
La Legge n. 35 del 14 marzo 2025 segna una svolta per il mondo del controllo societario in Italia, riscrivendo le regole della responsabilità per sindaci, collegi sindacali e revisori legali. Per decenni, chi sedeva al tavolo dei controlli ha affrontato la minaccia di un risarcimento danni illimitato, sproporzionato rispetto ai compensi percepiti e, spesso, in grado di travolgere l’intero patrimonio personale.
In questo articolo si analizza l’impatto della nuova normativa, partendo dai compiti operativi e dalle responsabilità che la legge attribuisce al sindaco, fino ad arrivare alle novità più attese: l’introduzione dei tetti al risarcimento parametrati al compenso e la certezza della prescrizione a cinque anni. Si affronta, inoltre, la prima applicazione pratica della legge con l’ordinanza del Tribunale di Bari, che ha chiarito come e quando si applicano i nuovi limiti. Per rispondere a esigenze di chiarezza, si calcoleranno i rischi reali per capire perché, nonostante le tutele introdotte dalla riforma 2025, il patrimonio personale dei professionisti rimane il bersaglio finale nelle azioni di responsabilità e quali strumenti occorrono per proteggerlo davvero.
Il sindaco non svolge un ruolo puramente formale.
La legge affida a questa figura professionale il compito di vigilare sull’amministrazione, verificare che la struttura aziendale disponga di assetti organizzativi e di controllo idonei a far emergere tempestivamente eventuali crisi, oltre a monitorare la gestione e i bilanci. In caso di gravi irregolarità, il sindaco ha il dovere di denunciarle al Tribunale ai sensi dell’articolo 2409 del Codice Civile, attivando uno strumento incisivo che può condurre persino alla revoca degli amministratori.
Per il sindaco ogni potere costituisce anche un dovere.
L’attribuzione di facoltà come richiedere informazioni, convocare l’assemblea, impugnare le delibere o adire la magistratura implica l’obbligo di esercitarle non appena se ne presentino i presupposti. Di fronte al silenzio o alla mancata collaborazione degli amministratori, il sindaco non può trincerarsi dietro la propria inazione. Dispone di un’autonomia d’indagine che deve tradursi in una precisa escalation di azioni, partendo dagli inviti formali a cessare i comportamenti dannosi, passando per la convocazione dei soci e l’impugnazione degli atti, fino ad arrivare alla denuncia in Tribunale.
Questo controllo non si ferma alla superficie, ma penetra nella sostanza dell’attività d’impresa. Pur applicandosi anche al sindaco la Business Judgment Rule (ho approfondito l’argomento nell’articolo Amministratore di società: quanto rischia il tuo patrimonio personale?), l’organo di controllo conserva il dovere intangibile di verificare che tali decisioni vengano assunte con un metodo rigoroso e corretto. Il suo intervento diventa doveroso ogni volta che si delineano operazioni manifestamente irrazionali, potenziali conflitti di interesse o evidenti anomalie gestionali.
Entrando nel merito del testo normativo, la Legge entrata in vigore il 12 aprile 2025, ha integralmente riscritto l’articolo 2407 del Codice Civile, introducendo due novità di fondamentale importanza per il lavoro degli organi di controllo.
La prima grande innovazione riguarda l’introduzione di un tetto massimo al risarcimento del danno. Salvo i casi di dolo, in cui la violazione dei propri doveri sia stata commessa con intenzione, il sindaco che commette un errore per colpa risponde entro un limite stabilito come multiplo del suo compenso annuo. Nello specifico, la responsabilità è limitata a quindici volte il compenso se questo non supera i 10.000 euro, a dodici volte per compensi compresi tra 10.000 e 50.000 euro, a dieci volte per importi superiori a 50.000 euro. In questo modo si supera il vecchio meccanismo che vedeva il sindaco rispondere automaticamente e in modo illimitato in solido con gli amministratori.
La seconda novità sostanziale è la definizione di un termine di prescrizione certo per l’azione di responsabilità, individuato in cinque anni a decorrere dal deposito della relazione al bilancio relativa all’esercizio in cui si è verificato il danno. Se in passato questo termine poteva slittare per un tempo indefinito creando un’incertezza perenne, con la nuova disciplina il sindaco conosce con esattezza il momento in cui si chiude il proprio rischio professionale, allineandosi al modello già previsto per i revisori legali dall’articolo 15 del decreto legislativo 39/2010.
L’efficacia e l’interpretazione concreta di ogni nuova legge si misurano sui primi orientamenti della giurisprudenza. Con l’ordinanza n. 1981 del 24 aprile 2025, pronunciata ad appena dodici giorni dall’entrata in vigore della norma, il Tribunale di Bari si è espresso nel quadro di un’azione promossa da una curatela fallimentare contro gli organi di una società, sindaco compreso, per via di bilanci che non rappresentavano correttamente la situazione di crediti, debiti e partecipazioni.
Nell’accertare la responsabilità del sindaco, il giudice ha ribadito che le eventuali carenze informative da parte degli amministratori non costituiscono una giustificazione valida, poiché l’organo di controllo dispone di poteri di indagine autonomi che ha il dovere di attivare. La decisione risulta storica per aver applicato i nuovi tetti risarcitori anche a fatti risalenti agli anni precedenti all’entrata in vigore della legge, argomentando che i limiti stabiliti dalla riforma rappresentano un criterio di quantificazione del danno che il giudice deve applicare al momento della pronuncia.
Al tempo stesso, la pronuncia del Tribunale di Bari ha fissato due punti fermi di estrema rilevanza pratica per i professionisti. In primo luogo, ha chiarito che il tetto al risarcimento opera separatamente per ogni singolo evento dannoso, con la conseguenza che più omissioni distinte generano una moltiplicazione dei massimali. In secondo luogo, ha precisato che la nuova disciplina sulla prescrizione quinquennale non possiede efficacia retroattiva, lasciando fermi i termini previsti sotto la previgente normativa per le condotte passate.
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Esaminando concretamente i numeri, emerge con chiarezza perché l’introduzione dei tetti risarcitori non sia sufficiente a mettere del tutto al sicuro il patrimonio di chi ricopre incarichi di controllo. Per un sindaco con un compenso annuo di 30.000 euro, il limite risarcitorio è fissato a dodici volte il compenso, ovvero a 360.000 euro per ciascun evento dannoso. Poiché nelle azioni promosse dalle curatele fallimentari le contestazioni non sono mai isolate, sono sufficienti due addebiti distinti per raddoppiare la cifra e superare i 700.000 euro.
A tutto ciò bisogna aggiungere che il tetto massimo decade integralmente nei casi in cui venga contestato il dolo, un’ipotesi che le controparti cercano sistematicamente di far valere in sede giudiziaria. Inoltre, l’introduzione della norma non evita i costi indiretti delle controversie, tra cui lunghi anni di causa, onerose spese legali e l’eventuale imposizione di sequestri conservativi sui beni del professionista durante la fase istruttoria.
Le nuove tutele si applicano ai sindaci, mentre per i revisori legali continua a valere il proprio regime autonomo.
La Legge n.35/2025 ha avuto il merito di rendere il rischio professionale maggiormente calcolabile, favorendo anche un parziale rientro delle compagnie assicurative nel mercato dei controlli societari. Tuttavia, la riforma non ha eliminato il pericolo di fondo: il patrimonio personale del sindaco rimane l’obiettivo finale delle azioni di responsabilità, dover rispondere di somme pari a centinaia di migliaia di euro equivale comunque a intaccare in modo pesante la casa di proprietà o i risparmi di un’intera carriera.
Di fronte a un rischio risarcitorio che rimane comunque elevato, la questione fondamentale cambia prospettiva: il punto non è più soltanto calcolare l’entità del pericolo, ma individuare quali strumenti concreti permettono di mettere al sicuro ciò che si è costruito. La differenza tra il professionista che mantiene tutti i propri beni intestati direttamente a sé e quello che ha pianificato per tempo la tutela patrimoniale, ad esempio separando mediante un Trust i beni della famiglia da quelli esposti alla professione, diventa abissale al momento di affrontare un giudizio di responsabilità.
Comprendere come strutturare correttamente questa protezione, quali regole osservare affinché la tutela sia inattaccabile e perché la tempestività sia un fattore decisivo sarà il tema centrale del prossimo articolo.
