
Ci sono momenti in cui l’arte riesce a sintetizzare in una singola immagine questioni talmente complesse che filosofi, giuristi e teologi discutono invano da secoli. Il potere dell’iconografia è di rendere tangibile l’astratto, trasformando un dilemma etico in un’emozione che colpisce allo stomaco. Ho vissuto uno di questi momenti poche settimane fa, durante una visita al Carnevale di Putignano, in Puglia.
Non si è trattata di una visita casuale, né di un semplice momento di svago. Putignano non è solo una sfilata di maschere; vanta uno dei carnevali più antichi e prestigiosi d’Europa, con una tradizione che affonda le sue radici nel lontano 1394. Quest’anno, l’atmosfera era carica di una tensione intellettuale particolare: il tema centrale scelto dai maestri cartapestai era “Il paradosso”.
Quale terreno è più ricco di paradossi della condizione umana, con le sue contraddizioni laceranti, i suoi dubbi irrisolti e quelle domande fondamentali che spesso restano senza risposta?
Mentre seguivo il corso mascherato, immerso in una folla festante tra coriandoli e musica, un carro in particolare ha catturato la mia attenzione, facendomi dimenticare istantaneamente l’allegria circostante.
La sua rappresentazione era così potente, così cruda nella sua verità, da impormi di arrestare il cammino.
Mi sono fermato, folgorato dalla scena che si parava davanti ai miei occhi.
Il carro metteva in scena, con un realismo quasi doloroso, il dramma del fine vita. Al centro della struttura troneggiava un paziente allettato, un uomo chiaramente giunto allo stadio terminale, con il corpo segnato e consumato dall’inesorabilità della malattia. Ma ciò che rendeva l’opera davvero chiara nel suo messaggio era la dinamica circostante: quel corpo non era lasciato alla sua naturale transizione, ma veniva conteso e tirato da due parti opposte.
Da un lato, un prete in abiti talari, simbolo solenne della Chiesa e della sua dottrina sulla sacralità della vita, intesa come dono. Dall’altro, un’infermiera, volto di una scienza medica che, spinta da un dovere deontologico portato all’estremo, cerca di prolungare l’esistenza, di strappare alla morte anche solo un giorno, un’ora, un singolo respiro in più.
Sopra di loro, quasi a dominare la scena con distaccata solennità, la figura di San Pietro con le sue chiavi. Un’attesa paziente, inesorabile, quella del guardiano del passaggio verso l’eterno o verso l’ignoto. Ma l’elemento che più di ogni altro risuonava come un grido di denuncia era posto ai piedi del carro: tre parole scritte a caratteri cubitali, capaci di ribaltare il concetto stesso di esistenza: “Condannato a vita”.
Sono rimasto a fissare quel carro per diversi minuti, quasi ipnotizzato dalla sua cruda verità, mentre la sfilata proseguiva il suo corso festante e rumoroso. Quella rappresentazione aveva il raro pregio di cristallizzare plasticamente un paradosso che, nel mio lavoro quotidiano di consulente legale specializzato in pianificazione patrimoniale e tutela della persona, incontro con una frequenza quasi dolorosa, seppur sotto spoglie meno allegoriche e più burocratiche.
Il paradosso è tanto profondo quanto sottovalutato e riguarda la struttura stessa della nostra modernità: viviamo in una società che ha eletto l’autonomia individuale a valore supremo, quasi dogmatico. Celebriamo la libertà di scelta in ogni possibile ambito dell’esistenza, rivendicando il diritto di essere gli unici architetti del nostro destino.
Ogni giorno prendiamo decisioni che definiscono la nostra identità e il nostro futuro: stabiliamo dove vivere, quale percorso accademico intraprendere, quale carriera inseguire con ambizione. Esercitiamo la nostra sovranità decidendo chi sposare, se e quando accogliere dei figli, come nutrire il nostro corpo o come vestirlo per comunicare chi siamo. Gestiamo i frutti del nostro lavoro, pianifichiamo investimenti complessi per proteggere il benessere della nostra famiglia e decidiamo con estrema precisione come impiegare ogni singolo istante del nostro tempo libero.
L’individuo appare come un sovrano assoluto della propria volontà, capace di autodeterminarsi in ogni ambito della vita quotidiana.
Eppure, proprio quando arriviamo alla soglia finale, quel momento in cui il corpo inizia a cedere sotto il peso dell’ineluttabile e ci avviciniamo all’ultimo passaggio, questa sovranità sembra evaporare improvvisamente, dissolvendosi come nebbia al sole.
In quel momento, il più intimo e vulnerabile che un essere umano possa attraversare, la nostra voce viene sistematicamente sommersa da un coro di altre volontà istituzionali. Altre voci, dotate di un’autorità secolare o scientifica, si alzano più forti della nostra, imponendo visioni, percorsi e obblighi che spesso ignorano il sentire profondo del protagonista.
Da una parte, la Chiesa interviene con il peso della sua dottrina millenaria, ricordandoci che la vita è “sacra”: un dono il cui termine può essere stabilito solo dal Creatore e su cui l’uomo non ha diritto di esercitare alcun potere di recesso. In questa visione, la sofferenza e l’attesa diventano parte di un disegno che sovrasta l’individuo.
Dall’altra parte, la Medicina moderna si impone con il rigore dei suoi protocolli e l’onnipotenza della sua tecnologia. Spinta da un dovere deontologico che a volte scivola nell’ostinazione, la Scienza cerca di strappare alla morte giorni, ore o minuti.
In questo scontro titanico tra etica religiosa e ambizione scientifica, la voce del paziente, quella volontà che ha guidato una vita intera, finisce troppo spesso per smarrirsi, ridotta a un flebile sussurro inascoltato.
“Condannato a vita”, recitava il carro di Putignano. È un’espressione ossimorica che descrive con precisione chirurgica una condizione che può protrarsi per mesi, o talvolta anni: uno stato di “non-vita” che non è ancora morte, ma che della vita non conserva più né la dignità né la bellezza. È l’esistenza trascorsa nell’abbraccio forzato delle macchine, nella dipendenza totale dai farmaci, intrappolati in un corpo che ha smesso di rispondere ai nostri comandi ma che viene mantenuto “acceso” contro ogni logica di sollievo.
In questa condizione, l’individuo smette di essere il soggetto della propria esistenza per diventare l’oggetto delle decisioni altrui. Viene privato della capacità elementare e suprema di poter dire, semplicemente, “Basta”.
Una privazione che, per chi ha passato la vita a pianificare e proteggere il proprio mondo, rappresenta il fallimento più estremo della libertà individuale.

Questa profonda riflessione, nata davanti a un carro allegorico, mi ha riportato immediatamente ai casi reali e agli strumenti legali che considero il cuore pulsante del mio lavoro. Parlo di strumenti che ritengo fondamentali, ma che purtroppo in Italia restano ancora avvolti in una coltre di scarsa conoscenza: primo fra tutti, il Mandato di protezione (per approfondire, leggi l’articolo Mandato di protezione: lo strumento per proteggere il patrimonio in caso di futura incapacità)
Tuttavia, prima di addentrarci nei dettagli tecnici di questo istituto, è necessario fare un’operazione di verità. Permettetemi di sostenere in modo chiaro che nel nostro ordinamento esiste un vuoto giuridico drammatico. Si tratta di una sorta di “terra di nessuno” che si mostra proprio nel momento più critico dell’esistenza: quando una persona perde la capacità di intendere e di volere, ma rimane fisicamente presente, viva, in attesa di decisioni che non riguardano solo la gestione del suo patrimonio, ma la sua stessa essenza, il suo corpo, la sua dignità.
Cosa succede quando questo vuoto non viene colmato preventivamente dalla volontà del diretto interessato? Accade che l’autonomia scompare e il potere decisionale si trasferisce ad altri. E il problema tragico è che non sempre queste decisioni rispecchiano la volontà, i valori o la concezione di dignità di chi è rimasto senza voce.
Nel corso della mia carriera professionale, ho assistito a troppe situazioni laceranti legate proprio a questo vuoto decisionale. Quando mancano istruzioni chiare e un designato legittimo, si innescano dinamiche che possono distruggere anche le famiglie più unite. Ho visto nuclei familiari andare in frantumi, divisi da conflitti insanabili su “cosa sia giusto fare” o su “fino a dove spingersi” nel prolungare la vita di un congiunto incapace di esprimersi.
Non è quasi mai una questione di cattiveria o di interessi meschini. Al contrario, il conflitto nasce spesso da un eccesso di amore, ma declinato secondo visioni morali opposte: figli contro genitori, mogli contro mariti, fratelli contro sorelle, ognuno sinceramente convinto di interpretare il bene del proprio caro.
In assenza di un documento legale, queste interpretazioni restano solo opinioni soggettive.
In mezzo a questi conflitti, il paziente giace silenzioso. È impossibilitato a comunicare, ridotto a una condizione di estrema passività. In assenza di una pianificazione preventiva, l’individuo subisce una trasformazione giuridica e umana atroce: smette di essere il soggetto attivo della propria vita e diventa l’oggetto passivo di decisioni altrui.
Spesso si pensa che la tutela riguardi solo la “protezione del portafoglio” o la continuità aziendale.
La protezione patrimoniale, se disgiunta dalla tutela della persona, è un esercizio incompleto.
A cosa serve aver protetto un patrimonio per decenni se poi non si ha il potere di decidere come quel patrimonio debba servire la nostra dignità nel momento del bisogno?
Il vuoto giuridico del “non-decidere” è una rinuncia alla propria libertà. Inoltre, rappresenta il concreto rischio di lasciare che sia un tribunale, un medico o un parente lontano dai nostri valori a scrivere l’ultimo capitolo della nostra storia.
Nel mio lavoro ho raccolto decine di testimonianze che raramente emergono nel dibattito pubblico, ma che illustrano con precisione chirurgica la gravità del problema.
Giorgio (nome di fantasia), 78 anni, è stato colpito da un ictus che lo ha condannato allo stato vegetativo. Non aveva redatto né un Mandato di protezione né le DAT. I suoi tre figli si sono trovati improvvisamente a dover decidere sul mantenimento dell’alimentazione artificiale. Due di loro volevano rispettare la volontà verbale del padre, che “non avrebbe mai voluto vivere così”. Il terzo, mosso da una profonda convinzione religiosa, si è opposto strenuamente parlando di “omicidio”. Il risultato? Una famiglia lacerata, tre anni di battaglie legali in tribunale e Giorgio rimasto in quel limbo per altri cinque anni prima di spegnersi. In questa tragedia hanno perso tutti: i figli, divisi per sempre, e Giorgio, privato della dignità che avrebbe meritato.
Maria (nome di fantasia), 82 anni, malata terminale di cancro, aveva invece scelto la strada della prevenzione. Aveva redatto un Mandato di protezione e delle DAT chiarissime: no all’accanimento, sì alle sole cure palliative. Quando le sue condizioni sono peggiorate, la figlia ha potuto far valere legalmente la volontà della madre. Nonostante l’opposizione iniziale di un medico obiettore, l’intervento del comitato etico dell’ospedale ha garantito il rispetto delle indicazioni di Maria. È morta due settimane dopo, serenamente, circondata dai suoi cari e senza l’invasione di macchine o tubi. Esattamente come aveva pianificato.
Questi non sono casi isolati o astrazioni filosofiche; sono drammi umani che si consumano quotidianamente nelle corsie degli ospedali e nelle case di riposo di tutta Italia.
È esattamente in questo spazio d’ombra, tra la perdita della capacità e la necessità di cura, che si inserisce il Mandato di protezione.
Per un’analisi attenta, dettagliata e personalizzata della tua situazione, prenota la consulenza gratuita con Piero Di Bello
Si tratta di uno strumento che, oltre ad essere giuridico, è una grande possibilità per l’autodeterminazione.
Sebbene sia stato introdotto nel nostro ordinamento dalla Legge n. 6 del 9 gennaio 2004, per anni è rimasto un istituto sottoutilizzato, spesso confinato nelle pieghe di una dottrina poco incline a promuoverlo. La prospettiva è radicalmente cambiata grazie al Decreto Legislativo n. 62 del 3 maggio 2024, che ne ha ridefinito i contorni, dotandolo di una disciplina organica e, soprattutto, di un potenziale d’azione senza precedenti.
In termini tecnici, è un atto con cui una persona, in stato di piena capacità di intendere e di volere, conferisce a uno o più soggetti di sua assoluta fiducia (“Mandatari”) il potere di gestire i propri interessi, sia patrimoniali che personali, nel caso futuro in cui dovesse sopravvenire un’incapacità parziale o totale.
Ma se leggiamo oltre la definizione burocratica, scopriamo che il Mandato di protezione è molto più di una delega su conti correnti o proprietà immobiliari. È la possibilità di decidere oggi, mentre siamo nel pieno delle nostre facoltà, cosa vogliamo che accada domani. È il diritto di stabilire che la nostra volontà continui a esercitare il suo primato anche quando non avremo più la voce per esprimerla.
La vera rivoluzione introdotta dal D.Lgs. 62/2024 risiede nell’ampliamento dei poteri conferibili e, in particolare, nell’introduzione formale del cosiddetto “Progetto di vita”.
Fino a poco tempo fa, si tendeva a vedere il mandato come uno strumento prettamente economico. La nuova normativa, invece, sposta il baricentro sulla persona. Il Progetto di vita è un documento dinamico in cui il Mandante può stabilire non solo come debba essere gestito il suo patrimonio, ma come debbano essere declinati gli aspetti più intimi della sua esistenza quotidiana.
Qui torniamo al carro di Putignano, al dramma del paziente conteso tra dogmi religiosi e protocolli medici. Attraverso un Mandato di protezione ben strutturato, è possibile:
Spesso mi si chiede se questo strumento si sovrapponga alle DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), il cosiddetto “Testamento biologico” regolato dalla Legge 219/2017. La risposta è che essi sono complementari. Mentre le DAT si focalizzano sul consenso o il rifiuto di specifici trattamenti sanitari, il Mandato di protezione offre una copertura molto più ampia, legando la gestione dei mezzi economici alle scelte esistenziali.
Un Mandato di protezione redatto con competenza professionale integra le DAT in un sistema di tutela totale. Esso assicura che il Fiduciario nominato abbia non solo il dovere morale, ma il potere legale di far rispettare quel “Progetto di vita” che abbiamo disegnato per noi stessi. È lo strumento che impedisce alla nostra storia di diventare un fascicolo in mano a un estraneo o il terreno di scontro di una disputa familiare.
Come professionista, sento di avere una particolare e importante responsabilità. Il mio ruolo non si limita alla redazione di atti notarili oppure a consulenze tecniche. Sento la responsabilità di educare e sensibilizzare, aprendo gli occhi su questioni che la maggior parte delle persone preferirebbe ignorare.
Parlare di incapacità, dipendenza o fine vita non è piacevole. È umanamente comprensibile cercare di rimuovere questi pensieri, autoconvincendosi che ci sia ancora tempo.
La realtà professionale insegna che quando scatta l’emergenza, il tempo della pianificazione è già scaduto.
Durante i miei incontri sulla protezione patrimoniale e sulla successione, cerco sempre di inserire il tema del Mandato di protezione: “Ha mai considerato cosa accadrebbe se domani non fosse più in grado di decidere? Chi sceglierebbe per gestire i suoi affari e, soprattutto, la sua dignità?”. Molti restano sorpresi, altri provano disagio. Ma è proprio qui che inizia il vero valore della consulenza: aiutare la persona a immaginare gli scenari più difficili per riprendere il controllo totale sulla propria vita.
La mia domanda non nasce per vendere un servizio in più (anche se, ovviamente, redigere questi atti fa parte del mio lavoro), ma perché sono sinceramente e profondamente convinto che sia uno strumento di civiltà.
Guardando il carro allegorico del Carnevale di Putignano, non ho potuto fare a meno di pormi alcune domande che ritengo fondamentali. Non sono solo interrogativi legati alla mia professione, ma questioni che riguardano ognuno di noi in quanto cittadini, individui e soggetti dotati di una propria sensibilità.
È giusto che la Chiesa e la Medicina esercitino un potere così persuasivo sul nostro fine vita?
Sia chiaro: non si tratta di mettere in discussione il valore della fede per chi la professa, né l’importanza della Medicina e l’impegno straordinario di medici e infermieri. Tuttavia, è doveroso analizzare come queste due istituzioni possano, di fatto, sovrapporsi alla volontà del singolo, fino a oscurarla.
Torniamo dunque alla domanda centrale: è giusto che una persona possa dire “Basta, voglio staccare la spina”?
La mia risposta, professionale e umana, è sì. Ma questa libertà deve poggiare su tre pilastri invalicabili:
Il Decreto Legislativo 62/2024, in questo senso, rappresenta un passo avanti importante, poiché crea uno spazio di libertà che prima non c’era.
La Chiesa mantiene una posizione netta: la vita è sacra, è un dono di Dio e solo a Lui spetta decidere il momento del distacco. In questa visione, l’eutanasia e il suicidio assistito sono considerati ferite profonde alla morale, persino l’interruzione di trattamenti vitali viene guardata con estrema cautela. È una posizione rispettabile sul piano teologico, ma viviamo in uno Stato laico e pluralista. In una società moderna convivono visioni della morte, della sofferenza e della dignità profondamente diverse: lo Stato ha il dovere di tutelare il principio supremo dell’autodeterminazione, garantendo a ogni individuo il diritto di vivere e di congedarsi secondo i propri valori.
Dall’altro lato, la Medicina ha il nobile dovere di preservare la vita e alleviare il dolore. Ciononostante, esiste un confine sottile oltre il quale la cura si trasforma in “ostinazione irragionevole”. Quando i trattamenti non hanno più alcuna possibilità di migliorare le condizioni del paziente, ma servono solo a prolungare artificialmente un’esistenza ridotta a pura sussistenza biologica, la Medicina rischia di tradire il suo essere, la sua vera essenza. In quel momento, il paziente cessa di essere una persona per diventare il teatro di un esperimento di resistenza tecnica.
In questo scontro tra poteri, dove risiede la voce della persona?
Ecco perché strumenti come il Mandato di protezione e le DAT non sono semplici moduli da compilare, ma atti di civiltà. Essi restituiscono all’individuo il potere di decidere, di parlare anche quando il corpo avrà smesso di farlo, e di imporre la propria concezione di dignità sopra ogni dogma o protocollo.
La libertà non è un concetto astratto, ma una conquista che va difesa soprattutto per i momenti di massima fragilità.
Come professionista della tutela, il mio compito è fornire i mezzi legali affinché quella “condanna” non si verifichi mai. Pianificare il proprio futuro attraverso un Mandato di protezione non significa evocare la fine, ma al contrario, celebrare la propria autonomia. Significa assicurarsi che la gestione delle proprie risorse e la cura della propria persona restino coerenti con la storia che abbiamo scritto in un’intera vita.
In un mondo che troppo spesso cerca di decidere per noi, riprendersi la propria voce è il regalo più grande che possiamo fare a noi stessi e ai nostri cari.
La dignità non è un optional, ma il nucleo irriducibile della nostra libertà.
Il carro di Putignano solleva una questione che trascende il diritto: la necessità di una nuova cultura della morte. Nella nostra società occidentale, il fine vita è diventato un tabù da nascondere negli ospedali, lontano dagli sguardi. Questa rimozione culturale ci impedisce di prepararci adeguatamente.
Dobbiamo tornare a parlare di morte come parte integrante della vita. Il Mandato di protezione e le DAT sono strumenti tecnici, ma sono soprattutto espressioni di un desiderio profondo: essere protagonisti fino all’ultimo respiro.
Certo, rimangono delle domande aperte che richiedono un dibattito onesto:
Non esistono risposte univoche a questi interrogativi e sicuramente l’indifferenza non è tra le opzioni possibili.
Se c’è un messaggio che vorrei lasciare con questo articolo è il seguente: non rimandare.
Se hai superato i 40 o 50 anni, se avete un patrimonio e dei valori da difendere, o se vuoi semplicemente risparmiare ai tuoi cari il peso di decisioni impossibili, prendi in considerazione il Mandato di protezione.
Parlane in famiglia. Mi raccomando, non deve essere una conversazione triste, bensì un momento di condivisione profonda su ciò che consideri importante.
Uno Stato laico garantisce spazio a ogni visione della vita.
Torno un’ultima volta a quel carro di Putignano: “Condannato a vita”. Tre parole che racchiudono un paradosso insopportabile. La vita è un dono e, come tale, deve poter essere gestito liberamente da chi lo riceve.
Il Mandato di protezione è lo strumento che trasforma quel dono in un’affermazione di libertà, fino all’ultimo respiro.
