
Hai letto il mio precedente articolo: Prima del sì: proteggete il vostro amore con lo strumento che la legge vi permette? Se la risposta è affermativa, sai che i patti prematrimoniali in Italia non sono più un tabù. Hai capito che, grazie all’evoluzione della giurisprudenza e alla Riforma Cartabia, un accordo ben strutturato può finalmente reggere davanti a un giudice. Magari hai già iniziato a pensare che questa sia la soluzione definitiva per proteggere il tuo patrimonio prima del grande passo.
Fermati!
Ti invito a una riflessione più profonda.
Nella mia pratica quotidiana, ho imparato una lezione che nessun manuale di Diritto ti insegna chiaramente: un accordo scritto è forte quanto la volontà di chi deve rispettarlo. Tra la firma di quel patto e il momento in cui potrebbe effettivamente servirti, possono passare dieci, quindici o vent’anni. In un arco di tempo così lungo cambiano i patrimoni, cambiano le persone e, purtroppo, anche gli umori.
Hai redatto un patto patrimoniale?
Bene, hai la certezza che quel patto verrà onorato, qualunque cosa accada nel frattempo?
In questo articolo vedremo perché il semplice contratto a volte è uno scudo troppo fragile e in che modo il Trust di garanzia può trasformare una promessa in una realtà inattaccabile.
Un patto prematrimoniale, anche se redatto con la massima cura e nel pieno rispetto dei criteri legali, porta con sé due vulnerabilità strutturali che nessuna formula contrattuale può eliminare del tutto. Sono “crepe” che non dipendono dalla bravura del legale, ma dalla natura stessa dello strumento contrattuale. La sua natura obbligatoria non è ancora una garanzia.
Immaginiamo che tra la firma del patto e l’effettiva crisi coniugale passino quindici o vent’anni. In questo lasso di tempo, il patrimonio è un organismo vivo: si trasforma, si sposta, evolve.
Il coniuge che si è obbligato a corrispondere una somma o a trasferire un immobile rimane, tecnicamente, il pieno proprietario di quei beni. Questo significa che può, in modo del tutto lecito o attraverso manovre difficilmente impugnabili (come investimenti rischiosi, sottoscrizioni di debiti o alienazioni a terzi), dismettere o svuotare i propri asset.
Quando arriverà il momento di dar seguito all’accordo, si potrebbe scoprire che il patrimonio che doveva garantirlo è diventato un fantasma. Un accordo su un forziere vuoto non ha alcun valore: c’è un credito ma mancano i beni.
Il contratto crea un legame tra persone, ma non vincola i beni per onorare l’impegno.
Qui tocchiamo il tasto più dolente. Un patto è, per definizione, un’obbligazione tra due parti. Questo significa che la sua efficacia dipende dalla collaborazione spontanea di chi deve pagare o trasferire. Se al momento del bisogno, ovvero nel bel mezzo di una separazione dolorosa, il coniuge obbligato decide di non adempiere, magari per ripicca o per cambiare le carte in tavola, l’altro non ha altra scelta che agire in giudizio.
L’accordo più elegante e blindato del mondo perde la sua funzione primaria, ovvero evitare il conflitto, se l’unico modo per farlo valere è un contenzioso decennale. In pratica, si torna esattamente dove non si voleva: in tribunale.
Lo strumento più robusto è il Trust di garanzia. Per capire perché funziona così bene, dobbiamo guardare al suo cuore pulsante: la segregazione patrimoniale. Mentre il contratto crea un obbligo (una promessa), il Trust costruisce una realtà patrimoniale nuova.
Il Trust non è una semplice “scatola vuota” o un accordo di facciata. È un istituto giuridico solido, riconosciuto in Italia attraverso la Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985 (ratificata con la Legge 364/1989).
Il suo effetto fondamentale è rivoluzionario. I beni conferiti nel Trust vengono separati dal patrimonio personale sia di chi li conferisce (Disponente), sia di chi li gestisce (Trustee).
Ciò significa che quei beni diventano legalmente estranei alle vicende personali dei coniugi. Se domani uno dei due dovesse subire un pignoramento, un fallimento o affrontare una lunga disputa ereditaria, il patrimonio nel Trust resterebbe intatto. È vincolato esclusivamente allo scopo per cui è stato istituito: garantire la stabilità degli accordi presi.
Nel contesto prematrimoniale, il Trust di garanzia trasforma radicalmente la dinamica della tutela, agendo su tre livelli.
Con il Trust non si aspetta la crisi per capire se i soldi ci saranno ancora. I beni (quote societarie, immobili, liquidità). La garanzia viene “alimentata” subito: il patrimonio esce dalla disponibilità del coniuge obbligato, restando disponibile anche in caso di separazione.
Affidare la gestione a un soggetto terzo e indipendente è la chiave di volta. Il Trustee non è un arbitro, ma un esecutore. Il suo compito è scritto nell’Atto Istitutivo: agire come un custode imparziale della volontà dei coniugi espressa al momento del “Sì”. Non risponde alle telefonate rabbiose, non subisce ricatti emotivi, segue le regole del Trust.
È qui che il Trust vince sul contratto. L’Atto Istitutivo prevede che, al verificarsi della separazione, il Trustee esegua le disposizioni in modo quasi automatico. Deve trasferire un immobile? Lo fa. Deve erogare una somma? La eroga.
L’adempimento non dipende più dalla firma o dalla collaborazione dell’ex coniuge.
Pianificare con un Trust di garanzia significa togliere il patrimonio dal tavolo della trattativa emotiva e metterlo in una cassaforte la cui combinazione è stata decisa quando eravate lucidi, sereni e d’accordo.
Per approfondire, ti consiglio di seguire il podcast Trust in Trust. Puoi ascoltarlo su Spotify, Apple Podcast e YouTube.
A questo punto della consulenza, la domanda sorge spontanea: “Ma non potremmo essere noi stessi i Trustee, così risparmiamo sui costi di gestione e manteniamo il controllo?”.
La risposta, supportata da dottrina e giurisprudenza, è un “No” categorico. E non è una questione di burocrazia o di voler complicare le cose, bensì di funzionamento dello strumento. Un Trust dove il controllore e il controllato coincidono nel momento della crisi nasce già in svantaggio.
Il Tribunale di Milano, già nel 2002 (sentenza del 20 ottobre 2002), ha chiarito un punto fondamentale: in presenza di un conflitto di interessi tra Trustee e Beneficiario, il primo è tenuto ad astenersi.
Se un coniuge è contemporaneamente Trustee del Trust che lo vincola e parte attiva della crisi coniugale, si trova in un vicolo cieco legale. Nel momento esatto in cui dovrebbe auto-obbligarsi a eseguire il Trust, ovvero durante la separazione, avrebbe ogni interesse personale a non farlo. Un giudice potrebbe facilmente invalidare l’operato del Trustee-coniuge, vanificando anni di protezione.
Oggi la normativa antiriciclaggio è diventata un setaccio a maglie strettissime. Le banche, nelle loro procedure di adeguata verifica, sono estremamente diffidenti verso i Trust autodichiarati o gestiti direttamente dai Disponenti in contesti di garanzia.
Se i nubendi sono contemporaneamente Disponenti e Trustee, le banche spesso rifiutano di aprire conti correnti o di censire il Trust. Senza un conto operativo e un’anagrafica riconosciuta, il Trust rimane un esercizio teorico sulla carta, incapace di gestire flussi di denaro o titoli.
Affidare la gestione del Trust a chi ha l’interesse opposto a quello della garanzia è un rischio pratico enorme. Il coniuge-Trustee avrebbe anni a disposizione per compiere scelte gestionali che, pur apparendo lecite, erodono progressivamente il patrimonio conferito. Quando arriverà il momento della separazione, la segregazione potrebbe essere formalmente intatta, ma la sostanza economica risulterebbe svuotata.
Il costo del compenso per un Trustee indipendente potrebbe essere considerato irrilevante, se confrontato con il valore del patrimonio protetto e, soprattutto, con la certezza che lo strumento funzioni davvero nel momento del bisogno.
Pagare un Trustee è il premio assicurativo per la tua serenità futura.
Il Trust di garanzia non è l’unica opzione sul tavolo della pianificazione prematrimoniale.
Sono un consulente esperto in protezione del patrimonio, oltre a essere Trustee professionale, quindi so per certo che per alcune situazioni specifiche, la Società Fiduciaria rappresenta una struttura più snella e ugualmente efficace.
Attenzione, però, scegliere l’uno piuttosto che l’altro dipende dalla natura di ciò che si deve proteggere.
Il Trust è lo strumento della segregazione, la Società Fiduciaria è lo strumento della gestione discreta.
Il Trust è la scelta obbligata quando esiste una reale e forte esigenza di segregazione patrimoniale. Se il patrimonio include immobili di pregio, intere partecipazioni societarie o portafogli finanziari molto articolati, l’effetto segregativo previsto dall’art. 11 della Convenzione dell’Aja non ha rivali.
Nel Trust, i beni sono “isolati” dal resto del mondo.
Se cerchi una protezione totale contro i creditori e vuoi che la garanzia sia granitica anche di fronte a rovesci finanziari imprevisti, il Trust è il tuo scudo.
La Società Fiduciaria è spesso preferibile quando il patrimonio è più “lineare” (ad esempio, solo titoli o piccole quote societarie) e l’esigenza principale è l’intestazione separata rispetto a quella del coniuge, senza però necessitare di una struttura complessa.
La Società Fiduciaria è più rapida da attivare e meno onerosa da mantenere, ma non offre la separazione tipica del Trust.
In definitiva, non esiste una risposta universale. Vi è solo la risposta giusta per quel particolare patrimonio e per quel preciso momento della vita familiare. La scelta tra il Trust e la Società Fiduciaria deve essere guidata da un’analisi costi-benefici che solo un professionista può aiutarti a fare.
Esiste un’ipotesi redazionale che definisco “strategica” e che emerge dall’evoluzione più recente della prassi notarile e forense: l’inserimento del Trust direttamente all’interno dell’accordo di separazione consensuale o nel ricorso congiunto per divorzio.
Perché questa scelta è così interessante per un patrimonio rilevante? La risposta sta in una parola: esenzione.
Secondo l’ordinamento italiano, tutti gli atti, i documenti e i provvedimenti relativi al procedimento di scioglimento del matrimonio o di cessazione degli effetti civili beneficiano di un regime fiscale di estremo favore. L’articolo 19 della Legge 74/1987 prevede l’esenzione da ogni tassa di bollo, di registro e da ogni altra imposta.
In passato, si discuteva se questo “ombrello” fiscale potesse coprire anche la costituzione di un Trust. Oggi la giurisprudenza è molto più aperta: se il Trust è lo strumento scelto dai coniugi per regolare i loro rapporti patrimoniali e garantire il mantenimento dei figli o dell’ex partner, può rientrare in questo regime di esenzione.
Un punto di svolta fondamentale è arrivato con la pronuncia n. 26363 del 2022 della Corte di Cassazione. I giudici hanno esteso l’agevolazione fiscale non solo alle imposte indirette (registro, ipotecarie e catastali), ma anche alle imposte dirette e alle cessioni di quote societarie disposte in sede di separazione o divorzio.
La materia è estremamente delicata e richiede un’analisi puntuale caso per caso. L’agevolazione spetta se il Trust è realmente funzionale alla risoluzione della crisi coniugale e non un mero espediente per evadere le tasse. È qui che la qualità della redazione dell’Atto Istitutivo fa la differenza tra un successo fiscale e un accertamento dell’Agenzia delle Entrate.
Hai un patrimonio rilevante e stai valutando come strutturare le garanzie prima del matrimonio?
Prenota una consulenza: partiamo da un’analisi della tua situazione e ti mostro le opzioni concrete che hai a disposizione oggi.
Siamo partiti dai limiti del semplice contratto e siamo arrivati alla potenza del Trust di garanzia, passando per la necessità di un trustee terzo e le opportunità fiscali.
Quando si decide di sposarsi, l’ultima cosa a cui si vuole pensare è cosa succederà se le cose non andranno come sperato. Parlare di “segregazione” o di “clausole di separazione” sembra stonare con il clima di una promessa d’amore.
Eppure, la mia esperienza quotidiana mi dice l’esatto contrario. Le coppie che hanno la maturità di affrontare questi temi prima del matrimonio, con lucidità e rispetto reciproco, sono quelle che costruiscono il loro futuro su basi più solide.
Proteggere ciò che si costruisce insieme è cura.
