
C’è un momento preciso, ogni anno, in cui l’Italia intera sembra fermarsi. Le luci del Teatro Ariston di Sanremo si accendono, le prime note dell’orchestra riempiono il vuoto e per 5 giorni viviamo in una bolla di emozioni, successi e storie collettive. Mentre le telecamere inquadrano il glamour e la gloria del palco, in qualità di esperto in pianificazione e protezione patrimoniale non posso fare a meno di guardare oltre quel cono di luce.
Mi trovo spesso a riflettere su ciò che accade quando i riflettori si spengono, la carriera rallenta o quando, improvvisamente, la vita presenta un conto che nessuno aveva preventivato.
La carriera di un grande artista, proprio come quella di un atleta, segue spesso una parabola luminosissima ma concentrata in un arco di tempo relativamente breve.
La fase di grande esposizione è seguita, quasi sempre, da una molto più lunga e silenziosa.
È proprio in questo “dopo” che il patrimonio costruito con anni di sacrifici, talento e intuizioni può dissolversi con una velocità che lascia disorientati.
Se ti interessa approfondire la protezione patrimoniale relativa all’ambito sportivo, ti consiglio di leggere l’articolo Pianificazione patrimoniale per atleti e sportivi: il mandato di protezione.
Ho scelto di raccontare quattro storie di grandi protagonisti della musica italiana, perché ognuna di esse è un manifesto di quanto sia fragile la ricchezza senza una strategia. Sono racconti che contengono lezioni importanti per chiunque abbia qualcosa da proteggere.
Il vero problema non è mai quello che ti accade, ma il fatto di farsi trovare impreparati quando accade.
Lucio Dalla è stato uno dei cantautori più grandi che l’Italia abbia mai avuto.
Le sue canzoni hanno accompagnato intere generazioni.
Al momento della sua scomparsa improvvisa a Montreux, il 1 marzo 2012, il suo patrimonio era stimato introno ai 100 milioni di euro: un palazzo storico nel cuore di Bologna; una villa alle pendici dell’Etna; immobili alle Isole Tremiti; un’imbarcazione di 22 metri; i diritti d’autore su 581 canzoni, validi per 70 anni; partecipazioni societarie, opere d’arte, tra cui Klimt, un patrimonio di quadri e scultura, per 3 milioni di euro.
Eppure, in tutta quella grandezza, mancava un dettaglio fondamentale: la parola scritta.
Lucio Dalla non ha lasciato un testamento, nessuna disposizione giuridicamente valida che riflettesse le sue volontà profonde o i suoi legami affettivi più cari.
In assenza di una pianificazione, la legge si è mossa con il suo passo meccanico e implacabile. Senza eredi diretti o documenti legali, il Codice Civile ha consegnato le chiavi di questo impero a cinque cugini di primo grado, persone con cui Dalla aveva un legame di sangue, ma che vivevano lontane dalla sua quotidianità, dai suoi progetti e dalla sua visione.
L’esito più amaro è stato l’esclusione totale di Marco Alemanno, il compagno che con lui aveva condiviso gli ultimi anni di vita. In Italia, senza un atto preventivo, il convivente non ha diritti automatici. È una circostanza che Dalla avrebbe certamente voluto evitare, ma che la sua mancanza di azione ha reso inevitabile.
Questa storia è diventata un caso studio su come la dispersione di un patrimonio artistico e culturale possa avvenire in tempi record. Tra vendite forzate per pagare le imposte di successione, aste deserte e polemiche familiari, l’unità di quel progetto di vita è andata in frantumi.
E la Fondazione Lucio Dalla? Quella che lui stesso, stando a quanto raccontato da chi lo conosceva bene, avrebbe voluto costruire per valorizzare la sua eredità artistica e culturale?
È nata nel 2014, due anni dopo la sua dipartita, su iniziativa degli eredi.
Insomma, un patrimonio straordinario disperso, un progetto culturale rimasto incompiuto, un compagno di vita senza nulla, una famiglia distante destinataria di beni e somme di denaro importanti.
Questa situazione si è verificata perché non c’era un testamento, non c’era un Trust, non c’era un atto giuridico pronto a e far rispettare le sue volontà in qualcosa di vincolante e protetto.
Sarebbe bastato pochissimo: un Trust ben strutturato avrebbe permesso a Lucio Dalla di definire con precisione chi avrebbe dovuto beneficiare del suo patrimonio dopo la sua morte.
Avrebbe potuto blindare la casa di Via D’Azeglio trasformandola subito in museo con un vincolo reale e inattaccabile. Inoltre, avrebbe potuto garantire una rendita vitalizia al compagno. Così come, avrebbe potuto finanziare la sua Fondazione con risorse certe.
Oppure, ancora più semplicemente, sarebbe bastato un testamento olografo, scritto di suo pugno in cinque minuti. Quei cinque minuti che Lucio non ha mai trovato e che, purtroppo, hanno cambiato per sempre il destino della sua eredità.
Se la vicenda di Lucio Dalla ci parla di un futuro non scritto, quella di Marco Castoldi, in arte Morgan, ci mette di fronte a una vulnerabilità molto più immediata: l’aggressione del patrimonio mentre si è ancora nel pieno della propria produzione artistica.
Morgan rappresenta l’essenza del musicista colto, un poliedrico agitatore culturale che ha segnato la televisione e la discografia degli ultimi vent’anni. Fondatore dei Bluvertigo, giudice di X Factor e The Voice, autore di pagine musicali di grande valore; insomma, un uomo dal talento indiscutibile.
Eppure, il suo indiscutibile valore intellettuale non è bastato a proteggere le mura in cui quel talento veniva coltivato.
Il 25 giugno 2019, il pubblico ha assistito a un epilogo amaro: lo sfratto dell’artista dalla sua casa-studio di Monza. Una villetta acquistata per 760.000 euro e venduta all’asta giudiziaria per 230.000 euro, poco più di un quarto del valore di mercato (stimato in 700.000 euro).
Un immobile che non era solo un asset, ma un archivio di spartiti, strumenti e memorie.
Com’è potuto accadere a un professionista che ha percepito compensi, per citare le reti televisive con cui ha collaborato, “ben al di sopra degli standard”?
Morgan ha sempre sostenuto di essere stato vittima di un commercialista infedele che aveva gestito male le sue finanze, lasciandolo con anni di tasse non pagate e una posizione debitoria enorme nei confronti di Equitalia. A ciò si sono aggiunti il pignoramento per il mancato pagamento degli alimenti alle figlie, i debiti accumulati e, alla fine, la vendita forzata.
Il problema risiede in una caratteristica comune a molti creativi: un reddito che arriva a ondate, alternando grandi successi a periodi di silenzio, e una gestione amministrativa spesso delegata senza i necessari paracadute giuridici, l’assenza di una struttura patrimoniale che separi i beni personali dai flussi di reddito, proteggendoli da eventuali creditori.
Quando i debiti, siano essi fiscali o legati ad obblighi familiari, iniziano ad accumularsi, il patrimonio personale diventa una preda facile.
In assenza di una separazione netta tra ciò che l’artista produce e ciò che l’uomo possiede, ogni singola proprietà è a rischio.
Morgan aveva guadagnato, nel corso della sua carriera, cifre importanti.
Eppure, quei soldi erano stati pignorati da Equitalia, prima ancora di arrivare nelle sue tasche.
Questo è un meccanismo che, chiunque abbia debiti fiscali conosce bene: lo Stato ha il privilegio di prelazione su tutto.
Quello che questa storia insegna è che la protezione deve essere preventiva. Se Morgan avesse scelto di conferire la propria abitazione in un Trust negli anni d’oro della sua carriera, quella casa sarebbe diventata un’entità giuridicamente separata dal suo patrimonio personale, divenendo inattaccabile dai creditori del Disponente in circostanze ordinarie.
I beni conferiti in un Trust non fanno parte del patrimonio personale del Disponente, quindi non possono essere pignorati, non rispondono dei suoi debiti, non rientrano nella successione.
L’istituzione di un Trust avrebbe anche garantito un fondo per il mantenimento delle figlie, avrebbe creato una riserva economica per i momenti di crisi. Invece, si è aspettato che la crisi arrivasse per tentare di rimediare. Purtroppo, però, quando manca una protezione preventiva, quasi sempre è troppo tardi per rimediare.
“La pianificazione patrimoniale non è un costo: è un investimento sul futuro. È lo strumento con cui ogni persona responsabile si prende cura di ciò che ha costruito e di chi ama.”
Piero Di Bello
Loredana Bertè è una leggenda della musica italiana. Sorella di Mia Martini, regina del rock italiano, voce graffiante che ha segnato decenni di musica, 12 milioni di dischi venduti e una vita vissuta oltre il limite.
Nel 2009, in un’intervista rilasciata alla rivista settimanale Sorrisi e Canzoni, l’artista ha dichiarato senza mezzi termini “Sono rimasta senza soldi”.
Com’è possibile che una carriera così monumentale non abbia lasciato in dote una stabilità economica?
La storia di Loredana Bertè racconta di anni in cui i guadagni fluivano abbondanti ma venivano consumati nel presente, tra contratti mal gestiti, eccessi, relazioni turbolente (si pensi al matrimonio con Björn Borg) e un’assenza totale di pianificazione per il futuro. Gli artisti hanno spesso un rapporto disfunzionale con il denaro, quasi fosse un elemento estraneo alla loro natura emotiva e creativa.
Loredana Bertè non è di certo l’unica artista italiana ad aver affrontato queste difficoltà, la lista di chi ha vissuto anni di grande successo, per poi ritrovarsi in difficoltà economiche, è piuttosto lunga: Franco Califano, Laura Antonelli, Wilma Goich, Pupo (a causa della dipendenza dal gioco d’azzardo).
Ho approfondito l’argomento nell’articolo Il paradosso del gioco d’azzardo: dal Carnevale di Putignano alla protezione patrimoniale.
La pianificazione patrimoniale è utile per proteggere e tutelare la libertà personale.
Strumenti come le polizze vita con Beneficiario o i mandati di gestione dei diritti d’autore permettono di trasformare i picchi di guadagno di una stagione fortunata in una rendita costante.
Inoltre, un Trust con un piano di distribuzione programmata avrebbe trasformato i guadagni irregolari degli anni di successo in una rendita stabile per il futuro.
Un fondo di riserva segregato avrebbe resistito alle pressioni e alle tentazioni del momento.
Non si tratta di rinunciare alla propria natura ribelle, ma di dotarsi di un paracadute automatico che si apre da solo quando la quota scende troppo velocemente, proteggendo l’artista da sé stesso e dalle insidie di un mercato che dimentica in fretta.
Franco Battiato è stato molto più di un cantautore: un intellettuale, un mistico, un compositore colto che ha attraversato decenni di cultura italiana lasciando un segno indelebile. A partire dal 2018, la sua salute ha iniziato a deteriorarsi in modo preoccupante.
Una malattia neurodegenerativa lo ha reso incapace di comunicare e di gestire autonomamente i propri affari, lasciando alla sua famiglia il compito gravoso e amorevole di prendersi cura di lui.
Battiato è morto il 18 maggio 2021, dopo anni in cui la sua famiglia più stretta, in particolare la sorella Michelle, si era occupata di lui e delle sue necessità, con tutto il carico umano, affettivo e gestionale che questo comporta. Non abbiamo informazioni dettagliate sulla sua pianificazione patrimoniale e non è questo il punto.
La storia di Battiato non è isolata; è la realtà di chiunque possa trovarsi, da un giorno all’altro, nell’impossibilità di manifestare la propria volontà. Un ictus, un incidente o una patologia senile non avvisano, arrivano e creano un vuoto. Quando questo accade senza che esistano strumenti giuridici preventivi, quel vuoto viene riempito dalla legge attraverso l’Amministrazione di Sostegno.
L’Amministrazione di Sostegno è uno strumento previsto dal Codice Civile italiano che nomina una persona (non necessariamente quella che avrebbe scelto la persona colpita da incapacità) a gestire il patrimonio e le decisioni quando il soggetto non è più in grado di farlo. Questa figura è nominata dal Tribunale e l’operato è controllato dal Giudice Tutelare. La burocrazia giudiziaria, invece, decide i tempi e le modalità di ogni atto di straordinaria amministrazione.
Per un artista, questa burocrazia giudiziaria è devastante: chi decide se autorizzare la ristampa di un disco, se vendere i diritti di un brano o come valorizzare l’opera di una vita? Inoltre, chi decide dove vivere, come essere curato, quali persone avere vicino?
Esiste uno strumento giuridico straordinario, ancora poco conosciuto ma di un’efficacia assoluta: il Mandato di protezione, introdotto nel nostro ordinamento in modo organico grazie all’interpretazione sistematica degli articoli 1722, 1723 e 1726 del Codice Civile e alla più recente elaborazione dottrinale e giurisprudenziale.
Il Mandato di protezione è un atto notarile con cui, finché si è in pieno possesso delle proprie facoltà, si designa con precisione chi dovrà gestire il proprio patrimonio e le proprie decisioni personali qualora si dovesse perdere la capacità di intendere e di volere.
Per approfondire questo strumento, ti consiglio di leggere Mandato di protezione: lo strumento per proteggere il patrimonio in caso di futura incapacità.
A differenza della decisione di un giudice, il Mandato di protezione è una scelta di libertà. il soggetto può stabilire chi avrà il potere di agire, quali beni non dovranno mai essere venduti, come dovranno essere gestiti i tuoi diritti d’autore e persino chi desidera avere al suo fianco. Abbinato a un Trust, il Mandato di Protezione forma uno scudo completo: il primo protegge la ricchezza dagli attacchi esterni, il secondo protegge la dignità e la volontà personale, anche quando la voce tace.
Quattro storie, quattro lezioni. Lucio Dalla ci ha mostrato che senza un testamento la tua volontà scompare con te; Morgan ci ha insegnato che il successo non protegge la casa se non è blindata da una struttura; Loredana Bertè ci ha ricordato che la ricchezza senza pianificazione è un fuoco d’artificio; Franco Battiato ci ha avvertito che la perdita di capacità non si annuncia, ma va anticipata.
“Gli strumenti utili per un’efficace pianificazione patrimoniale (Trust, Mandato di protezione, testamento, polizze con beneficiari designati, Vincoli di destinazione) non sono riservati ai ricchi. Sono strumenti di civiltà giuridica accessibili a chiunque, costruiti su misura sulle esigenze e le volontà di ogni persona. L’obiettivo è proteggere il patrimonio, la dignità, la volontà, il diritto di decidere della propria vita anche nelle circostanze più difficili”
Piero Di Bello
