Gli Ermellini chiariscono quando non c’è il Reato di Esterovestizione

La Suprema Corte di Cas­sa­zione, con la sen­tenza 14527/2019 del 28/05/2019, ha chia­rito e con­fer­mato i requi­siti giu­ri­dici che con­sen­tono la riqua­li­fi­ca­zione della resi­denza fiscale in Italia di una società costi­tuita all’estero.

In diversi arti­coli abbiamo ricor­dato agli impren­di­tori che costi­tuire una società all’e­stero lasciando la sede ammi­ni­stra­tiva o l’og­getto prin­ci­pale in Italia signi­fi­cava rica­dere nel reato di este­ro­ve­sti­zione.

Abbiamo sempre riba­dito che ope­rare la dire­zione della società dal­l’I­talia equi­vale ad avere la sede effet­tiva in Italia, quindi si cadeva nel reato di esterovestizione.

Dare dal­l’I­talia gli ordini delle atti­vità ammi­ni­stra­tive attra­verso la posta elet­tro­nica, tele­fo­nate o mes­saggi dal pro­prio tele­fono, equi­vale ad avere la sede ammi­ni­stra­tiva in Italia, quindi si cadeva nel reato di esterovestizione.

Infatti, negli ultimi anni, l’A­genzia delle Entrate si era con­cen­trata sul domi­cilio fiscale dei diri­genti delle società, sul luogo di con­ser­va­zione dei docu­menti ammi­ni­stra­tivi e con­ta­bili, e sul luogo di svol­gi­mento delle atti­vità finan­ziarie e ban­carie.

Alcuni diri­genti che dal­l’I­talia svol­ge­vano atti­vità in home ban­king dal por­ta­tile o dal pro­prio smart­phone, cade­vano nel reato di esterovestizione.

Altri diri­genti che con­ser­va­vano i docu­menti sociali presso la loro resi­denza in Italia, cade­vano nel reato di esterovestizione.

Final­mente è inter­ve­nuta la Suprema Corte di Cas­sa­zione che, con la sud­detta sen­tenza 14527/2019 del 28/05/2019, ha chia­rito quando non c’è este­ro­ve­sti­zione con rife­ri­mento all’im­por­tanza del luogo in cui ven­gono svolte le deli­bere assem­bleari della società.

Infatti gli Ermel­lini, nelle sen­tenza, hanno chia­rito che, se gli ammi­ni­stra­tori o diri­genti sono domi­ci­liati fiscal­mente in Italia, pos­sono rego­lar­mente svol­gere atti­vità per società estere, senza incor­rere nel reato di este­ro­ve­sti­zione se:

  • le deli­bere assem­bleari sono prese presso la sede sociale, comunque fuori dal ter­ri­torio ita­liano, con al seguito le prove della pre­senza nel luogo, all’ora e nel giorno dell’assemblea;
  • le atti­vità ban­carie e finan­ziarie sono svolte fuori dal ter­ri­torio ita­liano, quindi evi­tando di uti­liz­zare il ser­vizio home ban­king dall’Italia;
  • la docu­men­ta­zione sociale sia dispo­ni­bile nei locali neces­sari allo svol­gi­mento del­l’at­ti­vità sociale, cer­ta­mente non in Italia.

Questa sen­tenza, quindi, riscrive e chia­risce le regole che, secondo l’ar­ti­colo 73 comma 3 del TUIR, dovranno essere appli­cate per con­sen­tire all’A­genzia delle Entrate di riqua­li­fi­care la resi­denza fiscale delle società all’e­stero.

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Scritto da
Piero Di Bello

Appassionato e dinamico consulente esperto in Protezione e Pianificazione consapevole del Patrimonio delle famiglie e delle imprese, associato della prestigiosa Associazione “Il Trust in Italia”.
Esperto in Fiscalità Internazionale e Strategie d’Impresa, coadiuva continuamente gli imprenditori nel disegnare il proprio business.

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