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L’eredità dello stilista Valentino: successione internazionale e protezione del patrimonio

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L’eredità dello stilista Valentino: successione internazionale e protezione del patrimonio

La scomparsa di Valentino Garavani non segna soltanto l’addio a uno dei più grandi geni creativi del XX secolo, ma apre il sipario su quello che, per noi tecnici del settore, rappresenta un vero e proprio capolavoro di pianificazione patrimoniale avanzata.

Con un patrimonio personale stimato in oltre 1,5 miliardi di euro, la sua successione è un caso studio esemplare su come un imprenditore possa (e debba) gestire il passaggio generazionale, separando il destino del proprio nome da quello della propria ricchezza.

In un’epoca in cui molti grandi patrimoni vengono frammentati da dispute legali o gestioni improvvisate, Valentino Garavani ci consegna una lezione di ordine e lungimiranza.

Attraverso una strategia che ha saputo distinguere nettamente il marchio aziendale dal patrimonio personale, lo stilista ha costruito un impero fatto di immobili di altissimo profilo, collezioni d’arte inestimabili e una governance relazionale che prescinde dai legami di sangue.

In qualità di Trustee e consulente patrimoniale, specializzato anche in successioni internazionali, la successione di Valentino offre la possibilità di analizzare le opportunità offerte dall’assenza di eredi diretti e la potenza di strumenti come le Fondazioni e le Holding di famiglia.

 

(Mentre scrivo questo articolo, il contenuto del testamento di Valentino Garavani non è stato reso pubblico. Le informazioni sono più che altro indiscrezioni basate su relazioni note e su dichiarazioni di persone vicine allo stilista, non su atti ufficiali. Quindi, la lettura, al pari della scrittura, deve mantenere un approccio prudente, poiché non vi sono certezze giuridiche.)

 

Qual è il patrimonio di Valentino?

Per comprendere la struttura della ricchezza di Valentino, dobbiamo guardare oltre lo splendore delle creazioni e analizzare la strategia che ha guidato la sua gestione patrimoniale negli ultimi sessant’anni. Le stime, che parlano di un valore superiore al miliardo e mezzo di euro, non descrivono solo un accumulo di ricchezza, ma rivelano una pianificazione patrimoniale che ha privilegiato la diversificazione (immobili, opere d’arte e partecipazioni).

Il baricentro di questa architettura è senza dubbio il comparto del real estate di altissimo profilo. Non si tratta di semplici residenze di lusso, ma di un portafoglio immobiliare globale distribuito nelle piazze più prestigiose del mondo:

  • Villa sull’Appia Antica a Roma (residenza principale), acquistata negli anni Settanta e trasformata in una sorta di casa-museo privata tra arte antica e contemporanea.
  • Attico in Via Condotti, nel tridente romano del lusso.
  •  Villa “La Cercola” a Capri, acquistata nel 1968 e divenuta uno dei simboli della dolce vita internazionale.
  • Il Castello di Wideville, vicino Parigi, residenza del XVI secolo con parco monumentale, acquistato nel 1995 e restaurato con maniacale cura e attenzione.
  • Proprietà a Londra (Holland Park), New York (attico), Gstaad (chalet Gifferhorn).

 

Dal punto di vista della protezione patrimoniale, questa distribuzione geografica risponde a una logica di de-risking. Infatti, possedere immobili di tale standing in Paesi e giurisdizioni diversi permette di proteggersi dalle fluttuazioni di un singolo mercato e di disporre di una riserva di liquidità selettiva ed estremamente pregiata.

Molte di queste proprietà, come la storica residenza sull’Appia Antica, sono state trasformate nel tempo in vere e proprie case-museo, dove il valore dell’immobile si fonde con quello delle inestimabili collezioni d’arte contenute al loro interno.

Proprio le opere d’arte rappresentano il secondo pilastro di questa successione.

Parliamo di un nucleo di opere di artisti del calibro di Picasso, Warhol, Bronzino, Twombly, Bacon, Rothko, Schifano e Fontana, con valori unitari potenzialmente a otto cifre.

Per un Trustee come me, le opere d’arte non sono solo un piacere estetico, ma una classe di investimento con dinamiche proprie, capace di conservare valore nel lungo periodo e di fungere da eccezionale strumento di narrazione culturale.

Una parte significativa di questo patrimonio artistico è stata infatti già integrata nella Fondazione Garavani-Giammetti, dimostrando come la pianificazione di Valentino non sia stata rivolta solo alla conservazione del valore economico, ma anche alla creazione di un’eredità culturale strutturata.

Tuttavia, la vera “svolta di liquidità” che ha permesso questa imponente diversificazione risale al 1998. In quell’anno, Valentino e Giancarlo Giammetti siglarono con HdP un’intesa da quasi 300 milioni di dollari (pari a circa 500 miliardi di lire), cedendo il controllo della maison e reinvestendo parte della liquidità in strumenti finanziari e partecipazioni.

Quell’operazione non fu solo una vendita, ma un atto di lungimiranza strategica che permise di trasformare il capitale imprenditoriale, per sua natura soggetto ai rischi del mercato e della moda, in patrimonio personale liquido e diversificato. Anche dopo l’uscita dalla gestione diretta della maison “Valentino”, lo stilista ha continuato a generare valore attraverso accordi su diritti d’immagine, iniziative speciali, progetti editoriali e collaborazioni culturali.

 

La coerenza di fondo, che ha visto il passaggio dal rischio d’impresa alla stabilità del patrimonio privato, è la lezione più preziosa che un grande patrimonio possa offrire a chi desidera una successione ordinata e protetta.

 

Come proteggere il patrimonio dal rischio d’impresa?

La scelta strategica di Valentino Garavani

Nella gestione dei grandi patrimoni, il rischio più insidioso è la sovrapposizione, ossia quando le vicende dell’azienda (crisi di mercato, debiti, liti tra soci) finiscono per intaccare il patrimonio privato della famiglia.

Valentino Garavani ha neutralizzato questo rischio con una mossa d’anticipo che oggi, nel 2026, appare ancora più geniale.

Vendendo la maison nel 1998, ha trasformato quello che tecnicamente definiamo capitale industriale (un asset illiquido e soggetto a rischio operativo) in capitale finanziario e reale (asset liquidi o immobiliari, slegati dal ciclo della moda).

Questa operazione di disinvestimento strategico ha creato due mondi paralleli che non si incontrano mai. Da un lato abbiamo la Maison Valentino S.p.A., una macchina del lusso controllata dal fondo sovrano del Qatar, Mayhoola, e partecipata dal colosso francese Kering.

È fondamentale sottolineare la presenza di Kering, che detiene il 30% con un’opzione per salire al 100% entro il 2028: questa struttura di governance è blindata da patti parasociali e logiche di mercato globali. Gli eredi di Valentino, chiunque essi siano, non avranno mai una sedia nel consiglio di amministrazione, né dovranno preoccuparsi delle trimestrali della società. Valentino ha evitato quello che io definisco “il paradosso delle dinastie”: figli o nipoti che si trovano a gestire aziende globali senza averne la competenza o, peggio, che vedono il proprio patrimonio bloccato in azioni di un’azienda che non possono vendere.

Si tratta, quindi, di una realtà industriale separata, con governance, debito, capitalizzazione e strategie del tutto autonome, rispetto alla successione personale dello stilista dall’indiscusso talento.

Dall’altro lato, troviamo il patrimonio personale, l’oggetto reale della successione.

Qui la pianificazione diventa raffinata. Oltre alla straordinaria collezione di immobili e opere d’arte, c’è un aspetto che spesso sfugge ai non addetti ai lavori: la gestione dei diritti d’immagine e dei diritti morali.

Sebbene il marchio Valentino appartenga oggi a Mayhoola, la persona Valentino Garavani ha continuato a generare valore attraverso la propria immagine e il proprio prestigio personale.

Questi diritti, spesso gestiti attraverso holding dedicate o strutture di protezione patrimoniale, rimangono nell’asse ereditario privato.

Dal punto di vista della protezione patrimoniale, le decisioni di Valentino sono eccezionali.

Gli asset immobiliari a Londra, Parigi e New York non sono minimamente influenzati dal successo della maison. Il patrimonio è stato de-correlato dal business. Chi erediterà, riceverà un portafoglio di beni cristallizzato, autonomo e protetto da una governance privata, libero dalle fluttuazioni della Borsa o dalle strategie dei fondi sovrani.

 

Lo stilista Valentino ha costruito un patrimonio che non deve chiedere il permesso a nessuno per essere gestito, venduto o donato.

 

Come organizzare la successione senza eredi diretti?

In Italia, siamo abituati a considerare la successione come un percorso binario obbligato: la legge impone che una parte rilevante del patrimonio debba finire nelle mani di coniuge e figli, indipendentemente dalla qualità del rapporto o dalla capacità degli eredi di gestire tale ricchezza.

Nel caso di Valentino, questo vincolo decade totalmente.

Dal punto di vista della protezione del patrimonio, questo scenario trasforma il professionista da semplice esecutore a vero e proprio ingegnere dei desideri del testatore.

Senza l’ombra dell’azione di riduzione, ovvero il potere dei parenti stretti di impugnare il testamento per reclamare la propria quota, Valentino ha potuto operare una selezione “meritocratica” dei propri successori.

Questo è il contesto ideale per evitare la polverizzazione del patrimonio. Spesso, infatti, le quote di legittima costringono a spezzettare collezioni d’arte o a vendere immobili storici per soddisfare gli eredi.

Valentino, al contrario, ha avuto il potere di decidere l’integrità dei suoi asset: ha potuto stabilire che un determinato castello o un nucleo di opere di Warhol rimangano uniti, affidandoli a chi ha dimostrato negli anni di condividerne la visione e la sensibilità estetica.

Ma c’è un altro aspetto fondamentale che un’analisi superficiale trascurerebbe: l’impatto sulla successione internazionale.

Poiché Valentino possedeva asset in Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Svizzera, l’assenza di legittimari semplifica enormemente il coordinamento tra le diverse giurisdizioni.

Sappiamo che Paesi di Common Law (come USA e UK) faticano ad accettare il concetto italiano di “legittima”, considerandolo un’intrusione inaccettabile nella libertà individuale. Non avendo eredi diretti, Valentino ha eliminato alla radice ogni potenziale conflitto tra il Codice Civile italiano e le leggi straniere. Il suo testamento corre su un binario di fluidità internazionale: se decide che un immobile a Londra debba andare a una Fondazione o a un collaboratore, non ci sarà alcun giudice italiano che potrà bloccare l’operazione in nome di una quota di riserva violata.

Questa libertà, inoltre, ha permesso l’utilizzo pieno di strumenti come il Trust o le Fondazioni. Spesso, in presenza di figli, questi strumenti vengono guardati con sospetto perché visti come capaci di “ledere la legittima”.

La Fondazione Garavani-Giammetti, quindi, può diventare il vero centro gravitazionale del patrimonio senza timore di rivendicazioni.

 

L’assenza di eredi diretti ha permesso a Valentino di trasformare la propria dipartita in un atto di design eterno, dove la ricchezza non viene semplicemente “lasciata”, ma viene “indirizzata” verso una missione precisa.

 

Come organizzare con efficacia e sicurezza il passaggio generazionale?

Dal capitale relazionale alla Fondazione Valentino Garavani-Giancarlo Giammetti

Al centro di questa complessa architettura relazionale si staglia, inevitabilmente, la figura di Giancarlo Giammetti. Definirlo semplicemente un socio o un compagno di vita sarebbe riduttivo e tecnicamente impreciso. Giammetti è stato l’architetto strategico dietro il genio di Valentino, colui che ha permesso alla creatività pura di trasformarsi in un impero industriale e, successivamente, in un patrimonio protetto.

Nel linguaggio della pianificazione patrimoniale, Giammetti rappresenta il prototipo dell’esecutore testamentario ideale, in quanto possiede una conoscenza capillare di ogni singolo asset, dalle holding storiche come la G.G. & V. fino ai dettagli delle collezioni d’arte.

È assai probabile che a lui sia affidata non solo una parte rilevante del patrimonio come beneficiario principale, ma soprattutto la regia del passaggio generazionale.

La sua funzione è quella di “garante della coerenza”, colui che assicura che il passaggio della ricchezza non ne disperda il significato culturale e valoriale.

Accanto a Giammetti, la successione di Valentino coinvolge quella che viene definita la sua “famiglia allargata”. In assenza di figli, lo stilista ha saputo coltivare una cerchia ristretta di affetti dove il legame di sangue convive con quello professionale e di vita. Figure come il pronipote Oscar Garavani rappresentano la continuità del nome e del legame genetico, ma la loro presenza nell’asse ereditario va letta in una logica di merito e vicinanza affettiva.

Insieme a loro, collaboratori storici e amici intimi, persone che hanno condiviso decenni di successi e sfide, sono i destinatari naturali di lasciti “sartoriali”.

Tuttavia, il vero erede della “parte immortale” del patrimonio è la Fondazione Valentino-Giammetti.

La Fondazione non è un semplice ente filantropico, ma il contenitore giuridico e culturale destinato a sopravvivere alle persone fisiche. È verosimile che a questa istituzione sia destinato il cuore della legacy: l’archivio creativo, gli abiti iconici, i diritti d’immagine e una selezione ragionata di opere d’arte. Attraverso la Fondazione, Valentino trasforma la proprietà privata in patrimonio istituzionalizzato.

Dal punto di vista della governance, la Fondazione funge da “cassaforte dei valori”, impedendo che il nucleo centrale della storia dello stilista venga disperso o mercificato. In questa visione, la ricchezza economica serve a sostenere la missione culturale.

 

La vera protezione del patrimonio non si esaurisce nel decidere "a chi va cosa", ma nel costruire strutture capaci di proteggere il senso di ciò che si lascia.

 

 

 

Foto del profilo di Piero di Bello
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