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Olimpiadi Milano-Cortina 2026: tra i protagonisti anche la protezione patrimoniale e il Trust

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Olimpiadi Milano-Cortina 2026: tra i protagonisti anche la protezione patrimoniale e il Trust

Le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 sono un evento importante.

Per un atleta, il presente è fatto di millesimi di secondo e di una concentrazione totale sulla prestazione.

È il picco massimo di una carriera, dopo anni di impegno, duro lavoro, allenamenti, sacrifici, un momento in cui la visibilità e il valore economico del singolo raggiungono l’apice.

Proprio mentre si celebrano i successi, emerge una questione tecnica che spesso viene messa in secondo piano: la gestione della ricchezza prodotta in questa finestra temporale.

Negli sport, il modello di generazione del reddito è peculiare. A differenza di altre discipline con carriere più lunghe e costanti, qui i guadagni significativi (derivanti da sponsor, premi e diritti di immagine) si concentrano spesso in pochissimi anni, a volte in un singolo quadriennio olimpico.

 

Il problema non è solo vincere la medaglia, ma gestire ciò che ne deriva.

 

Trasformare i flussi finanziari di questo periodo in una struttura solida e duratura è un’operazione di pianificazione patrimoniale necessaria, che richiede lo stesso rigore tecnico indispensabile per scendere in pista.

Senza una visione di lungo periodo e strumenti di protezione adeguati, il patrimonio costruito con anni di sacrifici rischia di diventare una risorsa volatile, soggetta a variabili esterne e a una gestione non ottimale proprio nel momento di massima esposizione.

 

Quanto dura la stabilità finanziaria di un atleta?

Per comprendere la struttura economica dietro una medaglia a Milano-Cortina 2026, non ci si può fermare alle cifre lorde dei premi o degli sponsor. La gestione finanziaria di un atleta professionista risponde a logiche simili a quelle di una microimpresa ad alto rischio, con una particolarità: un ciclo di vita produttivo estremamente breve e costi operativi altissimi.

Per comprendere la curva della carriera di un atleta, immaginiamo una discesa libera.

 

Fase 1: l’ascesa (18-23 anni)

Allenamenti, circuito nazionale. Prime gare internazionali. Forse qualche contratto con sponsor nazionali. Grandi sacrifici, guadagni minimi.

 

Fase 2: la vetta (24-30 anni)

Medaglie, vittorie importanti. Contratti con sponsor internazionali. Il nome su tutti i giornali. Guadagni che esplodono: da 50.000 a 500.000 euro, forse anche di più, dipende dai premi. Notorietà.

 

Fase 3: la discesa (31-35 anni)

Il corpo inizia a inviare i primi segnali di stanchezza. I tempi non sono più eccellenti. Gli sponsor iniziano a guardare altrove. Il reddito cala in modo drastico.

 

Fase 4: il post-carriera (36-80 anni e più)

Più di cinquant’anni di vita ancora da vivere. Il corpo ormai consumato dal tempo che passa. Le ginocchia che ricordano ogni movimento. Contatti ormai raffreddati. Conto in banca che, se non ben pianificato e gestito, si svuota quotidianamente.

Insomma, l’atleta ha pochi anni per guadagnare quel che servirà per tutta la vita.

 

La concentrazione temporale del reddito

Il primo elemento critico è la finestra temporale. Mentre in un percorso professionale ordinario il reddito tende a crescere costantemente fino all’età pensionabile, nello sport si assiste a una iper-concentrazione dei flussi di cassa. Un atleta di punta può generare l’80% della ricchezza di un’intera vita in un arco di soli 4 o 6 anni.

Questo fenomeno crea una distorsione cognitiva pericolosa. Tuttavia, in termini tecnici, quei guadagni non sono “stipendi”, ma capitale di dotazione che dovrebbe servire a coprire i decenni successivi, quando la capacità di produrre reddito da attività sportiva sarà azzerata.

 

Quando i flussi sono massimi, la percezione del rischio diminuisce, portando spesso a un aumento ingiustificato del tenore di vita (il cosiddetto “lifestyle creep”).

 

La struttura dei costi e il margine reale

Un aspetto spesso ignorato dai non addetti ai lavori è l’incidenza dei costi di gestione della performance.

Per rimanere ai vertici delle classifiche mondiali, un atleta deve sostenere spese fisse che possono variare tra i 100.000 e i 180.000 euro annui. Questi includono:

 

  • Staff tecnico e medico 

Preparatori, fisioterapisti e skiman personali, spesso non interamente coperti dalle federazioni.

 

  • Logistica e trasferte

Gli allenamenti estivi sui ghiacciai o le trasferte intercontinentali hanno costi elevatissimi.

 

  • Gestione dell’immagine

Commissioni per agenti, consulenti legali e fiscali specializzati.

Se un atleta guadagna 300.000 euro lordi l’anno, una volta sottratti i costi vivi e la pressione fiscale, il margine netto reale destinato al risparmio e all’investimento si riduce.

 

Senza una pianificazione attenta, è facile trovarsi a fine carriera con un patrimonio netto molto più esiguo di quanto le cifre lorde lasciassero presagire.

 

Limpatto fiscale e la mancanza di ammortizzatori

Un altro problema strutturale è la fiscalità. I premi e i contratti di sponsorizzazione vengono spesso tassati con le aliquote più alte nel momento del picco di carriera, senza possibilità di spalmare il carico fiscale su un arco temporale più lungo.

A differenza di un dipendente o di un imprenditore con una carriera trentennale, l’atleta non ha il tempo materiale per recuperare eventuali errori di investimento o periodi di inattività. Se il patrimonio accumulato durante le Olimpiadi, o altre competizioni sportive, viene disperso in investimenti illiquidi o ad alto rischio, l’atleta si ritrova a 35 anni senza “capitale umano” spendibile immediatamente sul mercato del lavoro e con un patrimonio residuo insufficiente a generare rendite vitalizie.

 

La protezione del patrimonio non è solo una scelta di prudenza, ma una manovra finanziaria correttiva necessaria per bilanciare un modello di business che è, per definizione, sbilanciato e a termine.

 

Perché il patrimonio di un atleta può diminuire?

Quando si parla di grandi guadagni nello sport, esiste un paradosso che un professionista della pianificazione e protezione patrimoniale come me osserva spesso: la velocità con cui la ricchezza scompare è direttamente proporzionale alla velocità con cui è stata accumulata. Non è una questione di sfortuna, ma di una mancanza di soluzioni giuridiche e finanziarie capaci di resistere all’urto del post-carriera.

Per rendere l’idea di cosa significhi tecnicamente, analizziamo la storia di un atleta, Luca (nome di fantasia), che dopo un bronzo olimpico si è trovato a gestire un picco di popolarità e un conto in banca da 2 milioni di euro.

A 26 anni, con il mondo ai piedi e contratti pubblicitari che piovevano da ogni parte, Luca ha commesso lo stesso errore del 90% degli sportivi: ha trattato quel capitale come se fosse un reddito infinito e non, come avrebbe dovuto, ossia come l’unica riserva disponibile per i successivi cinquant’anni di vita.

Il primo passo verso il dissesto è stata la scelta di immobilizzare il capitale in asset passivi. Luca ha acquistato una villa da 800.000 euro e auto di lusso, convinto che il mattone fosse sempre un investimento sicuro. Ma per un atleta, una casa di quel valore non è un investimento, è una voce di spesa importante.

Significa tasse elevate, costi di manutenzione spaventosi e una liquidità che viene drenata ogni mese per mantenere uno status che dipende interamente dai risultati sportivi.

In quel momento, Luca ha tolto quasi la metà del suo ossigeno finanziario per trasformarlo in cemento, senza considerare che un immobile di lusso è difficile da rivendere velocemente hai bisogno di contanti perché gli sponsor hanno smesso di chiamare.

A questo si è aggiunta la vulnerabilità nei confronti delle pressioni relazionali. Senza un filtro professionale, l’atleta diventa il “socio di minoranza” ideale per ogni conoscente con un’idea di business. Luca ha investito 300.000 euro in un ristorante proposto da un amico imprenditore e ha distribuito prestiti a parenti in difficoltà.

Qui il problema è tecnico. L’atleta spesso investe in settori che non conosce (come il food) o presta soldi spinto da un senso di debito morale verso chi lo ha sostenuto agli inizi. Il risultato è stato che il ristorante ha bruciato l’intero investimento in soli due anni (quello della ristorazione è un settore ad alto rischio di fallimento, se non si hanno competenze dirette) e i prestiti familiari si sono rivelati, com’era prevedibile, inesigibili. Luca non stava investendo, stava letteralmente distribuendo il suo futuro a terzi senza alcuna garanzia.

Il crollo definitivo è arrivato a 32 anni. Nel giro di sei mesi, con il calo delle prestazioni fisiche, i contratti di immagine sono evaporati. È una dinamica brutale: il mercato sportivo non ti concede una pensione, ti sostituisce con il prossimo giovane talento. Luca si è ritrovato con costi fissi (la villa, le auto, lo stile di vita) parametrati su un reddito che non esisteva più.

Senza una struttura di protezione come un Trust per atleti, che avrebbe potuto impedire l’accesso impulsivo al capitale e garantire una rendita costante, Luca ha dovuto iniziare a smontare e svendere il suo patrimonio per coprire i debiti.

A 38 anni, Luca ha iniziato a lavorare come istruttore in una palestra comunale, guadagnando 1.500 euro al mese. La medaglia di bronzo è chiusa in un cassetto, un cimelio di una gloria passata, mentre il patrimonio che avrebbe dovuto sostenerlo fino agli ottant’anni è sparito in meno di dieci. Questa non è solo una storia triste; è la dimostrazione tecnica che, senza un sistema che protegga l’atleta da sé stesso e dalle pressioni esterne, il successo economico resta un’illusione temporanea.

 

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Come è possibile blindare il patrimonio?

Perché il Trust è la soluzione?

Il Trust per gli sportivi non dovrebbe essere percepito come un’opzione sofisticata per pochi eletti, ma come un elemento essenziale della propria attrezzatura professionale, al pari dei materiali tecnici o dello staff medico.

Spesso se ne parla in termini astratti, ma la sostanza tecnica è di una chiarezza disarmante: il Trust è una cassaforte giuridica. Attraverso questo strumento, l’atleta decide di conferire una parte del proprio patrimonio (liquidità, immobili, contratti di sponsorizzazione o diritti d’immagine) in un perimetro protetto, affidandone la gestione a un professionista (il Trustee). Il tutto avviene secondo regole ferree e predeterminate dall’atleta stesso in un momento di massima lucidità e visione strategica.

Ma perché, tecnicamente, il Trust è superiore a qualunque gestione patrimoniale ordinaria per uno sportivo?

La risposta risiede nella sua capacità di neutralizzare le minacce che la ricchezza improvvisa porta inevitabilmente con sé.

 

La gestione dell’euforia

Vincere un oro olimpico, oppure essere uno sportivo di fama nazionale e oltre, genera una pressione biologica e psicologica che è nemica della conservazione del capitale. Quando i milioni degli sponsor entrano sul conto corrente, la percezione del limite sfuma, lasciando spazio a investimenti emotivi o acquisti compulsivi che drenano risorse vitali.
Il Trust permette all’atleta di legarsi, metaforicamente, all’albero maestro della propria pianificazione per non cedere al canto delle sirene del consumo immediato, proprio come se fosse Ulisse. Poiché la proprietà legale dei beni passa al Trust, il capitale non è più nella disponibilità impulsiva dell’atleta. Ciò consente di stabilire nel presente che i fondi serviranno, nel futuro, proteggendo così il patrimonio nel tempo.

 

Lo scudo professionale contro le pressioni relazionali

Uno dei rischi più sottovalutati è quello che definirei “parassitismo relazionale”. L’atleta di successo diventa il centro di gravità per amici, parenti e conoscenti carichi di proposte imprenditoriali o richieste di aiuto. Dire di no è psicologicamente logorante.
Il Trust professionalizza questo confine. La risposta alle pressioni esterne diventa tecnica e impersonale: “Il mio patrimonio è vincolato in un Trust e ogni operazione deve essere vagliata e approvata da un Trustee professionista sulla base di criteri di prudenza rigorosi”. Il Trustee diventa il parafulmine dell’atleta, filtrando le proposte tossiche e proteggendo i legami affettivi dalle dinamiche distruttive del denaro.

 

Cogli l’opportunità di una consulenza con il dott. Piero Di Bello, Trustee professionale, esperto in pianificazione e protezione patrimoniale.

 

Segregazione patrimoniale: la fortezza contro l’imprevisto legale

La carriera di un campione non è immune da rischi legali: contenziosi contrattuali con gli sponsor, responsabilità civili derivanti da incidenti o crisi di società di gestione dell’immagine.
In un regime di proprietà ordinaria, tutto il patrimonio dell’atleta è aggredibile dai creditori. Lo strumento prezioso di cui parliamo introduce, invece, il principio della segregazione patrimoniale: i beni conferiti nel Trust costituiscono un patrimonio separato rispetto a quello personale. Questo significa che, a meno di casi di frode, ciò che è dentro il Trust è protetto dalle vicende legali o dai debiti che possono colpire l’atleta nella sua sfera privata o professionale.

 

Il Trust è una polizza assicurativa sulla ricchezza già conquistata.

 

Efficienza fiscale e pianificazione transnazionale

Gli atleti di Milano-Cortina 2026 sono soggetti globali. Vivono, si allenano e producono reddito in diverse giurisdizioni, spesso scontrandosi con una tassazione spietata che colpisce i picchi di reddito in modo non proporzionale.
Un Trust strutturato in giurisdizioni di alto profilo internazionale (come Jersey, Svizzera o Liechtenstein) permette una pianificazione fiscale legittima e di lungo periodo. Non si tratta di nascondere proventi, ma di ottimizzarne la gestione, evitando che il carico fiscale eroda il capitale proprio nel momento in cui dovrebbe essere investito per generare rendite future.

 

La continuità della legacy: oltre i confini e le generazioni

Il Trust è l’unico strumento capace di gestire la complessità di un patrimonio che deve sopravvivere al suo creatore. Passare una fortuna a eredi molto giovani o gestire la successione di asset sparsi in diversi Paesi può generare paralisi gestionali e tassazioni di successione devastanti (che in molte giurisdizioni toccano il 45%).
Attraverso il Trust, l’atleta scrive oggi le “regole del gioco” per domani. Stabilisce come e quando i propri figli potranno accedere alle risorse, garantendo loro un supporto costante ma controllato, ed evitando che i conflitti familiari o le mancanze di Trattati internazionali tra Stati polverizzino quanto costruito con anni di sacrifici.

 

Il Trust trasforma la gloria volatile di una medaglia in un asset strutturale e permanente. È la differenza tra avere avuto successo e aver garantito sicurezza a sé stessi e alla propria famiglia per tutta la vita.

 

Quali sono gli effetti del Trust?

Per comprendere il valore reale della protezione patrimoniale, non dobbiamo guardare alle intenzioni, ma ai numeri. Analizziamo il caso di un’atleta, Giulia (nome di fantasia), di 27 anni, che vanta numerose vittorie nella sua disciplina.

Giulia ha una disponibilità complessiva di circa 1,6 milioni di euro (tra liquidità accumulata, contratti sponsor garantiti per il triennio successivo e asset immobiliari). Per una professionista giovane, questa cifra sembra garantire una sicurezza assoluta.

Tuttavia, se proiettiamo questo capitale su un arco di 50 anni di vita post-agonistica, la prospettiva cambia: senza protezione, quel patrimonio è tecnicamente insufficiente a mantenere lo stile di vita di una campionessa.

 

La governance del patrimonio attraverso il Trust

Giulia decide di non gestire questi fondi in modo atomizzato, ma di istituire un Trust.

La scelta non è solo difensiva, ma gestionale. Conferendo gli asset nel Trust, Giulia stabilisce una governance che il Trustee deve seguire obbligatoriamente:

 

  • Separazione tra capitale e rendita

Il Trust viene istruito per generare una rendita mensile predefinita (ad esempio 4.500 euro), che funge da “stipendio post-carriera”, proteggendo il capitale residuo.

 

  • Vincoli alla dismissione degli asset

L’immobile e i titoli non possono essere liquidati per finanziare spese voluttuarie, ma solo per reinvestimenti coerenti con la strategia di lungo periodo.

 

  • Schermo alle passività

Qualunque richiesta di capitale per investimenti “esterni” (startup, ristorazione, prestiti) deve superare un vaglio tecnico del Trustee, eliminando la componente emotiva della decisione.

 

Gestione ordinaria: cosa accade quando manca il Trust?

Senza la struttura del Trust, il patrimonio di Giulia subisce una triplice aggressione tecnica:

 

  • Inefficienza fiscale e lifestyle creep

Nei primi anni di euforia, l’assenza di filtri porta a spese per status e a una gestione fiscale passiva sui picchi di reddito degli sponsor. Si stima una dispersione immediata di circa 400.000 euro tra acquisti illiquidi (auto, upgrade immobiliari) e tassazione non ottimizzata.

 

  • Il costo delle “opportunità” tossiche

Senza il filtro del Trustee, Giulia investe 200.000 euro in un progetto imprenditoriale proposto da un conoscente. Come accade nell’80% di questi casi nello sport, l’investimento si azzera in 36 mesi.

 

  • L'impatto dell'inflazione e del prelievo incontrollato

Dovendo attingere direttamente al capitale per mantenere il proprio tenore di vita, Giulia erode la base monetaria. A 55 anni, il suo patrimonio residuo, corretto per l’inflazione, si è ridotto a meno di 350.000 euro. La sua sicurezza finanziaria è di fatto terminata proprio all’inizio della fase senile.

 

Trust: come cambia la gestione con la capitalizzazione protetta?

Nel Trust, la dinamica è opposta. Lo strumento agisce come un moltiplicatore di stabilità:

 

  • Protezione dal drawdown emotivo

Impedendo a Giulia di bruciare 200.000 euro in investimenti sbagliati, il Trust mantiene quella somma investita in mercati regolamentati.

 

  • Effetto della capitalizzazione composta

Grazie alla rendita controllata, il capitale non viene intaccato. Al contrario, la quota non distribuita viene reinvestita. Un rendimento medio prudenziale del 3-4% annuo su un capitale protetto trasforma radicalmente il bilancio.

 

  • Risultato a 30 anni

A 57 anni, Giulia ha ricevuto regolarmente la sua rendita mensile, ha protetto la casa e si ritrova con un patrimonio che è cresciuto fino a circa 1,7 - 1,9 milioni di euro.

 

La differenza tra i due finali non risiede nella capacità di Giulia di investire meglio, ma nella capacità del Trust di dire “No” quando necessario.
Il delta finanziario tra le due opzioni è superiore a 1,4 milioni di euro. Questa non è una cifra teorica: è il costo reale dell’emotività, delle pressioni sociali e dell’inefficienza fiscale.

 

Il Trust non è un modo per nascondere i soldi, ma l’unico modo per permettere loro di compiere la missione per cui sono stati conquistati: garantire una vita libera e dignitosa.

 

Quando iniziare a pianificare la protezione del patrimonio?

La storia economica dello sport ci insegna che il momento migliore per costruire una protezione non è alla fine della carriera, ma nel momento esatto in cui i flussi finanziari iniziano a superare le necessità immediate.

Pianificare oggi attraverso uno strumento come il Trust non significa peccare di pessimismo o distogliere lo sguardo dal podio; al contrario, significa agire con lo stesso rigore professionale che si applica all’allenamento.

 

Quanto costa un Trust?

Spesso si esita di fronte ai costi di istituzione e gestione di un Trust internazionale. Tuttavia, un’analisi costi-benefici condotta con parametri professionali ribalta completamente la prospettiva. Il costo di un Trust è risibile se paragonato alla dispersione patrimoniale generata da:

  • Una tassazione non ottimizzata sui picchi di reddito.
  • Investimenti errati dettati dall’emotività o da pressioni relazionali.
  • L’erosione costante del capitale dovuta alla mancanza di una rendita programmata.

 

La medaglia olimpica rappresenta il culmine di un percorso, ma il Trust rappresenta la continuità di quel successo nella vita privata e familiare. 

 

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