
Il nostro tempo è caratterizzato da un’estrema mobilità che può anche comportare alcuni rischi per il patrimonio, come approfondito nell’articolo Il patrimonio conteso a causa di una successione non pianificata.
Non è raro incontrare professionisti italiani che risiedono a Parigi, possiedono immobili in Spagna e hanno i propri interessi economici a Londra o New York. Questa libertà di movimento, seppur meravigliosa, nasconde un’insidia silenziosa che si presenta nel momento più delicato, ossia quello del passaggio generazionale.
Questi problemi possono causare notevoli difficoltà sia ai beneficiari che agli esecutori testamentari, aumentando i tempi e i costi della procedura successoria.
La mancanza di una pianificazione successoria adeguata può comportare l’applicazione di normative conflittuali tra diversi Paesi, complicando ulteriormente la distribuzione dei beni.
Per evitare tali spiacevoli situazioni, è fondamentale adottare strategie preventive e consultare esperti in materia di successioni internazionali.
C’è un modo per ovviare a questa situazione e avere la libertà di scegliere quale legge applicare?
La risposta è sì, esiste uno strumento giuridico che permette di soddisfare questa necessità: la Professio Iuris.
Introdotta ufficialmente dall’art. 22 del Regolamento UE 650/2012, la Professio Iuris è la facoltà concessa a ogni cittadino di scegliere espressamente la legge di successione che regolerà l’intero patrimonio. Che il soggetto possieda conti correnti in Svizzera o beni immobili all’estero, questa clausola permette di “blindare” la successione, garantendo che sia la legge del Paese a gestire la distribuzione dei beni, ovunque essi si trovino.
Questa libertà, però, non è assoluta. Il Regolamento pone un limite preciso per evitare gli abusi: si può indicare esclusivamente la legge dello Stato di cui si ha la cittadinanza al momento della scelta o della dipartita. Ciò significa che la scelta deve essere fondata su un legame giuridico reale, non certo su motivazioni puramente pratiche o economiche. Questa restrizione serve a garantire che la normativa applicata sia sempre connessa a un rapporto effettivo di appartenenza nazionale.
Per comprendere appieno la portata della Professio Iuris, dobbiamo prima analizzare il terreno scivoloso su cui ci muoviamo in sua assenza.
Il Regolamento UE 650/2012 ha introdotto il criterio della “residenza abituale” come baricentro di ogni successione. Per chi gestisce patrimoni complessi, questo termine rappresenta un’insidia tecnica non trascurabile.
La residenza abituale non è un dato puramente anagrafico, ma un concetto che i giudici europei interpretano valutando la durata, la regolarità, le condizioni e le ragioni del soggiorno, nonché i legami familiari e sociali.
Questa incertezza interpretativa crea un rischio sistemico.
Un cittadino italiano che si trasferisce per ragioni professionali a Madrid, o un imprenditore che trascorre sei mesi l’anno in Costa Azzurra, potrebbe trovarsi in una “zona grigia” giuridica.
Senza una scelta espressa, la legge applicabile alla sua intera eredità potrebbe cambiare a sua insaputa, semplicemente a causa di un prolungamento del soggiorno all’estero o di un mutamento del centro dei propri interessi.
La Professio Juris prevista dall’art. 22 del Regolamento UE non è un semplice tecnicismo, ma un vero e proprio atto di sovranità sul proprio patrimonio.
Il testatore, quindi, sottrae la propria successione agli automatismi del caso e la ancora alla propria legge nazionale, l’unica che garantisce una continuità giuridica assoluta, indipendentemente dai futuri spostamenti geografici.
L’analisi si fa ancora più profonda quando passiamo dal piano della certezza a quello della sostanza dei diritti coinvolti.
Uno dei pilastri del nostro ordinamento civile è la tutela dei legittimari: coniuge e figli hanno diritto a una quota intangibile del patrimonio.
Molti Paesi, tuttavia, non condividono questa visione. Negli ordinamenti di Common Law, o anche in alcuni sistemi europei con visioni più liberali, la libertà di disporre dei propri beni è molto più ampia, arrivando a permettere la quasi totale esclusione di un erede.
Se un cittadino italiano residente all’estero non blinda la propria successione con la legge italiana, rischia di vedere il proprio asse ereditario frammentato o, peggio, regolato da principi diametralmente opposti ai propri valori e alla propria pianificazione familiare.
Scegliere la legge della cittadinanza significa garantire che la quota di legittima resti un baluardo invalicabile. Ma c’è di più: l’importanza della Professio Iuris risiede nel principio di unità della successione. Senza di essa, potremmo trovarci di fronte a un fenomeno di scissione, dove i beni mobili sono regolati dalla legge della residenza e i beni immobili dalla legge dello Stato in cui si trovano.
Come Trustee professionale, esperto in protezione e pianificazione del patrimonio, successioni transfrontaliere e passaggi generazionali vedo quotidianamente come l’armonizzazione della legge applicabile permetta una liquidazione dell’eredità fluida e coerente.
La scelta della legge nazionale agisce come un collante: unifica il patrimonio sotto un unico set di regole chiare, previene il “forum shopping” (ovvero la ricerca della legge più conveniente da parte di eredi delusi) e assicura che il passaggio generazionale non sia un momento di conflitto, ma di ordinata transizione.
Uno dei malintesi più pericolosi che riscontro nella pratica professionale è la convinzione che la Professio Iuris sia una sorta di “passaporto fiscale”. Molti clienti sono convinti che, scegliendo la legge italiana per regolare la propria successione, automaticamente anche le tasse verranno pagate in Italia, magari beneficiando delle attuali franchigie. Purtroppo, non è così.
È necessario tracciare una linea netta tra l’ambito civile e quello tributario.
Il Regolamento UE 650/2012, che disciplina la scelta della legge applicabile, si occupa esclusivamente degli aspetti civili: chi sono gli eredi, quali quote spettano loro, la validità del testamento e la gestione dei legati.
Se, per esempio, il soggetto è proprietario di un immobile in Francia, il Paese pretenderà le proprie imposte di successione (droits de mutation), applicando le proprie aliquote e le proprie esenzioni, indipendentemente dal fatto che il notaio stia utilizzando il Codice Civile italiano per ripartire le quote tra i tuoi figli.
La Professio Iuris è un tassello fondamentale per la stabilità del patrimonio, ma deve essere necessariamente coordinata con un’analisi fiscale transfrontaliera. Senza questo doppio binario, il rischio è quello di trovarsi con una successione civilmente perfetta, ma fiscalmente disastrosa, colpita da doppie imposizioni o da oneri tributari che avrebbero potuto essere mitigati con strumenti diversi, come un Trust o una corretta strutturazione societaria.
Per elevare ulteriormente il livello di questa analisi, dobbiamo affrontare un caso che mette a nudo i limiti del diritto internazionale: il rapporto tra l’articolo 22 e l’articolo 10 (competenza sussidiaria) del Regolamento UE, specialmente quando sono coinvolti Paesi extra-europei come gli Stati Uniti.
Immaginiamo un cittadino italiano stabilmente residente a New York che, saggiamente, inserisce nel suo testamento la scelta della legge italiana. Dal punto di vista della legge applicabile, tutto sembra chiaro: la successione è regolata dall’Italia. Ma qui sorge il problema della giurisdizione, ovvero: quale giudice ha il potere di decidere? Se il de cuius risiede fuori dall’Unione Europea, il criterio principale (la residenza abituale) non punta verso un tribunale UE. Entra allora in gioco l’articolo 10, che concede la competenza ai giudici italiani solo se nel territorio italiano (o UE) sono presenti dei beni.
Ma cosa accade se quel cittadino ha ormai liquidato tutto in Europa e possiede beni solo negli Stati Uniti? Qui si verifica un “corto circuito” giuridico. Nonostante la scelta della legge italiana, i giudici europei potrebbero non avere la giurisdizione per intervenire. Il caso finirebbe davanti a un giudice americano che, seguendo le proprie norme di diritto internazionale privato, potrebbe ignorare completamente la Professio Iuris e applicare la legge locale (lex rei sitae) per gli immobili. In questa situazione, la scelta della legge italiana rischierebbe di restare una dichiarazione d’intenti priva di efficacia pratica.
In casi come questo, la sola clausola testamentaria non basta, è necessario un coordinamento magistrale tra un testamento locale negli Stati Uniti e una strategia patrimoniale che tenga conto dei conflitti di giurisdizione.
Trattare la scelta della legge applicabile come una semplice clausola “standard” da inserire in un testamento è un errore che può costare caro in termini di tempo, costi legali e armonia familiare.
La pianificazione successoria internazionale nel 2026 richiede una visione d’insieme che superi il singolo articolo di legge.
