo una risorsa idrica, ma crolla l’intera struttura che sostiene la vita della comunità e, quindi, viene meno un pezzo di mondo.
Ecco dove il lavoro della Pixar incontra l’articolo di Marta Buffoni: la comprensione che la natura non è un oggetto di proprietà da inserire nel bilancio dell’umanità, ma un organismo vivente di cui siamo, al tempo stesso, parte e garanti.
La strada che il sindaco vuole costruire è il simbolo di un’umanità che ha dimenticato come si ascoltano le regole del sistema, convinta che un risparmio di quattro minuti valga quanto l’integrità di un intero ecosistema.
Mabel scopre una verità che noi spesso fingiamo di non conoscere: non siamo i proprietari della Terra. Ne siamo semplicemente parte.
A un certo punto del film, mi volto per osservare mio figlio. Era completamente assorbito dalla storia, con gli occhi spalancati. E ho pensato: sì, lui lo sta capendo. Senza filtri, senza sovrastrutture culturali, senza il cinismo che noi adulti ci portiamo addosso come un’armatura. Lo sta capendo nel modo più naturale possibile, attraverso una storia che parla al cuore prima ancora che alla ragione.
Il senso di comunità tra le specie, le “Regole dello stagno”, il rispetto degli equilibri naturali; insomma, quello che per Re George il castoro è ovvio, per noi è diventato un concetto da riscoprire.
Il film lo dice con la leggerezza e l’intelligenza tipiche della Pixar. Il messaggio, purtroppo, è tutto fuorché leggero: se continuiamo a trattare la Natura come una risorsa da sfruttare anziché come un sistema di cui facciamo parte, non ci saranno tangenziali abbastanza lunghe per fuggire dalle conseguenze.
Uscito dalla sala, con ancora negli occhi la determinazione della protagonista Mabel, continuavo a pensare all’articolo letto sulla rivista Trusts e attività fiduciarie.
La tesi di Marta Buffoni è, al contempo, un atto d’accusa e una via d’uscita: per proteggere davvero ciò che amiamo, l’uomo deve compiere un radicale atto di disapprendimento.
Dobbiamo disimparare il concetto predatorio di proprietà, come l’idea che un bosco sia solo legna da ardere o un fiume un bacino da sfruttare, per abbracciare una realtà che per millenni è stata ovvia e che oggi sembra rivoluzionaria: la Natura possiede un valore intrinseco, totalmente indipendente dalla sua utilità per l’essere umano.
È lo stesso percorso che compie Mabel nel film. All’inizio, pur amando gli animali, li osserva dall’esterno, con occhi umani. Solo quando entra letteralmente nel corpo di un castoro, quando vede il mondo dalla prospettiva dell’altro, capisce davvero cosa significa essere parte di un ecosistema.
Tuttavia, qui sorge il grande paradosso del nostro tempo, che la Buffoni descrive con precisione chirurgica. La Natura non ha voce nei nostri tribunali. Un ecosistema non può presentarsi davanti a un giudice per opporsi a un progetto edilizio, un fiume non può fare ricorso contro una tangenziale.
Ed è qui che il diritto deve entrare in gioco. Non il diritto che conosciamo, lento, burocratico, antropocentrico. Intendo un diritto che si evolve, che allarga i propri confini, che riconosce l’esistenza di interessi meritevoli di tutela anche al di fuori della sfera umana.
La vittima, nel nostro ordinamento antropocentrico, dipende interamente dal carnefice per ottenere giustizia.
Nel mondo, qualcosa si sta muovendo.
L’Ecuador ha inserito nella propria Costituzione il riconoscimento della Natura come soggetto di diritti. La Spagna ha attribuito personalità giuridica all’ecosistema del Mar Menor. In Nuova Zelanda, un fiume è stato riconosciuto come entità giuridica.
E l’Italia?
Con la riforma costituzionale del 2022, ha inserito nell’articolo 9 della Costituzione la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali.
Un passo significativo. Ma tra il principio scritto sulla carta e la sua attuazione concreta, c’è un abisso fatto di tempi parlamentari infiniti, sentenze incerte e burocrazia.
Ecco il punto centrale dell’articolo di Buffoni, e quello che lo rende davvero visionario: non dobbiamo aspettare una legge per proteggere la Natura. Lo strumento esiste già e si chiama Trust.
Attraverso il Trust, un’entità naturale (un bosco, un fiume, uno stagno, un’area verde) può diventare beneficiaria di diritti, di situazioni giuridiche di vantaggio e persino agire in giudizio per la propria tutela tramite un rappresentante. Non serve attribuirle una personalità giuridica artificiale, con tutto il percorso legislativo che ciò comporterebbe. Il Trust la tutela per ciò che è, nella sua dimensione naturale, senza bisogno di “umanizzarla”.
È un cambio di prospettiva enorme.
Un proprietario che possiede un’area verde con querce secolari o essenze in via di estinzione può istituire un Trust in cui quell’area è sia il bene conferito sia il beneficiario della propria protezione. Il Trustee avrà l’obbligo giuridico di preservarla, rispettandone i cicli naturali, limitando le attività umane che potrebbero comprometterla.
Pensiamo a un Comune che si dichiara Trustee di un’area naturale del proprio territorio, assumendo l’obbligo formale di tutelarla nell’interesse specifico dell’ecosistema. Non più solo regolamenti e ordinanze facilmente aggirabili, ma un vincolo fiduciario che trasforma la relazione tra l’ente pubblico e il bene naturale.
Mentre il dibattito pubblico si perde nei tempi biblici delle riforme costituzionali o nelle incertezze della burocrazia, il Trust offre una soluzione operativa immediata e di una potenza inaudita.
Chi istituisce un Trust di questo tipo compie l’atto più nobile che il diritto consenta: rinuncia al potere di abuso e sfruttamento sul bene per vincolarlo a un fine superiore. È l’antitesi esatta della logica della tangenziale di Beaverton.
Si tratta della scelta di tutelare la vita, consapevoli che il patrimonio più grande che possediamo non è quello custodito in banca, ma quello che calpestiamo ogni giorno.
Lo Studio Di Bello & Partners lavora per costruire strutture efficaci per la protezione del patrimonio, per la pianificazione successoria anche oltre i confini dell’Italia.
La frontiera più avanzata della protezione riguarda proprio la capacità di mettere la tecnica fiduciaria al servizio della vita stessa.
Mentre tornavamo a casa, immersi nel traffico serale che tanto somigliava alle code della tangenziale di Beaverton, mio figlio ha posto una domanda che ha azzerato ogni sovrastruttura tecnica: “Papà, ma i castori esistono davvero? Fanno davvero tutte quelle cose?”.
“Sì”, gli ho risposto. “Sono gli ingegneri della Natura. Senza di loro, molti altri animali non avrebbero una casa”.
Lui ha riflettuto un istante, con la serietà che solo i bambini sanno avere: “Allora dobbiamo proteggerli”.
In quella frase c’è il riassunto di decenni di trattati internazionali e dispute legali.
Dobbiamo proteggerli. Non perché ci siano utili, non perché producano un rendimento immediato, ma perché hanno il diritto di esistere e perché la nostra sopravvivenza è indissolubilmente legata alla loro.
Come professionista, mi dedico alla redazione di soluzioni per la tutela del patrimonio di famiglie e imprese. Quella la ricchezza (conti correnti, immobili, portafogli di investimento) su quale base poggia? Che senso ha pianificare il passaggio generazionale di un patrimonio se il “sistema ospite”, il pianeta, è in default tecnico?
Il saggio di Marta Buffoni ci ricorda che il diritto non è una struttura statica, ma un organismo che deve evolvere per rispondere alle urgenze della realtà. Il Trust sta dimostrando, ancora una volta, di essere la chiave di volta per una sfida molto più grande: diventare lo scudo giuridico di ciò che non ha voce.
La protezione del patrimonio familiare e la protezione della Natura non sono due discorsi separati, bensì sono uno stesso panorama guardato da angolazioni diverse.
Torno a quella sala cinematografica, a mio figlio con gli occhi spalancati, a mia moglie che rideva alle battute di Re George.
Sapete qual è la scena che più mi è rimasta impressa?
Non è una scena d’azione, non è un momento comico. È il momento in cui Mabel capisce che i castori hanno delle regole. Le “Regole dello stagno”, non scritte da un parlamento, non imposte da un tribunale. Regole che esistono perché funzionano, perché garantiscono la sopravvivenza di tutti, perché sono il frutto di milioni di anni di coevoluzione.
Noi umani abbiamo le nostre leggi, i nostri codici, le nostre costituzioni. Eppure, sotto tutto questo, sotto tutta la nostra architettura giuridica, ci sono le Regole della Natura: le leggi fisico-chimiche da cui dipende la vita sulla Terra. Come osserva Buffoni, il pensiero giuridico dominante non ha ancora riconosciuto il primato di questa “normatività naturale” su qualsiasi normatività artificiale.
I castori lo sanno. Le querce lo sanno. I fiumi lo sanno. Noi, con tutta la nostra intelligenza, continuiamo a far finta di niente.
I nostri figli, invece, possono ancora capirlo. Se li aiutiamo, se diamo loro gli strumenti per vedere il mondo non come una risorsa da sfruttare, ma come una casa da condividere.
Questo articolo non vuole essere solo una riflessione.
Se siete genitori, portate i vostri figli a vedere Jumpers – Un salto tra gli animali. Non è solo un film per bambini. È un’educazione alla consapevolezza ambientale travestita da avventura divertente.
Usatelo come punto di partenza per parlare con loro di biodiversità, di equilibri naturali, di responsabilità verso il pianeta.
Se siete proprietari di terreni con valore ambientale (un bosco, un oliveto secolare, un tratto di costa, una zona umida) sappiate che esistono strumenti giuridici concreti per proteggerli in modo duraturo, ben oltre la vostra vita.
Se siete amministratori pubblici, valutate le possibilità che il Trust offre per la tutela delle aree naturali del vostro territorio. L’articolo di Marta Buffoni apre una strada concreta e percorribile.
Se siete semplicemente cittadini preoccupati per il futuro, condividete questo messaggio. Parlate di questi temi. Portate nel dibattito pubblico l’idea che il diritto si sta evolvendo, che la protezione della Natura non è solo materia per ambientalisti, ma una questione che riguarda l’intera struttura giuridica e sociale del nostro Paese.
Il messaggio di Jumpers – Un salto tra gli animali e le riflessioni della Buffoni convergono in un unico invito all’azione.
Non siamo i padroni della Terra; ne siamo gli ospiti e, se ne abbiamo le competenze, i custodi.
Il patrimonio più prezioso che lasceremo ai nostri figli non sarà scritto su un estratto conto, ma sarà misurato nella salute dei boschi, nella purezza dei fiumi e nella stabilità degli ecosistemi che saremo stati capaci di sottrarre alla logica dei “quattro minuti”.
Le “Regole dello stagno” valgono anche per noi. Tutti noi abbiamo il diritto e il dovere di farle rispettare.
Gli strumenti per trasformare un desiderio in una realtà esistono e possono essere inseriti una struttura personalizzata e unica.
Insieme possiamo dar voce alla Natura.
Attendere il famoso domani è un evitabile spreco di tempo, poiché è possibile scegliere e agire oggi stesso.
Proteggere il futuro significa, prima di tutto, assicurarsi che ci sia ancora un mondo in cui abitare.
