
Sono un professionista esperto in pianificazione e protezione del patrimonio. Nel corso degli anni, ho avuto modo di incontrare centinaia di imprenditori. Persone tenaci, capaci di costruire qualcosa dal nulla, abituate a leggere il mercato prima della maggior parte di chi gli sta intorno. Eppure, quasi tutti, senza rendersene conto, cadono nella trappola dei cinque errori fiscali più comuni.
In questo articolo li presento e analizzo nel dettaglio. I primi quattro sono i sintomi, il quinto è la mentalità che li supporta.
Sai perché è l’errore più diffuso? Purtroppo, è ben inserito nel tessuto imprenditoriale. La parte affascinante e seducente di questo modus operandi è la seguente: più costi si inseriscono nella dichiarazione dei redditi, più si abbassa l’utile e quindi meno tasse da pagare.
Ed ecco comparire le consulenze con prezzi fuori mercato, auto aziendali, costi di rappresentanza, beni a uso promiscuo, viaggi che assomigliano a vacanze, fatture di amici che ricambiano il favore.
Il risultato sulla carta è entusiasmante: utile basso, IRES al 24% e addizionali contenuti.
Il problema arriva nel momento esatto in cui l’azienda esce dal proprio confine fiscale. Quando l’imprenditore si reca in banca per un finanziamento, sai cosa accade? L’istituto di credito guarda attentamente l’utile e se è basso il finanziamento ha tassi più cari oppure è negato. Molto spesso l’imprenditore non pensa che l’utile è importante anche quando vuole vendere l’azienda, aprire il capitale, far entrare un nuovo socio. L’utile basso? L’azienda vale poco. Quando l’Agenzia delle Entrate confronta la redditività con quella del settore, una posizione sistematicamente sotto la media accende immediatamente un faro sull’azienda dall’utile basso. L’imprenditore ha risparmiato qualche migliaio di euro di IRES, ma può inciampare in un accertamento fiscale il cui valore è esponenzialmente maggiore rispetto al risparmio.
I costi gonfiati tolgono accesso al credito, valore di mercato, prospettive industriali. In più, espongono a controlli che, una volta partiti, raramente finiscono in modo indolore.
Rispondere a questo importante quesito non è facile, neanche per imprenditori con anni di esperienza alle spalle. Sarebbe un grave errore limitare la differenza alla seguente affermazione: “Se sul conto ci sono soldi, è andata bene; se non ci sono, è andata male”. Cassa e utile sono due voci diverse.
Immagina di essere un imprenditore che, a fine anno, può vantare un utile contabile molto alto. I clienti, però, pagano a 120 giorni. Nel frattempo, hai pagato i fornitori, gli stipendi, l’affitto. Sul conto corrente azienda è rimasto davvero poco, neanche sufficiente per pagare l’acconto IRES di novembre. Cosa fai? Probabilmente, corri in banca per accendere uno scoperto al 10% o al 12%.
Sì, l’utile è alto ma la cassa non lo è abbastanza. Quindi, stai pagando il Fisco con i soldi della banca e questa è una sconfitta anche se l’azienda va bene, produce e vende.
Ora, visualizziamo un’altra possibilità.
In cassa i soldi ci sono, tu sei tranquillo e sereno. Si tratta, in verità, di anticipi clienti e fornitori non ancora pagati, di IVA ancora da pagare. Insomma, non sono utili tuoi, bensì liquidità prestata. Nel frattempo, li spendi e dopo pochi mesi ti ritrovi con l’urgenza di dover rifinanziare un ammanco.
Cassa e utile devono essere guardati insieme, programmati insieme e ottimizzati insieme.
Tanti imprenditori commettono l’errore di inserire in un’unica SRL tutto il loro patrimonio: gli immobili utili per la produzione, il marchio, i macchinari, le partecipazioni in altre società, i crediti commerciali.
È efficiente, sicuramente, se tutto va bene.
Pensa però a cosa potrebbe accadere se un cliente fallisse, se arrivasse una causa di lavoro pesante, una crisi di settore, un controllo che diventa accertamento.
Dinanzi a questi imprevisti, l’imprenditore rischierebbe di perdere l’attività, gli immobili, i macchinari, il marchio e le partecipazioni in altre società.
Per un imprenditore è fondamentale separare il patrimonio.
Una società immobiliare detiene gli immobili e li affitta all’operativa, isolando il valore patrimoniale dal rischio industriale. Una holding di partecipazione detiene le quote delle società operative del gruppo, raccogliendo i dividendi in un veicolo dedicato. Una società del marchio detiene la proprietà intellettuale, separando l’asset più strategico dalle vicende dell’operativa. L’operativa fattura, lavora, rischia: se cade, non trascina con sé nulla.
Quando si ha bisogno di una soluzione più precisa, arriva il Trust. Questo strumento legale e riconosciuto in Italia segrega il patrimonio dalle pretese aziendali, organizza il passaggio generazionale e, in alcune configurazioni, può ottimizzare anche la fiscalità.
Ne ho parlato in modo approfondito nell’articolo Il Trust tutela l’azienda e l’imprenditore?
Ritengo necessario affermare qualcosa che alcuni consulenti nascondono ai propri clienti, mettendo a rischio il conto economico personale per l’intera vita imprenditoriale. L’imprenditore italiano medio, quando vuole prendere i soldi della propria azienda, li distribuisce come dividendo a sé stesso, persona fisica.
Qual è il calcolo fiscale? Sull’utile la società ha già pagato l’IRES al 24%. Quando il dividendo arriva alla persona fisica, scatta una ritenuta del 26%. In questo modo la suddivisone è presto fatta: su 100, 56 sono per la persona fisica e 44 per il Fisco. Tutto è legale, in regola ma sicuramente poco efficiente.
Esistono strutture pienamente legali che permettono di prendere lo stesso utile, lasciarlo dentro un veicolo che lo fa lavorare e tassarlo molto meno. Come prima opzione ti presento la holding di partecipazione. Quando la holding incassa il dividendo dalle società operative, il dividendo è tassato in capo ad essa, in regime PEX, solo sul 5% del suo importo, ai sensi dell’articolo 89 del TUIR. La holding accumula i dividendi e li può reinvestire, finanziare nuove operazioni, acquistare immobili, sostenere il gruppo, distribuirli al titolare solo nella misura e nei tempi giusti.
Accanto alla holding, ci sono i Trust trasparenti, le società immobiliari dedicate, le strutture estere lecite (per chi opera all’estero). Tutti strumenti pubblici, tracciati, conosciuti dal Fisco.
Questi strumenti sono al servizio della pianificazione patrimoniale.
Per approfondire, ti consiglio di seguire il podcast Trust in Trust. Puoi ascoltarlo su Spotify, Apple Podcast e YouTube.
Molto spesso si fa confusione tra evasione, elusione e pianificazione. Per questa ragione ci tengo ad analizzare le varie differenze.
Si tratta della scelta di non dichiarare un reddito esistente. In questo caso è configurato come reato e, in quanto tale, espone ad importanti conseguenze penali e fiscali.
Si intende la costruzione di strutture che, seppur formalmente legittime, hanno come unico scopo quello di aggirare una norma tributaria.
L’articolo 10-bis dello Statuto del Contribuente consente al Fisco di disconoscere il vantaggio fiscale che ne deriva e di chiedere il pagamento delle imposte come se l’architettura non ci fosse.
Eccoci all’ultimo chiarimento. Il termine “pianificazione” fa riferimento all’utilizzo di strumenti che l’ordinamento ha messo a disposizione delle aziende per organizzare, in modo efficiente, l’attività produttiva.
La holding di partecipazione, il regime PEX sui dividendi, le società dedicate al possesso di immobili o marchi sono strumenti previsti dal TUIR e dalle norme civilistiche.
Gli aspetti da considerare sono la sostanza economica dell’operazione e la coerenza tra forma e funzione.
La corretta pianificazione resiste in sede di accertamento perché mette in luce le strutture e ne valorizza la sostanza economica reale.
Il quinto errore, il più importante di tutti perché supporta i quattro precedenti, nasce da una convinzione: pensare che l’utile alto sia un problema.
L’imprenditore italiano medio ha un rapporto malato con l’utile. Lo vede come qualcosa da nascondere: al Fisco, alla banca, ai concorrenti, perfino alla famiglia. Più utile fa, più si preoccupa.
È la mentalità, sbagliata, che blocca un Paese intero. Un’azienda con utili alti e dichiarati accede al credito a tassi migliori, attrae investitori, partner, capitali. Inoltre, può espandersi in nuovi mercati, creare posti di lavoro, vale di più sul mercato in caso di vendita o passaggio generazionale. Gli utili mostrano la forza di un’azienda.
E qui arriva il numero che mi piace lasciare ai miei clienti. Con una pianificazione corretta, fatta di holding di partecipazione, trust trasparenti, società dedicate, scelte fatte nel modo giusto e nel momento giusto, un imprenditore italiano può portare la pressione fiscale complessiva sotto il 28%, in modo lecito, tracciato, privo di zone d’ombra. Tra il 44% della distribuzione standard come dividendo e il 28% di una pianificazione strutturata corrono 16 punti percentuale. Su un utile di mezzo milione di euro all’anno significano 80.000 euro all’anno, per sempre.
La vera ottimizzazione fiscale non è pagare meno, bensì guadagnare di più e ottimizzare in modo strutturato.
Se in questi cinque errori ti riconosci anche solo per metà, ha senso fermarsi un momento e fare il punto. Il Check-Up Patrimoniale analizza attentamente
Il risultato è una mappa che ti dice da dove cominciare, in che ordine intervenire, e quanti soldi all’anno una pianificazione corretta può lasciare in azienda invece di mandarli al Fisco e alla banca.
Per approfondire, ti consiglio la lettura del mio secondo libro: Il Check-Up Patrimoniale
I cinque errori nascono dalla mentalità. La consapevolezza non si fattura, ma la sua assenza, sì: si paga negli scoperti bancari, nelle vendite a sconto, nei finanziamenti che non arrivano e in tutte le occasioni di crescita che passano davanti senza che l’imprenditore se ne accorga.
Costruire un’azienda forte vuol dire fare utili veri, dichiararli e ottimizzare la fiscalità con strutture corrette.
Se conosci un imprenditore che si lamenta delle tasse ma applica ancora la logica del costo gonfiato e del dividendo personale, condividi questo articolo.
Una conversazione con un professionista fatta nel momento giusto può cambiare la traiettoria di un’azienda.
Se hai un’azienda con utili significativi, un gruppo di società o anche solo una SRL operativa che cresce, è il momento giusto per fare un Check-Up Patrimoniale e fiscale strutturato. Lavoriamo insieme sulla mappa: come è organizzato oggi il tuo patrimonio, cosa è esposto al rischio operativo, dove sono i sedici punti percentuali che oggi paghi al Fisco senza un motivo strutturale. Scrivimi, imposteremo un piano triennale e il prossimo bilancio sarà meno spaventoso e più chiaro.
