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Pet Trust: chi si prende cura del tuo animale dopo di te

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Pet Trust: chi si prende cura del tuo animale dopo di te

Stamattina hai riempito la ciotola con le crocchette di sempre. Quelle, non un'altra marca: la precedente gli dava fastidio e ci sono voluti mesi per capirlo. Nel cassetto c'è l'antiparassitario, sul calendario la data del richiamo, nel telefono il numero del veterinario che conosce la sua storia clinica meglio di chiunque altro. Se ha il pelo lungo sai quando tocca la toelettatura. Se cammina al guinzaglio senza tirare, sai quanto tempo e quante lezioni sono serviti per arrivarci.

Tutto questo oggi ha anche un nome di mercato, pet care, e un peso economico che in Italia cresce ogni anno mentre altri consumi rallentano: quasi una famiglia su due vive con un animale, e quasi nessuna taglia su di lui quando i conti si stringono. Tu per primo lo sai.

C'è però una domanda che quasi nessuno si pone mentre riempie quella ciotola, e riguarda proprio quella ciotola. Chi la riempirà, e con quali soldi, il giorno in cui tu non potrai più farlo?

Non è una domanda sulla morte. Un ricovero lungo, un incidente, una perdita di autonomia producono lo stesso effetto. È una domanda sulla continuità, e sul fatto che il tuo animale la continuità la percepisce prima di chiunque altro.

Che cosa succede al tuo animale il giorno dopo?

La risposta dipende poco dalle persone che ti stanno intorno e moltissimo da come la legge italiana lo classifica.

Il nostro Codice Civile è del 1942. All'articolo 812 elenca quali beni sono immobili e stabilisce che sono mobili tutti gli altri. Gli animali non hanno una categoria propria: rientrano lì, per esclusione. La Costituzione, dal 2022, parla di tutela degli animali all'articolo 9, e il diritto penale li protegge come esseri viventi. Il Codice Civile, che è poi quello che governa la tua successione, li tratta ancora come cose. Davanti a un notaio che apre una successione, il tuo cane sta sullo stesso scaffale di un'automobile o di un divano.

Da questa classificazione discendono tre effetti che vedo ripetersi da oltre vent'anni.

Il primo: l'animale entra nell'eredità come qualunque altro bene. Se gli eredi sono più di uno, non va all'uno o all'altro: cade in comunione. Appartiene a tutti, e ogni decisione, dalla dieta alla scelta del veterinario, richiede l'accordo di persone che a volte vivono in città diverse e si parlano poco.

Il secondo: chi ne diventa proprietario può disporne. Può cederlo o affidarlo, perfino portarlo in un rifugio. Sta esercitando un diritto di proprietà, non commettendo un illecito.

Il terzo: nessuno è tenuto a spendere per lui. Il patrimonio che hai messo da parte pensando alle sue cure, se non è stato vincolato a quello scopo, resta patrimonio e basta.

Nel mio studio queste tre cose prendono la forma di storie. Marco aveva condiviso vent'anni con un cavallo da sella. Il figlio, manager sempre in viaggio, alla sua scomparsa ne è diventato proprietario, ha confrontato i costi di scuderia con il proprio calendario e lo ha venduto a un maneggio. Non era un uomo cattivo: aveva davanti un bene oneroso e gli strumenti che la legge gli dava. Il cavallo si è spento sei mesi dopo. Elena, settantacinque anni, aveva un pappagallo ara di quaranta che sapeva il nome di tutti. La nipote aveva promesso. Due mesi dopo il funerale, sopraffatta dal rumore e dalle esigenze di un animale che non conosceva, lo ha ceduto a un negozio. Giulia aveva quattro cani che erano un branco, con gerarchie e legami costruiti in anni. I tre fratelli eredi hanno fatto la cosa più semplice: uno a testa, e il più anziano al rifugio. Il branco non si è più ricomposto.

In nessuna di queste storie è mancato l'affetto. È mancata la struttura che lo tiene in piedi quando chi lo provava non c'è più. I nomi sono di fantasia, le vicende no.

 

Perché il testamento, da solo, non basta?

È la prima obiezione che ricevo, e ha una risposta tecnica precisa.

Per ricevere un'eredità in Italia occorre essere soggetti di diritto. Gli animali non lo sono. Non puoi lasciare i tuoi risparmi direttamente al tuo cane, non puoi intestargli una rendita, non puoi nominarlo beneficiario. La via che quasi tutti tentano è indiretta: lasciare i beni a una persona di fiducia con la raccomandazione di usarli per l'animale. Quella raccomandazione è un desiderio morale. L'erede incassa e decide.

Il secondo tentativo è la clausola condizionata, o il lascito con onere: «lascio a mio nipote 50.000 euro a patto che accudisca il mio gatto». Sembra la soluzione solida, ed è invece la più insidiosa. Il Codice Civile ammette l'onere testamentario, agli articoli 647 e 648, e consente a chiunque vi abbia interesse di chiederne l'adempimento davanti a un giudice. Il punto sta tutto lì: «prendersi cura di un gatto» si misura a fatica, e per far cadere il lascito serve che qualcuno se ne accorga, lo provi in giudizio e abbia interesse a farlo. Di norma manca almeno una di queste tre cose. In più la risoluzione del lascito per inadempimento scatta solo se l'hai prevista tu per iscritto, oppure se l'onere era il motivo determinante della tua disposizione. Altrimenti il giudice, guidato dal favor testamenti, il principio che spinge a salvare la volontà del defunto, tiene in piedi il lascito e lascia cadere il vincolo. Resta un obbligo esigibile in teoria, che nessuno esige.

Il terzo tentativo è l'esecutore testamentario incaricato di vigilare. Un esecutore però opera solo dentro il perimetro di ciò che è giuridicamente valido ed esigibile: può sollecitare, non può sostituirsi a chi deve agire ogni giorno.

Qui sta la crepa che più mi colpisce. La legge ti permette di vincolare un immobile a un uso specifico per decenni, di destinare milioni a una fondazione, di imporre gravami su qualunque titolo di proprietà. Per il tuo cane ti dà, al massimo, un onere testamentario che nessuno è tenuto a controllare giorno per giorno. Il diritto successorio italiano sa trasferire la proprietà di una cosa. Non sa proteggere una relazione. Ho affrontato questo punto anche in un articolo dedicato al rapporto fra testamento e animali domestici, che resta valido oggi.

 

 

Quanto vale, in euro, la cura che gli dai ogni giorno?

Questa domanda mette a disagio, e va fatta lo stesso, perché è il cuore della pianificazione. Chi dovrà continuare a prendersi cura del tuo animale deve poter contare su risorse certe, e quelle risorse vanno stimate prima, non dopo.

Se ti chiedi quanto costa mantenere un cane, prendiamo una taglia media. L'alimentazione pesa tra 50 e 70 euro al mese, cioè 600-840 euro l'anno. Il veterinario, tra visite di controllo, vaccini e antiparassitari, sta tra 200 e 400 euro l'anno. L'assicurazione sanitaria, quando c'è, aggiunge 150-300 euro. Accessori, toelettatura e igiene valgono altri 200-300 euro. Il totale annuo si colloca tra 1.150 e 1.840 euro. Se quel cane vive dai dodici ai quindici anni, la spesa complessiva arriva tra 13.800 e 27.600 euro. Sono cifre che non comprendono le emergenze: un intervento chirurgico o una terapia oncologica superano facilmente i 3.000-5.000 euro per singolo evento.

Un gatto costa meno, un cavallo molto di più, un pappagallo ara richiede una previsione su sessant'anni. Il metodo però resta lo stesso: costo annuo realistico, moltiplicato per l'aspettativa di vita calcolata con generosità, più un margine del 20 per cento per l'inflazione e per l'imprevisto.

C'è anche un dettaglio fiscale che pesa su tutte queste cifre. In Italia il cibo per animali e le prestazioni veterinarie scontano l'aliquota IVA ordinaria del 22 per cento, la stessa di qualunque bene che la legge non considera di prima necessità. Il caviale, per dire, si ferma al 10. Una proposta di riduzione al 10 per cento su pet food e cure veterinarie circola in Parlamento da tempo, insieme ad altre iniziative sulla tessera sanitaria digitale per gli animali e sul riconoscimento della senzienza nel Codice Civile. Finché restano proposte, il mio consiglio è prudenziale: calcola il patrimonio necessario con le aliquote di oggi.

Che cos'è il Pet Trust e perché funziona dove il testamento si ferma?

Il Pet Trust è uno strumento giuridico che separa una parte del tuo patrimonio, la vincola a uno scopo preciso e la affida a persone scelte da te, con istruzioni scritte che hanno forza di obbligo.

Appartiene alla famiglia dei trust di scopo: mentre un trust ordinario nasce a favore di persone, questo nasce a favore di uno scopo. Nel nostro caso, la vita dignitosa degli animali indicati nell'atto. La classificazione degli animali come beni mobili, che rende fragile il testamento, qui diventa irrilevante: il trust non nomina l'animale beneficiario in senso tecnico, vincola il patrimonio al suo benessere.

È legale in Italia, e non per interpretazione creativa. L'Italia non ha una legge nazionale sul trust; ha però ratificato con la Legge 16 ottobre 1989, n. 364 la Convenzione dell'Aja del 1° luglio 1985, entrata in vigore per il nostro Paese nel 1992. Da allora un cittadino italiano può istituire un trust regolato da una legge straniera e farlo valere qui, nel rispetto delle norme italiane che nessun trust può aggirare, a cominciare da quelle sulla legittima.

Le giurisdizioni che ammettono un trust a favore di animali sono parecchie. Io lavoro su tre, che conosco a fondo: la Repubblica di San Marino, che con la Legge 1° marzo 2010, n. 42 ammette in via generale i trust di scopo; il Delaware, che al Title 12, § 3555 del Delaware Code disciplina per nome il trust per la cura degli animali; il Nevada, che fa lo stesso alla sezione 163.0075 dei Nevada Revised Statutes.

C'è un aspetto che sorprende quasi tutti alla prima consulenza: il Pet Trust è attivo dal momento in cui nasce, non dopo la tua morte. Finché stai bene resta silenzioso, con il patrimonio già separato dal resto e la struttura già pronta. Se ti ricoverano per settimane, il Caregiver subentra subito e il Trustee comincia a erogare i fondi. Il tuo animale continua la sua giornata di sempre.

 

 

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Tutto questo lo trovi spiegato per esteso, con i modelli, le checklist operative e i casi reali, in Il Pet Trust. Come assicurare il benessere dei tuoi animali domestici, primo volume della collana «Trust specializzati». Venti capitoli, dalla scelta della giurisdizione all'atto istitutivo, dalla stima del patrimonio alla gestione quotidiana.

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Chi sono le persone che lo fanno funzionare?

Il Pet Trust regge su quattro ruoli distinti, e la separazione fra loro è ciò che lo rende affidabile.

Il Disponente sei tu: istituisci il trust, conferisci i beni, scrivi le istruzioni.

Il Trustee gestisce il patrimonio. Quei beni non sono suoi: li amministra per lo scopo, eroga le somme, rendiconta ogni anno voce per voce. Se si discosta dalle istruzioni può essere rimosso e chiamato a rispondere.

Il Caregiver è chi vive con l'animale. Dà il cibo, porta il cane al parco, somministra le terapie, dorme col gatto sul divano. Riceve dal Trustee i fondi e opera seguendo ciò che hai scritto.

Il Guardiano vigila su entrambi. Ispeziona i conti, chiede al veterinario i referti, autorizza l'intervento chirurgico che esce dall'ordinario, e ha il potere di sostituire chi non fa il suo dovere.

Una regola che ripeto sempre: per ogni ruolo servono almeno due sostituti nominati nell'atto. Le persone che scegli oggi tra dieci anni potrebbero avere una vita diversa, e la continuità del sistema deve reggere anche a questo.

Si possono mettere per iscritto anche le abitudini?

Sì, ed è la parte che la maggior parte delle persone sottovaluta. L'atto istitutivo non contiene solo numeri: contiene le istruzioni di cura, e quelle istruzioni diventano obblighi.

Puoi indicare la marca e il tipo di alimento, incluso il passaggio a diete senior o veterinarie quando l'età lo richiede. Puoi nominare il veterinario di riferimento e la struttura di emergenza. Puoi distinguere le spese ordinarie, che il Caregiver anticipa e il Trustee rimborsa, da quelle straordinarie che passano dal Guardiano. Puoi fissare la frequenza della toelettatura, il proseguimento di un percorso di educazione già avviato, il tipo di attività fisica quotidiana. Puoi prevedere una rendicontazione trimestrale con foto e relazione su salute e benessere dell'animale. Puoi vietare la cessione a chiunque non sia autorizzato dal trust.

E puoi inserire clausole che nessun testamento riuscirebbe a rendere vincolanti. La più importante, per chi ha più animali, è quella di non separazione: se sono cresciuti insieme, restano insieme, e il trust stanzia i fondi perché ciò sia possibile. La legge divide gli eredi in quote. Il trust tiene unito ciò che deve restare unito.

Quanto costa istituirlo, e che limiti ha?

Un Pet Trust ben costruito parte da circa 7.000 euro di costi di istituzione in su, a cui si aggiunge una gestione annuale che dipende soprattutto dal compenso del Trustee. Dalla decisione alla firma passano in genere dai due ai sei mesi, tra preparazione, redazione, revisione e adempimenti successivi. L'atto istitutivo, nel mio studio, è sempre un atto pubblico notarile: la Convenzione dell'Aja chiede la forma scritta come minimo, e l'atto pubblico è ciò che rende il trust opponibile ai terzi, consente le trascrizioni immobiliari e lo tiene al riparo dalle contestazioni.

Ora il limite, perché ogni strumento ne ha uno e tacerlo sarebbe scorretto. Il patrimonio che destini al trust non può ledere le quote riservate ai tuoi legittimari, cioè il coniuge, i figli e, in mancanza di figli, i genitori. I conferimenti in trust si trattano, ai fini del calcolo, come le donazioni, e un erede che riceve meno di quanto gli spetta può agire per la reintegrazione: è l'azione di riduzione, e finché sei in vita nessun legittimario può rinunciarvi in anticipo, perché l'articolo 557 del Codice Civile lo vieta.

La strategia corretta passa dalla trasparenza: lasciare a ciascun legittimario almeno la quota che gli spetta in beni liberi, eventualmente affiancando una polizza vita a suo favore, che gli dà liquidità e abbassa il suo interesse a litigare. Su questo va detta una cosa precisa, perché il fraintendimento è frequente: ai fini della riduzione di una polizza rilevano i premi pagati, non il capitale liquidato. La polizza quindi è una leva pratica, e non un modo di adempiere la legittima. Un erede che riceve tutto ciò che gli è dovuto non ha titolo per chiedere la riduzione.

 

 

E quando l'ultimo animale se ne va, dove finisce quello che resta?

Lo decidi tu, nell'atto. Ed è una scelta che vale la pena fare con attenzione, perché il residuo di un Pet Trust è spesso una somma significativa.

Puoi destinarlo agli eredi. Puoi devolverlo a un ente del terzo settore iscritto al RUNTS, il Registro unico nazionale del Terzo settore: un rifugio, un'associazione che si occupa di adozioni, una realtà che pratica interventi assistiti con gli animali. Puoi dividerlo. Un cliente, imprenditore con due cani, ha previsto il 50 per cento a un progetto di pet therapy e il 50 per cento a un rifugio per cani anziani abbandonati, quelli che nessuno adotta.

C'è una differenza che mi sta a cuore fra questo e una donazione ordinaria. Una donazione si esaurisce nel momento in cui arriva. Il residuo di un Pet Trust arriva anni dopo, spesso quando l'associazione cerca risorse per programmare il lungo periodo. È lo stesso atto d'amore, che continua a lavorare oltre la vita di chi lo ha compiuto e oltre quella dell'animale che lo aveva motivato.

Per approfondire

Ogni domenica una nuova puntata del podcast Trust in Trust: ascoltalo su Spotify

Se vuoi partire dalle basi, ho scritto un pezzo dedicato: Pianifica il futuro dei tuoi animali con il Pet Trust

Come rendere duraturo il gesto di stamattina?

Torna per un momento a quella ciotola. Dentro c'è il risultato di anni di attenzione: la marca giusta, la dose giusta, l'ora giusta. Quella ciotola è il tuo modo di dire qualcosa che lui capisce benissimo anche senza parole.

Pianificare la tutela del futuro del tuo animale significa fare in modo che quel gesto continui a ripetersi quando tu non potrai più compierlo. Chi pianifica lo fa perché prende quel legame abbastanza sul serio da tenerlo al riparo dalle circostanze, invece di affidarlo alla buona volontà di chi resta. Le buone intenzioni sono preziose e sono fragili. Il riparo che costruisci oggi tiene domani e fra dieci anni.

Se conosci qualcuno che vive con un animale e che si è fatto questa domanda senza trovare una risposta, mandagli questo articolo. A volte è il modo più gentile di cominciare una conversazione che nessuno ha voglia di aprire per primo.

Se stai pensando ai tuoi animali mentre leggi queste righe, prova a rispondere a quattro domande: quanti sono e di che specie; chi, nella tua vita, potrebbe occuparsene ogni giorno; quale patrimonio potresti destinare, anche in modo approssimativo; quali istruzioni particolari vorresti lasciare. Quando avrai qualche risposta, prenota una consulenza e vediamo insieme se il Pet Trust è lo strumento adatto al tuo caso. Se invece preferisci restare in ascolto ancora un po', ogni settimana mando ai miei lettori un aggiornamento su trust, successioni e protezione del patrimonio: ci si iscrive da qui.

Foto del profilo di Piero di Bello
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